Spoon

They Want My Soul

2014 (Loma Vista) | alt-rock

Cosa ci si aspetta ancora da un disco degli Spoon, dopo diciotto anni di carriera e sette album in studio? Le solite cose. Una band che da “Girls Can Tell” (2001) non ha mai sbagliato un colpo, trovando magicamente il modo di sfornare album tutti allineati sullo stesso buon livello qualitativo, formando nel tempo un repertorio di canzoni che definiscono una buona fetta di ciò che l'indie-rock americano è stato nei 00. E con un apice a sé stante, quel “Kill The Moonlight” che è la perfezione del lavoro in studio, disco che rivela nel suo minimalismo esasperato sempre nuovi particolari.

Dopo l’interlocutorio “Transference”, che brutto non è, ma un po’ straniante nel far suonare quasi demo una band che ha sempre fatto dei tricks da studio la sua carta vincente, gli Spoon tornano al lavoro affidandosi a forze fresche: Joe Chiccarelli e Dave Fridmann, produttori che hanno collaborato con gente come Shins e Flaming Lips. Quel tipo di masters che chiami quando hai un po’ le solite idee e vuoi presentarle in una veste più attraente, più fresca. Missione compiuta, potremmo dire.

Perché “They Want My Soul” è proprio un bel disco. Di esperienza quanto volete, ma per nulla imbolsito o fiacco. Un ritorno alla forma che più gradito non poteva essere. Sin dal titolo, Britt Daniel e soci lanciano un urlo contro questa società che ci succhia l’anima ogni giorno, specialmente nel mondo della musica, tra pressing forsennati e inviti al compromesso che sbucano a ogni angolo. Una canzone indie in Garden State ti faceva fare la fortuna nel 2003 (vero Zach Braff?), adesso che è successo? Questi indie-kid che si moltiplicano a dismisura, tutti gli “educated folk-singers”, Jonathan Fisk che risorge dalla tomba di "Kill The Moonlight" e vuole ancora la tua anima, Britt… Questo è il disco più paranoico degli Spoon, uno dei più nostalgici, sicuramente quello che rivela maggiore coscienza del loro passato come band. Sono sempre stati così poco autoreferenziali che al confronto questo album sembra quasi un diario. Le riflessioni che si fanno superati i 40.

E così “Rent I Pay” ingrana con quel caratteristico stomp che potete sentire in ogni loro disco almeno una volta. Britt attacca con una voce rauca, tesa al massimo: “I’ve been losing sleep, just nodding sleep, that I wish that I loathed”. Qualche miglia più distante, “Inside Out”, da ascoltare rigorosamente seguendo le immagini dell'ipnotico video, si scopre raffinatissima e sensuale, tra riverberi di arpa, planate di mellotron e sinuose linee di basso. “Do You” combina di tutto con le sovrapposizioni di voci, svela una melodia solare e orecchiabile, per poi finire quasi in territorio r'n'b.
Apprezzerete sicuramente l’utilizzo intensivo dei synth in “Outlier” e “New York Kiss”, o il rock più garagista della title track, o ancora i fumi noir di “Rainy Taxi” e “Knock, Knock, Knock”. Pazienza se poco di tutto ciò rappresenti il nuovo che avanza, o se nell’insieme il disco manchi di coesione. Gli Spoon ci sono ancora e nessuno sembra poterne succhiare la linfa.

(16/08/2014)



  • Tracklist
  1. Rent I Pay
  2. Inside Out
  3. Rainy Taxi
  4. Do You
  5. Knock, Knock, Knock
  6. Outlier
  7. They Want My Soul
  8. I Just Don't Understand
  9. Let Me Be Mine
  10. New York Kiss
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