Radiator Hospital

Torch Song

2014 (Salinas) | alt-rock, songwriting

Questo è un disco che racconta delle relazioni che instauri durante la tua vita. Di come a volte capiti di incontrare la Persona Perfetta e le circostanze delle vostre vite vi tengano separati. Di quanto lunga e strana e pazzesca possa essere la vita, di come a volte si possa avere la sensazione che sia infinita e che non imparerai mai nulla di nuovo. Non è un disco felice o idealistico. Credo che il messaggio principale di ‘Something Wild’, anche nelle canzoni tristi, fosse che si può ancora sperare e sognare. Credo che questo disco sia l’opposto. Cosa succede nel mondo esterno mentre stai sognando? Cosa succede quando smetti di sognare e inizi veramente a vivere la tua vita? Questo disco lo sento come molto più vero e personale”.

Basterebbero queste poche righe, in verità, per descrivere “Torch Song”, dodicesima release a firma Radiator Hospital, nonché seconda a essere stampata su vinile da Salinas Records. Il progetto di Sam Cook-Parrott, poco noto ancora da questa parte dell’Atlantico, vive di emozioni pure e fa di tutto per trasmetterle con le parole nei propri testi. In un anno in cui il songwriting lo-fi ha trovato grandi e nuovi interpreti (Alex G., Mitski, LVL Up), Radiator Hospital ha confezionato un disco che rimane nel cuore di chi l’ascolta grazie alla brutale sincerità di questo ragazzotto di Philadelphia, qui affiancato dai sodali Jon Rybicki (basso), Jeff Bolt (batteria) e Cynthia Schemmer (voce/chitarra). Inoltre, come spesso accade in questo tipi di progetti, dove gli incroci fra musicisti sono molto frequenti, in tanti hanno dato una mano nelle registrazioni. Da Swearin’ e Waxahatchee, Kyle Gilbride è il responsabile dell’assolo di chitarra in “Blue Gown” e delle tastiere in “Sleeping House”, Katie Crutchfield presta la propria voce in “Blue Gown” e “Five & Dime”, mentre la sorella gemella Allison in “Midnight Nothing”. Keith Spencer ha invece suonato la chitarra in “181935” e Maryn Jones (Saintseneca) è la voce femminile di “Fireworks”.

Sia che si tratti di brani dal piglio diretto (“Leather & Lace”, “Blue Glown”, “Five & Dime”), o che si viaggi con le marce basse (“Cut Your Bangs”), sia che le canzoni siano estremamente minimalistiche (“181935”) oppure godano di richiami surf (“The Eye”) o emo (“Just May Be The One”), il livello emozionale del disco non cala mai, trovando sempre il punto giusto del cuore nel quale colpire. “Fireworks” e “Fireworks (reprise)” rappresentano al meglio questo concetto: separate da quasi metà disco, come a voler evidenziare un distacco emotivo netto, raccontano lo stesso avvenimento (due amici che avrebbero potuto anche essere amanti, ma incapaci di compiere un passo ulteriore, limitati dalle loro situazioni personali a un flirt unicamente verbale) tramite le parole degli stessi protagonisti. Da un lato la voce dolce di Maryn Jones, dall’altro la sincerità viscerale di Cook-Parrot, entrambi consapevoli di quello che sta accadendo (“You looked at me like I was your answer/ I looked at you like you meant something”, canta lei, mentre lui risponde “You looked at me like I was your way out, I looked at you, thought I’d never stop lookin’”), ma riluttanti a lasciarsi andare, nonostante sentano tutti e due scoppiare i fuochi d’artificio.

Mescolando punk e pop, tutto rigorosamente a bassa fedeltà, Sam Cook-Parrott con i suoi Radiator Hospital confeziona quel tipo di canzoni che ogni teenager, pronto a vivere i propri sentimenti al triplo dell’intensità, vuole sentire, e che ogni trentenne ascolta con il groppo in gola, annegato nella nostalgia.

(27/12/2014)



  • Tracklist
  1. Leather & Lace
  2. Blue Gown
  3. Cut Your Bangs
  4. The Eye
  5. 181935
  6. Venus of The Avenue
  7. Five & Dime
  8. Fireworks
  9. Bedtime Story
  10. I'm All Right
  11. Honeymoon Phase
  12. Sleeping House
  13. Just May Be The One
  14. Fireworks (Reprise)
  15. Midnight Nothing
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