A due anni di distanza dal precedente, vendutissimo (ma deludente) "Bury The Hatchet", i Cranberries tornano con "Wake Up And Smell The Coffee", che segna anche l'esordio con la loro nuova etichetta, la Mca Records. Nella circostanza, Dolores O' Riordan e soci hanno voluto di nuovo accanto a sé Stephen Street (Smiths, Morrissey, Blur), il produttore dei primi due album della band irlandese. Gli arrangiamenti sono sempre piuttosto curati e incisivi, ma le atmosfere magiche dei primi due dischi sembrano solo un lontano ricordo. L'impressione, infatti, è che il "fuoco sacro" dei primi Cranberries si sia spento in una serie di nenie elettriche tanto orecchiabili quanto banali.
Al posto del folk-rock degli esordi, è rimasto un vuoto involucro pop, capace ancora di qualche tenera ballata (la romantica "The Concept", il lento in tre quarti di "Carry On") e ninnenanne accattivanti, come la conclusiva "Chocolate Brown". Ma troppi ritornelli sono scontati e lontani parenti di quelli che hanno reso celebre la band di Limerick. Dolores O' Riordan è un'interprete di razza, capace di acrobazie vocali degne della sua connazionale Sinéad O'Connor, ma non rischia più, preferendo limitarsi a un registro "soft". I momenti più duri sono resi da quel "wall of sound" chitarristico già sperimentato con successo in "Promises" (il loro miglior singolo degli ultimi anni). Fatta eccezione per l'invettiva ecologista di "Time is Ticking Out", si è spenta anche quella furia politica che aveva segnato un vero inno generazionale qual è stato "Zombie" – rabbiosa denuncia dei crimini contro i bambini nell'Irlanda del Nord.
Un ritorno all'insegna del pop più commerciale e prevedibile, insomma, per la band che contende ai Corrs il primato irlandese a suon di dischi venduti (già trentatré milioni). Dopo aver seppellito, insieme all'ascia, buona parte delle residue ambizioni rock in "Bury The Hatchet", i Cranberries invitano ora a rilassarsi, gustando un caffè talmente zuccherato da risultare, alla fine, stucchevole.
24/10/2006