Nella carriera degli Yo La Tengo, la scelta delle cover ha sempre avuto un significato molto particolare, a partire da quel dolce omaggio ai modelli del passato che Ira Kaplan e soci avevano voluto regalare agli esordi con il loro “Fakebook”.
La rilettura di “Take care” dei Big Star, posta in chiusura di “Summer sun” e affidata alla voce sottile di Georgia Hubley, appare dunque tutt’altro che casuale, visto che l’atmosfera del nuovo album degli Yo La Tengo sembra voler condividere lo stesso sorriso dolceamaro che illuminava il capolavoro della cult band di Alex Chilton, “Third”.
La strada della maturità, intrapresa con “And then nothing turned itself inside-out”, prosegue infatti per gli Yo La Tengo nella direzione di una progressiva dilatazione degli spazi e di un’intelligente contaminazione elettronica, anche se forse manca quell’obliqua ispirazione che aveva animato i momenti migliori del gruppo.
Scomparse ormai del tutto le distorsioni e i feedback del passato più “velvettiano” della band di Hoboken, che nel precedente album resistevano ancora nella sola “Cherry chapstick”, gli Yo La Tengo si spingono ora verso raffinate suggestioni jazzistiche e lounge , richiamando alla mente una versione più rarefatta degli Stereolab.
Tra fluttuanti strumentali come l’iniziale “Beach party tonight” ed inattese tentazioni funky, i momenti migliori vengono ancora una volta dalle suggestive aperture melodiche sussurrate da Ira Kaplan, come nelle tenui “Season of the shark” e “Tiny birds” o nelle più incalzanti “Don’t have to be so sad” e “Moonrock mambo”.
Il “party sulla spiaggia”, insomma, è pur sempre una festa notturna per gli Yo La Tengo, con la sabbia che conserva il ricordo dell’ultimo tepore del sole e l’orizzonte sconfinato del mare a segnare la dimensione dell’animo.
La sensazione, cullati dai miti raggi di questo “sole estivo” del New Jersey, è quella di ritrovarsi circondati da vecchi amici, poco interessati ad inventarsi rivoluzioni, ma animati soprattutto dalla voglia di ritoccare con qualche nuova pennellata un quadro (troppo?) familiare.
E anche se la poliedricità di “I can hear the heart beating as one” e il vigore di “Painful” (forse i momenti più alti della storia del gruppo) appaiono ormai irrimediabilmente appartenenti al passato, è comunque difficile staccarsi dal morbido abbraccio di questi vecchi amici.
30/10/2006
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