Da alcuni anni in America, dall’assolata California fino al rovente sud e l’anonimo Midwest, è tutto un fiorire di giovani band neopsichedeliche con una propensione per il folk inglese dei tardi Sessanta condito con il classico istinto pop/lo-fi targato Malkmus, Robert Pollard o Wayne Coyne. Questo “rinascimento” musicale (i cui protagonisti ormai sono sulla bocca di tutti gli intenditori: Shins, Faun Fables, Beechwood Sparks, Vetiver) coinvolge oggi più che mai anche gli Impossibile Shapes, quartetto di Bloomington, Indiana, giunto con “Horus” al quinto tassello di un percorso sonoro ricco di interessanti sfaccettature.
Si tratta di un disco affascinante nella sua brevità, concisione, frammentarietà. La curiosità per l’immaginario mistico e pagano che domina la copertina (Horus è una divinità dell’antico Egitto) si riflette in testi altrettanto fantasiosi, popolati da lune, demoni, principesse. Il mood generale del lavoro privilegia una certa malinconia/nuvolosità della musica, di una decadenza dandy che stona un po’ con la primavera alle porte (solitudine e introspezione a go-go, quando razionalmente ci orienteremmo più volentieri verso proposte in linea con la stagione).
La band capitanata dal cantante/chitarrista/autore Chris Barth ci accompagna nei meandri di un sound avvolgente, sinuoso, fatto di chitarre elettriche acide ben intrecciate con una sezione ritmica elastica, aperta alle soluzioni d’arrangiamento meno ovvie. A far quadrare il Grande Cerchio Psichedelico ci pensa poi un sapiente uso di tastiere (piano elettrico, ma soprattutto organo) e una spruzzata di tromba e violoncello. Abbiamo fra le mani il lavoro più accurato, focalizzato e meno lo-fi, forse quello maggiormente accessibile: la velocità d’esecuzione è rallentata in favore di un maggior dinamismo strutturale, un’aria di sospensione sfilacciata che spesso cresce, fino a lambire territori di grandeur pittorica degni dei Love (basta ascoltare la tromba in “Forever Alone”), dei Coral (“Putrefaction”), piuttosto che di Bert Jansch (la ballata “The Princess”) o Devendra Banhart (“Sundance” sembra sfuggita dalla sua penna hippie).
Il percorso di indebitamento con le languide, notturne atmosfere freak-folk s’incrina ed esce dai consueti binari solo quando irrompe il treno in corsa di “Survival”, un ruvido numero di punk elementare in cui s’incontrano miracolosamente Buzzcocks e Velvet Underground. Barth canta con la schietta svogliatezza del ragazzo della porta accanto, rimanendo credibile anche se raramente autoironico mentre ci intrattiene con simpatica erudizione a proposito del dio Pan.
Pochi i momenti prettamente acustici, limitati alla splendida “I Move By The Moon” e la già menzionata “Sundance”, arricchita da un bel tappeto di violoncello.
“Horus” si rivela discreto e piacevole nei suoi barocchismi, ben suonato e rispettoso di una tradizione innervata di nuove sfumature, arricchita e trasformata con nuove idee.
Le melodie hanno bisogno di crescere con più ascolti, rivelando il loro potenziale di “hit minori” solo col passare dei giorni.
Teniamolo “in freddo” per il prossimo autunno, quando i sortilegi e gli incantesimi pagani avranno effetto su noi poveri indierocker.
Una curiosità poi riguarda la febbrile attività parallela: diversi membri degli Impossibile Shapes sono infatti rintracciabili in side project (NormanOak e Horns Of Happiness i moniker , rispettivamente, di Chris Barth e Aaron Deer, bassista/tastierista) o in qualità di elementi aggiunti di Songs:Ohia/Magnolia Electric Co, Coke Dares e John Wilkes Booze.
13/05/2020