Pseudonimo del veronese Emiliano Merlin, unòrsominòre debutta con l’omonimo “unòrsominòre” (2009) con cui sciorina un talento sciolto, multiforme, una passione per la canzone trasfigurata, istintiva e calcolata al contempo, ricca anche di qualche elemento proveniente dalla psichedelia slowcore. A parte il mini “Tre canzoni per la repubblica italiana” (2010), “La vita agra” (2011) è poi il suo requiem che vanta un acuto d’isteria, “Testamento di Giovanni Passannante”, forse il suo capolavoro.
Dopo uno iato di anni, Merlin torna con la doppia uscita “Una valle che brucia/ Analisi logica Ep”. Anzitutto raccoglie le energie per scrivere “O tempora”, contenuta nell’Ep “Analisi logica”, una nuova “Avvelenata” in cui lancia strali di ogni sorta, un eccesso però mitigato e giustificato dall’accompagnamento scenografico-mutante.
Quindi “Una valle che brucia” sfonda il parapetto della contemporaneità più spiccia, e approda senza più remore a una sua laica religiosità. Lo svolgimento va spesso ponderoso, a passo solenne, una omelia-fiume che si dirama attraverso la perdizione Neil Young-iana di “Clinofilia”, “Hubris”, nuovo “Padre nostro” apocrifo e dotto, la murder ballad “Mattatoio”, la rarefatta “Il demone meridiano”, riflessione che tende all’universale, il lugubre, tormentato epitaffio di “18 Aprile”, e l’accusa più dura, “Canzone di Alekos”, un valzer darkwave che piacerebbe agli ultimi Cccp.
Non sempre brillante negli arrangiamenti, ma forse è anche l’intenzione, e sempre attento alle fratture storiche della civiltà, Merlin cita Samuele Bersani nel timbro affidandosi, frattanto, ai cantautori politicizzati e astrattamente ideologici, e spesso a De André. “Varsavia” potrebbe fare un figurone su “Anime salve“. La tematica bellica sulle orme de “La guerra di Piero” produce poi le creazioni più complesse: l’arguto botta-risposta in “Canzone del partigiano Giovanni”, spavaldo, verboso ed elettronico, e poi conciso, nudo, acustico; e “Uomini contro”, cuore del disco, un cantastorie supportato da strimpellii fulminanti, che affida la parte più drammatica a un’oasi solo strumentale di psichedelia silenziosa elettro-chitarristica, come una “Metal Machine Music” rieseguita da Ry Cooder nel deserto. Col suo frasario che alterna discorsività a lamento poetico, lungo tutto il disco si respira un’aria pura di salutare pessimismo cosmico, cui fa da contraltare una struttura-canzone serpentina, spontaneamente libera. È un legame, quello tra liriche e arrangiamenti, che si esprime e conferma anche in negativo, quando – esempio: “Fare meno/fare meglio” – sbaglia il procedimento inciampando nella retorica da parrocchietta.
26/05/2017