Risponde il critico

The Clash - Una poderosa macchina da rock and roll

di Francesco Paolo Ferrotti
Giornalista musicale sin dal 1979, conduttore di Radio Rai, Federico Guglielmi ha scritto un numero enorme di articoli per le principali riviste specializzate. Attualmente, è responsabile per le pagine musicali del “Mucchio Selvaggio” e direttore del trimestrale di approfondimento “Mucchio Extra”. Inoltre, com’è noto, il giornalista romano è una delle voci più autorevoli in ambito punk, genere che egli segue con grande impegno e passione quasi sin dalle origini. Reduce dalla pubblicazione del suo libro dedicato proprio al punk del ‘77, Guglielmi ha offerto la sua disponibilità per parlare del gruppo che, partito dal punk, riscoprì le fondamenta del rock. Se è vero che a volte i Clash spiazzarono e divisero la critica, anche questa intervista non mancherà di riservarci qualche sorpresa, da parte di chi ha vissuto l’esperienza live del gruppo e il ritmo delle storiche uscite discografiche. C’è tuttavia qualcosa su cui, oggi come ieri, non possono esserci dubbi: ”I Clash erano una poderosa ed eccezionale macchina da rock’n’roll”.

1. "Il punk è morto quando i Clash hanno firmato per la Cbs": nel 1977, fu la famosa dichiarazione di Mark Perry. Quanto c'era di vero, secondo te? Un gruppo come i Clash avrebbe potuto prendere una strada alternativa e al tempo stesso scrivere grandi pagine della storia del rock?
Devo essere onesto: ai tempi, valutando le cose dalla mia prospettiva di diciottenne italiano di trent'anni fa, credevo che Perry esagerasse e che il punk avesse ancora davanti un lungo e luminoso futuro. Con il senno di poi, devo dire che l'editore di "Sniffin' Glue" non aveva tutti i torti: lo spirito spontaneo e ingenuo del punk originario, all'inizio del '77, iniziava già a spegnersi, soffocato dal suo esser diventato "moda" e dal business che gli stava crescendo attorno. Per il resto, i Clash sono stati un gruppo in costante evoluzione, come provato dalla loro discografia e dall'incredibile quantità di canzoni composte e pubblicate in un lasso di tempo molto ristretto. Il loro periodo punk è stato tutto sommato brevissimo e credo che il loro percorso sia stato assolutamente naturale: le loro radici erano nel r'n'r e nell'r&b e a quelle radici, dopo la sbornia punk, sono in qualche modo ritornati, seppure in chiave non canonica e attraverso varie contaminazioni. Non so dire cos'altro i Clash avrebbero potuto fare, a livello stilistico, ma non riesco a immaginare in che modo avrebbero potuto essere diversi.

2. Una formazione spesso citata a proposito dei Clash, sono gli Who: gruppo per certi versi punk ante-litteram, poi anche artefice di complesse opere musicali. Al contrario dei Led Zeppelin, che ereditarono qualcosa degli Who più maturi, qualche anno dopo i Clash guardarono ai primi Who... Quanto è stata determinante la loro influenza nella musica dei Clash?
All'inizio della carriera, quando si presentarono con "My Generation", gli Who erano indiscutibilmente punk ante litteram... non solo per la ruvidezza della musica, ma anche per alcuni testi: una strofa come "I hope I die before I get old" è, in tal senso, inequivocabile. Un paio di riff di canzoni dei Clash sono ricalcati su quelli di pezzi degli Who, e proprio agli Who - come per chiudere un cerchio - i Nostri fecero da spalla nel tour Usa del 1982. Comunque, per l'intera generazione punk oltre che per i Clash e per Joe Strummer in particolare, Pete Townshend e compagni sono stati una specie di modello ideale, uno dei pochi gruppi dei Sixties a non essere trattati da "vecchi scorreggioni".

3. Vorrei farti qualche domanda sui lavori del gruppo di cui in genere si parla meno, cominciando dal secondo album, "Give 'Em Enough Rope": dopo trent’anni, a me sembra un ottimo disco, con brani trascinanti come "Safe European Home", "Tommy Gun" e "Cheapskates", con la bellissima "Stay Free" e con la finale "All The Young Punks" in cui i Clash riuscirono anche a fotografare il momento stesso che stavano vivendo. Musicalmente, mi sembra un album potente e che incarna ciò che dovrebbe essere il "rock" senza ulteriori specificazioni. Forse, però, uno dei possibili difetti che trovo è proprio questo: essere troppo "duro e puro" per un gruppo che fece il suo punto di forza nella commistione di diverse influenze musicali. L'altro possibile difetto, il fatto di esser troppo legato al momento storico in cui uscì (come testimonia "All The Young Punks"). Quali sono secondo te i motivi che ne hanno sempre fatto soffrire il paragone con "The Clash" e "London Calling"?
Beh, direi che solo il fatto di essere uscito tra un esordio folgorante e un album che la storia ha eletto tra i migliori di sempre in ambito rock basta a "squalificarlo", no? Comunque, all'epoca, gli si rinfacciò il suo non essere più tanto punk, anche per via della produzione filo-americana di Sandy Pearlman... la sua perdita di grezzezza a favore di una formula più ragionata. Anch'io penso che, nel complesso, il disco sia più valido di come in genere lo si dipinge - c'è un altro brano eccezionale che non hai citato, "English Civil War" - e che probabilmente senza il suo cambio di rotta non avremmo avuto "London Calling"... ma rimane comunque un vaso di coccio tra due di ferro.

4. L'Ep "The Cost Of Living" ha segnato, prima ancora di "London Calling", il passaggio dal sound del '77 a sonorità più ricercate. Da dove attingono i Clash in ballate come "Gates Of The West" o "Groovy Times"? Confesso che la prima è in assoluto la mia canzone preferita dei Clash: non trovi che sia un brano da recuperare?
È un bel pezzo, che guarda nettamente ai Sixties e da lì trae ispirazione pur vantando un "tiro" e una sguaiatezza di chiaro stampo punk. In quei giorni i Clash correvano anche nel ritmo delle uscite discografiche, ed è logico che qualche traccia non abbia goduto di grandi attenzioni: nell'Ep c'erano la cover di "I Fought The Law" e "Capital Radio", episodi più di impatto, e negli Stati Uniti sia "Groovy Times" che "Gates Of The West" videro la luce solo in un 45 allegato all'edizione Usa di "The Clash"... che però fu pubblicata solo nell'estate del 1979, pochi mesi prima del ciclone "London Calling".

5. "Sandinista!": album monumentale, progetto ambizioso, affascinante intreccio di culture e sottoculture musicali. A volte non sono mancate tuttavia accuse di poca coerenza interna, di dispersività, persino di incompiutezza. Vorrei che mi parlassi un po’ di questo album, del giudizio che ne dai...
È la definitiva interpretazione della black music data dai Clash, anche se - ovviamente - senza dimenticare il rock'n'roll. Le accuse di scarsa coerenza lasciano il tempo che trovano: era un album nato da una precisa "urgenza", tant'è che uscì appena un anno dopo "London Calling"; vista la quantità di canzoni in esso contenute, pretendere pure un'estrema coesione sarebbe stato eccessivo. Magari, asciugando la scaletta di una decina di tracce, sarebbe suonato più compatto ed equilibrato, ma era pur sempre un triplo Lp venduto al prezzo di un doppio: i pezzi c'erano e si poteva pubblicarli, e allora perché non farlo? I Clash viaggiavano spinti dall'adrenalina e non si curavano dei commenti dei loro contemporanei... figuriamoci se potevano mai preoccuparsi di quello che avrebbero detto, decenni dopo, gli storici del rock.

6. "Cut The Crap": lo consideri un album dei Clash? E’ da recuperare o da dimenticare?
Fondamentalmente è un album di Joe Strummer e Paul Simonon, ma con un pesante fardello sulle spalle. A me, ventidue anni fa, non dispiacque, e tutt'ora penso che almeno tre pezzi non siano malvagi. Anche se resta il peggiore disco a nome mai immesso sul mercato, qualche buona freccia al suo arco ce l'ha... di sicuro più di "Carbon/Silicon", l'ultima prova di Mick Jones, del quale taluni sono riusciti non si sa come a parlare bene.

7. Quanto è stata determinante nella musica dei Clash la maggiore preparazione "tecnica" rispetto ad altri gruppi punk? Può essere considerato come l'elemento che ha permesso ai Clash di sopravvivere al '77?
All'inizio non credo abbia contato nulla: le armi vincenti sono state la grinta, la forza dirompente delle canzoni e una presenza scenica a dir poco formidabile. In seguito, a fare la differenza sono state la qualità del songwriting e soprattutto l'apertura mentale. Alla tecnica, a quei tempi, non badava nessuno, e comunque non è che il repertorio dei Clash fosse l'ideale per esaltarla.

8. Ascoltando le registrazioni dei live, ho spesso l'impressione che i Clash fossero diversi in studio e sul palco: molto precisi in studio, molto irruenti e spettacolari (ma spesso poco precisi) sul palco. A questo proposito, che impressione ne avevi tu che, negli stessi anni delle uscite discografiche, li hai visti dal vivo più di una volta?
Ho in effetti assistito a tre loro concerti: 1980, 1981 e 1984. Però non è che ricordi tantissimo, se non l'eccitazione e l'entusiasmo... insomma, non è che "vivisezionassi" l'evento, mi bastava viverlo. Però ho bene impressi in mente l'elettricità che c'era nell'aria e il dinamismo dei musicisti, che assieme - mi riferisco alle date di Bologna e Firenze, a Roma Jones non c'era già più - costituivano una poderosa, eccezionale macchina da rock'n'roll. Non erano precisi? Credimi, è l'ultima cosa alla quale si poteva pensare, con quei quattro sul palco. E poi, onestamente, non mi pare proprio che i loro dischi siano capolavori di "bella forma": sono ruvidi, piuttosto sporchi, pieni di energia...

9. Sei stato tra i fortunati ad assistere al primo storico concerto dei Clash in Italia, a Bologna nel 1980. In quell'occasione, pare che Joe Strummer fu dissuaso dall'indossare la t-shirt delle Brigate Rosse, quella che possiamo vedere nel film "Rude Boy"… come andò esattamente? Secondo te, nel 1980, quel tipo di simbologia estremista era soltanto una provocazione in stile "punk" (un po' come la svastica dei Sex Pistols), oppure rischiava di esser presa più sul serio, in particolare dalle nostre parti?
Il rischio che fosse presa sul serio c'era, eccome... adesso determinate questioni sono state storicizzate e vengono quindi recepite in maniera diversa, ma in quegli anni ancora di piombo c'era poco da scherzare. Non che le svastiche di Siouxsie e di Sid Vicious non evocassero orrori anche più gravi, ma mentre la Seconda Guerra Mondiale era finita trentacinque anni prima, nel 1980 le Br erano ancora un tema di scottante e drammatica attualità. Non so di preciso come andò, non sono stato testimone oculare di nulla, ma se davvero qualcuno convinse Joe Strummer a cambiare T-shirt fece benissimo: lui di sicuro non si rendeva conto di che razza di casino sarebbe accaduto, e per una semplice provocazione - perché di questo si trattava: una cosa è avere idee di sinistra, un'altra appoggiare la lotta armata - non ne valeva la pena.

10. Vorrei concludere con una domanda che riguarda, più che il gruppo, la tua personale esperienza con la loro musica. Cosa hanno rappresentato, per te, i Clash? Come hanno accompagnato la tua carriera e la tua vita in questi tre decenni?
Per la mia carriera sono stati una specie di maledizione: nel 1979 non capii subito la grandezza di "London Calling" e lo scrissi, nel 1985 recensii positivamente "Cut The Crap" e nel 1988 - venne fuori - non so come - un assurdo errore di cronologia in un articolo retrospettivo per "Rockerilla". Un incubo. Li ho conosciuti a Firenze, ma ci ho scambiato solo quattro chiacchiere, nulla di ufficiale... e devo dire che non ne ricavai nemmeno un'impressione positiva: sembravano un po' pieni di sé, ma magari era solo un effetto collaterale del "bagno di folla" di quella sera. Il rapporto con la loro musica, invece, è stato molto più liscio, anche se - a parte la presenza ai concerti dei quali si è detto prima - non c'è nulla di personale che mi leghi al gruppo: per me in quanto ascoltatore e appassionato, in quegli anni, sono stati ben più importanti i Ramones, i Devo, i Germs, i Dead Kennedys. Tuttavia riascolto assai di frequente i loro dischi, specie "The Clash" - oltre ai 45 giri che gli fecero da corollario - e "London Calling", più gli altri loro pezzi di orientamento reggae. Nel 1982 mi sono poi trovato ad avere una relazione conflittuale con "Combat Rock", che li innalzò definitivamente al ruolo di star: lo ritenevo “paraculo” e in fondo non sono poi così sicuro di avere cambiato idea, anche se rimane un album straordinario.
Playlist
 THE CLASH  
   
 The Clash (Cbs, 1977)

 


 The Cost Of Living (Ep, Cbs, 1979)

 


 Give 'Em Enough Rope (Epic, 1978)

 


 London Calling (Cbs, 1979)

 


 Black Market Clash (Ep, Cbs, 1980)

 


 Sandinista! (Cbs, 1980)

 


 Combat Rock (Cbs, 1982)

 


 Cut The Crap (Cbs, 1983)

 


 The Story Of The Clash (antologia, Cbs, 1988)

 


 Crucial Music: The Clash 1977 Revisited (antologia, Sony, 1990) 
 The Singles Collection (antologia, Sony, 1991) 
 

Super Black Market Clash (Epic, 1993)

 


 On Broadway (Sony, 1994) 
 From Here To Eternity (Live, Sony, 1999)

 


 

The Essential Clash (antologia, 2cd, Sony, 2003)

 
 The Singles Box (antologia, Sony, 2006) 
 The Singles (antologia, Sony, 2007)  
   
 BIG AUDIO DYNAMITE (B.A.D.) 
   
 This Is Big Audio Dynamite (Columbia, 1985)

 


 N.10 Upping Street (Columbia, 1986)

 


 Tighten Up, Vol. 88 (Columbia, 1988)  
 Megatop Phoenix (Columbia, 1989)  
 Kool-Aid (mini-cd, Cbs, 1990)  
 Ally Pally Paradiso (Live, 1991)  
 The Globe (Cbs, 1991) 
 The Lost Treasures of B.A.D. (antologia di singoli e remix, 1993)  
 Higher Power (Columbia, 1994)  
 Planet B.A.D. Greatest Hits (antologia, 1995)  
 F-Punk (Radioactive, 1995)  
 

Superhits (antologia, 1999)

 
   
 

CARBON/SILICON (MICK JONES + TONY JAMES)

 
   
 

The Last Post (Audioglobe, 2007)

 
   
 

JOE STRUMMER

 
   
 Elgin Avenue Breakdown (1981)  
 Walker Soundtrack (1988) 
 Elgin Avenue Breakdown Revisited (postumo, 2005)  
   
 JOE STRUMMER & THE MESCALEROS  
   
 Rock Art And The X-Ray Style (Hellcat Records, 1999)

 


 Global A Go Go (Hellcat Records, 2001)

 


 

Streetcore (Hellcat Records, 2003)

 


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