Autechre

NTS Sessions 1-4

2018 (Warp) | avant-techno, sperimentale

Quattro giovedì di aprile consecutivi, due ore di live session in diretta dagli studi della NTS a Hackney, solo materiali originali con pubblicazione immediata. Il nuovo, totalizzante intervento dei maestri Autechre ha la programmatica risolutezza di una guerra lampo: ma non si tratta di spietati bombardamenti, mero esercizio di potere, bensì di sicure avanzate su un terreno che il duo stesso ha sempre spianato con largo anticipo su tutti.

Fantascienza e musica elettronica, con linguaggi differenti, hanno da sempre proiettato le loro immaginazioni in forme esteriori ben riconoscibili, come a voler dare forma concreta a un futuro solo ipotizzabile: da par loro, e specialmente con l’altrettanto monolitico “elseq”, Sean Booth e Rob Brown hanno progressivamente abbandonato gli stilemi ormai consolidati dell’ambient-techno per esplorare una fantascienza interiore, dissezionando le viscere delle macchine in cerca di indizi sulla loro forma mentis, come a simulare l’indesiderabile annullamento dell’arbitrio umano – scenario distopico che la corsa al progresso ha reso una profezia autoavverante.

Lo screening delle sessioni NTS, di prossima pubblicazione su Warp in box da 8 cd o 12 Lp, ha l’obiettivo di svelare nuovi piani entro cui poggiare una serie mutabile e pressoché infinita di strutture amorfe; soniche conformazioni che si sovrappongono una sull’altra in una successione irregolare, con il ritmo a scandire un flusso cinetico che rade al suolo l’approccio del passato, pur conservandone l’alfabeto. Il duo britannico definisce così nuovi anagrammi possibili, aggiungendo pagine su pagine. Assistiamo impietriti ed estasiati a uno scontro tra particelle sonore, nanovettori che inquadrano una nuova forma di microsound, con l’elemento glitch a fungere da numero atomico della tavola periodica. Squarci breakcore, frattaglie ambient-noise che colano mentre un’assordante eruzione di indecifrabili partiture muta il suo ciclo seguendo leggi ignote.

Tralasciando le più ovvie distanze stilistiche e temporali, potremmo scomodare diversi momenti storicamente funzionali del glorioso passato, rimanendo comunque con il cerino in mano, dispersi e confusi circa il senso di un’esplorazione ritmica scevra da impacchettature e frontiere. Si potrebbero scomodare le frequenze emesse durante i corsi estivi di Darmstadt, attribuendo un’associazione post-contemporanea e a suo modo iper-espansa, visto che gli Autechre riconvertono l’energia acquisita dalla storia avvalendosi di nuovi voltaggi, nuove mutazioni, innanzitutto adoperando ben più evolute attrezzature.
Per alcuni versi, siamo dinanzi a un'operazione di reinterpretazione degli impulsi concettuali del Giurassico dell’elettronica, con la variante che i due geni inglesi hanno ormai acquisito più di ogni altro l’interezza del lessico passato e puntano dritto al principio di una nuova èra. Una consapevolezza del proprio sguardo che mira a superare l’esosfera del possibile. Non a caso, la coppia non si ferma al vago rimpianto con annessa masturbazione; non fossilizza la propria intuizione lungo la sciatta scia della provocazione ad effetto; ed evita anche di attorcigliarsi su se stessa con il rischio di confondersi in un dato orizzonte. Il nichilismo è decantato con classe. I maestri si smarcano dalla piaga dell’indeterminismo più asettico, e da una cima lontanissima diffondono il verbo di una filosofia sonora tanto inaccessibile, quanto incontenibile.

L’intenzione sembra quella di abbandonarsi a un processo di creazione che non conosce soste, lanciando messaggi a getto continuo da un’altura meritatamente raggiunta. Il vero prodigio, per giunta, accade a valle di questa onnicomprensiva veduta: al di là dell’isolamento, del post-tutto e il suo contrario, delle menate filo/pseudo-accademiche d'ogni sorta che seguiranno tale produzione, lo shock maggiore nasce dalle otto ore distribuite in quattro momenti che trascorrono paradossalmente senza fatica. I due indicano continuamente un miraggio estatico, un’oasi spaziale mai vista prima che diventa sempre più nitida.


L’ingresso in fade-in appare cauto, come a voler attutire l’imminente impatto con i primi vagiti di un universo che andrà espandendosi per mezzo delle sue sole, sovrumane forze. Da un canonico beat in 4/4 germogliano spontaneamente filamenti e concrezioni di natura ibrida, propaggini inaugurali di una febbrile reinvenzione del reale che si esplica con forza prorompente nell’ipercinetica “l3 ctrl”, dove sullo sfondo di uno scomposto tramestio di glitch si espandono solenni scie di sintetizzatori che per contrasto ne rendono meno alieno il codice.
Il campionario di sonorità rimane forse il più vivace ed eminentemente “æ” dell’intera residence: in “bqbqbq” incalzano l’uno sull’altro toni di tastiera di un telefono che il “presente futuro” ha mancato di produrre; pervasive le sferzate acide, le innumerevoli deformazioni di codici binari nel giro di pochi secondi; e ancora bordoni dissezionati (“carefree counter dronal”), campi magnetici fuori controllo (“gonk steady one”), più ordinate stesure techno contrappuntate da pattern discendenti d’ispirazione minimalista (“four of seven”), e da ultimo una baluginante chiusa ambientale attraversata da tonalità pure e confortanti, un sentiero di luce che nasconde in sé i migliori auspici per ciò che ci attende oltre.

La seconda, sbalorditiva session supera quello che potreste immaginare come il punto d’incontro fra un miracolo e il vostro incubo più ansiogeno e labirintico: un dedalo del quale si può solo abbozzare una mappatura, perduti nell’equilibrio instabile di ogni traccia-mondo, espressione algebrica tanto complessa quanto inconfutabile, al suo interno come in relazione alle sue adiacenti. Un tour de force senza soluzione di continuità che non incontra vie di fuga sino all'ultimo, con una longeva coda che disperde gli input in un iperspazio sonoro che ne assorbe l'energia dirompente, tramutandoli in echi che rimangono sospesi un istante e infine si confondono nell'oscurità. Al fascino insieme arcaico e avveniristico di questo esattissimo teorema elettronico non occorre aggiungere ulteriori, facilmente superflue parole.

Il terzo capitolo ha origine nell’illusione di un “classico” set ambient-techno – benché innervato di distorsioni e sporcature tipiche della scuola Warp –, scavando un tunnel temporale che pare risalire la corrente sino a “Incunabula”: all’epoca un esito rivoluzionario, che se oggi appare sbiadito è solo per la vertiginosa spinta avanguardistica dei suoi stessi artefici. Illusione, come però si diceva, confermata in quanto tale dalla ricaduta nel vortice di caos controllato che si riaffaccia a partire dal lungo segmento “tt1pd”, rombante trance imbevuta di rumorismi mutanti che evocano le alchimie glitch dei pionieri finlandesi Pan Sonic.
Si passa disinvoltamente da un’umbratile promenade fra toni sintetici, come stretti sotto uno strato di feltro che ne ammorbidisce i contorni (“g 1 e 1”), al più liquido hip-hop strumentale che sia lecito trovare in ambito intelligent (“fLh”), da impenetrabili anfratti sottomarini (“shimripl air”) al reingresso a capofitto nel sistema endogeno della macchina, in un allucinato intreccio di clangori acuti e grumi di microsound, sostenuti unicamente da uno scomposto rimbrottare di frequenze basse (“nineFly”). Totalmente chiuso in se stesso, invece, il mantra solipsistico di “acid mwan idle”, quasi uno spazio di meditazione se paragonato allo stradominio del marasma digitale che queste otto ore tentano di imbrigliare, per quanto provvisoriamente.
Nel complesso, NTS 03 dà molto meno l'impressione di essere un flow ininterrotto di dati sonori quanto, realmente, un compendio stilistico degli ultimi vent'anni di musica elettronica, dalle correnti più sperimentali all'hi-tech schizoide attualmente in ascesa.

Giocata in maniera imprevedibile sino all’ultimo, la residenza si avvia al termine con passo lento e misurato. La quarta sessione alterna deframmentazioni e voli verso l’alto, buio e luce, ombre e raggi ultravioletti, caos e ordine in una sequenza mozzafiato. L’irregolarità giace tutta nell’introduttiva “frane casual”: un episodio che riconduce i due mastini ai costrutti bislacchi del Delay di “Whistleblower”, in una successione informe e priva di equilibrio; in antitesi perfetta, invece, l’illuminazione centrale di “column thirteen”, mediante la quale i due riprendono la corda tra le mani, alimentando un climax di maggiore distensione, quasi a volerci mostrare ancora una volta nuovi mondi, nuove mete, con un morbido trip lisergico diviso tra i Cluster, gli Orbital più enfatici e la synth music del giovane Steve Hauschildt.
Se “mirrage” ha quasi il mood e le movenze di un’esplorazione dark-ambient, nei suoi fervidi 24 minuti “shimripl casual” sembra tratteggiare una nuova “Création du Monde” di fibre digitali tra spasmi, brulichii, flussi di energia artificiale che a poco a poco plasmano una realtà possibile ma altrettanto inospitale per organismi viventi.
E poi “all end”, non un malinconico "tutto finisce", ma "la fine di tutto". Quel cosmo che è andato prolificando nell’arco di otto ore in un mese, con le sue attese e i suoi sviluppi impossibili da immaginare, è da ultimo riversato in un brodo primordiale senza forme distinte. In questa sconfinata visione del "tutto" si staglia un drone che, apparentemente assommando tutte le altezze di un organo a canne, diviene una massa incolore dal moto ellittico quieto e costante.
Con quasi sessanta minuti di durata, il maestoso epilogo e traguardo del viaggio raggiunge il suo compimento putativo tracciando una linea che tende all’infinito, abbraccia interamente il mistero della sua stessa esistenza con un’intensità che nemmeno ricerca, bensì che sgorga spontanea tra le pieghe di una galassia sonora che riluce in lontananza ma alla quale, per un lungo attimo, ci è stato concesso di accedere.

―――

Anche una volta dissezionate con cura, le “NTS Sessions” degli Autechre ci fanno scontrare con i limiti estremi dell’umana comprensione. In questa sede si attesta, con la massima sincerità, di non poter impugnare l’interezza di otto ore che non si limitano a scorgere il futuro della musica elettronica, ma lo incidono da subito a chiare e indelebili lettere affinché, forse, un domani non le vediamo più come fitti e insolubili enigmi ma come risposte incontrovertibili a interrogativi che, ora come ora, non sappiamo nemmeno formulare.
Se, come crediamo, tutto questo discorso finisce con l’apparire paradossale – o addirittura delirante – è perché oggi più che mai, al netto di ogni sterile e aprioristica idolatria, ascoltare gli Autechre somiglia a un’esperienza mistica, che in quanto tale non può incontrare altre forme di linguaggio, né la semantica a esso collaterale. Un’opera soverchiante, suprema, essenzialmente e per forza di cose unica nell’universo elettronico finora esplorato.

(01/05/2018)

  • Tracklist

NTS Session 1

  1. t1a1
  2. bqbqbq
  3. debris_funk
  4. l3 ctrl
  5. carefree counter dronal
  6. north spiral
  7. gonk steady one
  8. four of seven
  9. 32a_reflected


NTS Session 2

  1. elyc9 7hres
  2. six of eight (midst)
  3. xflood
  4. gonk tuf hi
  5. dummy casual pt2
  6. violvoic
  7. sinistrailAB air
  8. wetgelis casual interval
  9. e0
  10. peal MA
  11. 9 chr0
  12. turbile epic casual, stpl idle


NTS Session 3

  1. clustro casual
  2. splesh
  3. tt1pd
  4. acid mwan idle
  5. flh
  6. glos ceramic
  7. g 1 e 1
  8. nineFly
  9. shimripl air
  10. icari


NTS Session 4

  1. frane casual
  2. mirrage
  3. column thirteen
  4. shimripl casual
  5. all end
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