Departure Ave.

Yarn

2015 (Bomba) | avant-rock, psych-rock, jazz-rock

Erano solo due anni fa quando usciva “All The Sunset In A Cup”, un disco che a suo modo aveva sparigliato le carte nel mondo indipendente italiano, in bilico tra proposte legate al recente, glorioso passato dell’underground nostrano, oppure con una certa debolezza di fondo a scene internazionali più o meno stazzonate. Poche band potevano e possono dirsi realmente portatrici di un loro immaginario, di una loro impronta, musicale e oltre.
Con le loro jam sognanti, dall’eleganza svagata, i Departure Ave. avevano compiuto quel “miracolo” che riesce forse solo quando non se ne è del tutto consapevoli: quello di creare qualcosa di unico e speciale, privo di sotto- e sovrapensieri, espressione di una innocente e spregiudicata libertà artistica, pur condensando riferimenti e stati d’animo di ogni epoca con una classe coltivata, ma anche, possiamo dirlo, innata.

È una caratteristica preziosa che la giovanissima band romana non perde nel suo secondo disco “Yarn”, grazie nuovamente alla registrazione in presa diretta nel ristretto spazio di un ritiro in campagna, così com’era stato per “All The Sunset In A Cup”. Com’è naturale, la band dimostra una consapevolezza di sé ben diversa rispetto all’esordio, ma si tratta fortunatamente di una crescita artistica che non scalfisce minimamente la genuinità della proposta.
Da una parte, infatti, “Yarn” ha dalla sua un maggior fascino complessivo, una coesione di fondo delle sue atmosfere, dei suoi stilemi: la voce ovattata per natura di Lorenzo Autorino declama laconica con uno stoicismo che sembra il risultato di secoli di intemperie, mentre come per magia la band, compreso lui, fa fiorire intorno arrangiamenti come se fossero inconsce produzioni della mente, improvvise, cangianti fluttuazioni armoniche. Il tutto ha movenze particolari, e nel video di “Miles D.”, primo singolo, viene spiegato bene: come se un giovane immerso nella vita metropolitana improvvisasse una danza orientale. Enigmi, personaggi ambigui e storie improbabili sembrano così svilupparsi intorno agli sparuti versi dei brani, ridotti addirittura, nel caso di “Nyabinghi”, a un blaterare sconnesso. Questo tema generale viene ben espresso poi nell’artwork, ripreso da un decoratore danese vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900.

Dall’altra la band sa spaziare nuovamente con personalità tra vari riferimenti, immergendosi nei paesaggi urbani dei Sea & Cake nel malinconico jazz-rock di “Tokyo Blues”; mostrando una capacità di costruire i pezzi con un dinamismo e un'eleganza da far invidia ai Grizzly Bear (lo scanzonato psych-pop Beatles-iano di “Hollow Box”); sorprendendo l’ascoltatore a ogni angolo, come nei cambi di ritmo e di tono di “Everyday”, con una chiusura divertente e virtuosistica che rimarrà negli annali.
Senza lungaggini e pretenziosità, “Yarn” riesce a trasmettere una passione per la musica che supera anche l’esaltazione per il singolo passaggio, ma che trasforma tutto il “racconto” in espressione pura, indivisibile (l’esistenzialismo contemplativo di “Miles D.”, con una grande parte per sax di Raffaele Casarano, l’emozionante “Leftover”).

Insomma, le promesse dell’esordio possono dirsi avverate del tutto in questo secondo “Yarn”: una grande opera contemporanea, come una favola scritta da Don DeLillo.

(06/02/2015)



  • Tracklist
  1. Saudade
  2. Nancy S.
  3. Everyday
  4. Miles D.
  5. Tokyo Blues
  6. Nyabinghi
  7. Endo
  8. Leftlover
  9. Listen
  10. All He Could Hear
  11. Hollow Box
  12. Workship
Departure Ave. su OndaRock
Recensioni

DEPARTURE AVE.

All The Sunset In A Cup

(2013 - self-released)
Lo straordinario esordio del quartetto romano: tra prog, slowcore e Captured Tracks

Departure Ave. on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.