Firefly Burning

Skeleton Hill

2015 (Fathom Records) | avant-folk

Sembra che dal variopinto mondo del folk stiano giungendo i segnali più innovativi della musica inglese: una realtà artistica ormai saturata dalla sbornia culturale rock, mod e punk, e che si tiene ben lontana dalle tentazioni poco sostanziose delle creature di "X Factor", che rappresentano la consacrazione della pop music della business class. E’ come se l’ultimo baluardo musicale popolare restasse la tradizione e la sua forza pagana, un territorio fertile per una contaminazione multietnica, che getti lo sguardo oltre, con audaci e inedite ibridazioni stilistiche.

Quattro anni fa i Firefly Burning avevano già messo l’immaginazione al servizio della loro fresca e originale mistura di antico e moderno, in Lightship” le pulsioni dell’art-rock e dell’avanguardia si erano fuse col rigore della strumentazione prevalentemente acustica, dando forma a un inedito e innovativo chamber-folk, che ha entusiasmato l’ex-Talk Talk, Tim Friese Greene (erano il set d’apertura dei concerti della North Sea Radio Orchestra), portandolo di nuovo dietro il banco di produzione, dopo che un fastidioso acufene lo aveva tenuto lontano dalla musica per molti anni.
Nella musica dei Firefly Burning, folk, polifonia, minimalismo alla Terry Riley, chamber music e jazz vengono ribaltati con prospettive originali, che assimilano le suggestioni della musica indonesiana, dando vita a sfaccettate e complesse melodie ricche di armonia e ritmi sfuggenti.
L’audacia e la forza della loro proposta è una di quelle espressioni mutevoli che ridanno vigore alla fenomenologia rock, e restare indifferenti non è cosa semplice. Piano, cello, violino, mandolino, gamelan, chitarra, percussioni, synth e voci, con coraggio e maestria tecnica, evitano le prevedibili sequenze di accordi sulle quali sono state costruite carriere più o meno importanti, l’atto creativo diviene fondamentale pur senza violare i confini del folk.

Album colto e sofisticato, “Skeleton Hill” è elegantemente sperimentale, Bea Hankey offre nuove varianti di melisma, mentre lo stile pianistico di John Barber dona logica alle pause e alla modalità minimale.
Già le prime note di “Unwritten” mettono in gioco polifonia e minimalismo, proiettando la musica in una dimensione urbana-futurista quasi noir, mentre le colte citazioni classicheggianti di “Petrarch (Because Of You)” fondono la poesia di Joni Mitchell e Kate Bush con il rigore di Philip Glass, sancendo il ruolo vitale della voce di Bea Hankey, che dispone il lirismo su percorsi apparentemente disconnessi che donano al tutto una piacevole sensazione di disgregazione emotiva.
Rimettendo in gioco la fascinazione multiculturale dei primi anni 60, i Firefly Burning affidano alle liriche del poeta persiano Rumi la filosofia dell’insieme, con un'attenzione alla bellezza intrinseca delle armonie acoustic-chamber-folk in “Beloved” e alle ancestrali e gotiche ninnananne in “Night Ocean”.

Ascoltando le digressioni neoclassiche di “Fragile Friend” non è difficile pensare a un pezzo della Penguin Café  cantato da Bjork o Kate Bush, soprattutto per l’attenzione al dettaglio e alla variabilità lirica, che resta una delle costanti dell’album.
Il carattere a volte impenetrabile della loro musica può dar adito ad accuse di rigidità stilistica, ma è proprio la continua ricerca di sfumature, non tanto timbriche quanto creative, la vera forza di “Skeleton Hill”, e il solo ascolto di “White Noise” può essere esemplare di quello che la band riesce a mettere in gioco in pochi minuti di performance vocale strumentale.
I londinesi osano e azzardano impossibili crescendo armonici di piano e voce nella complessa e straniante “Pioneer”, John Barber gareggia con toni modali e pause per un crescendo lirico fluido, mentre Bea tocchi vertici impossibili senza tralasciare la forza emotiva del brano. Una catarsi spirituale che si rinnova nel dialogo tra violino e voce nella spettrale e suggestiva title track, che nel finale accarezza delicate trame medievali.

Non abbiate paura, però, nell’approcciare il nuovo album dei Firefly Burning, come ogni buon musicista intende: è cosa buona e giusta lasciar fluire le emozioni in cose più amene e semplici, ed ecco piano, mandolino e percussioni che intonano una piacevole danza di folk-pop pagano in “Setting Sun”, e invocano toni grintosi e pulsioni rock in quella implosione pop che corrisponde al nome di “We Are A Bomb”.
“SKeleton Hill” è un archetipo complesso e intrigante di quello che potrebbe essere la musica rock moderna, se solo avesse il coraggio di rifuggire le logiche della popolarità mediatica, dieci canzoni che suonano come un rifugio lirico dall’inesauribile fascino, sempre avventurose, nonostante il rigore e la densità eufonica.
Non è un album facile da amare, il secondo progetto dei Firefly Burning, e non c’è voglia da parte del gruppo di suonare amabili e confortevoli, una musica poco convenzionale, a volte sfuggente o disturbante, ma come scriveva Leopardi: "Così tra questa immensità s’annega il pensier mio. E il naufragar m’è dolce in questo mare".

(28/03/2015)



  • Tracklist
  1. Unwritten (feat. Auclair)
  2. We Are A Bomb 
  3. Petrarch (Because of You) 
  4. Beloved 
  5. Fragile Friend 
  6. White Noise 
  7. Skeleton Hill
  8. Pioneer 
  9. Setting Sun 
  10. Night Ocean




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