La nostra chiacchierata con Gavin Friday si è svolta durante il festival “Il Rumore del Lutto”, nelle ore del live di cui cui potete leggere il report. E sembra appartenere a un altro mondo. Un mondo in cui c’era ancora Dave Ball, e che non sarà mai più lo stesso senza di lui. Il “rumore del lutto” in questo caso risuona per Dave. Ed è quello delle parole di un amico.
Bentornato, Gavin. È la prima volta che torni a suonare in Italia dopo 30 anni: che rapporto hai con il nostro paese?
Io amo l’Italia. C’è qualcosa che non va in un essere umano se non apprezza cibo e vino italiani! Le città sono splendide: Roma, Napoli, Bologna; adoro Milano. Bari è bellissima. Ho frequentato l’Italia più da turista e amante della cultura che da musicista. Proprio la settimana scorsa ho fatto un live streaming con Red Ronnie nel giorno del mio compleanno: ha mostrato in tv la mia “Caruso” di trent’anni fa… e mi sono detto: “Gesù, sono davvero 30 anni.” Detto questo, non sono mai stato sul “carosello” classico: disco ogni due-tre anni e tour. Dopo “Shag Tobacco” ho lavorato molto su colonne sonore, fatto collaborazioni interessanti, ho sempre lavorato, ma a modo mio. Con questo nuovo album ho deciso: voglio suonare. Non viviamo per sempre e il palco è il mio habitat naturale.
Arrivi per il festival “Il Rumore del Lutto”. Ti senti vicino alla sua ispirazione?
Ci sono due lati. Il “suono del lutto” in campagna è meraviglia: portare il cane in spiaggia all’alba, gli uccelli, il mare sulle rocce, senza telefono: è pura consapevolezza, anche nel dolore. In città, però, il “suono del lutto” è quello delle cattive notizie ovunque, la follia politica. Quindi ne vedo sia la bellezza sia l’ombra. C’è anche il dolore personale, ma possedere il proprio dolore è un atto positivo.
Andai in Kosovo durante la guerra, rimasi completamente scosso e fu l'inizio di un cammino che mi ha portato fino ad oggi
Guerra interiore e pace interiore
Sembra il punto di arrivo di un percorso di ricerca personale, lo è?
Si cambia con l’età - qualcuno diventa più saggio, se va bene. Mi ci è voluto tempo, forse perché per gran parte della mia vita ho reagito contro l’autorità, soprattutto contro la Chiesa cattolica. È stato un viaggio lungo, iniziato subito dopo il momento in cui mi ero separato, a fine anni 90. Andai in Kosovo, durante la guerra. Partii con due amiche per lavorare con Concern, un’organizzazione umanitaria. Vedere quella realtà mi ha completamente scosso. Dopo tre mesi là, decisi che era tempo di guardarmi dentro ed è stato l’inizio di un cammino che arriva fino ad oggi. Raramente parlo di cose personali nei miei dischi, tranne negli ultimi due. “Catholic” era segnato dalla morte di mio padre; "Ecce Homo" nasce dopo la morte di mia madre e di Hal Willner. I lutti che ho dovuto attraversare hanno aperto porte interiori.
Te la senti di raccontarmi del rapporto con i tuoi genitori?
Con mio padre il rapporto era difficile: lui era sempre fuori, poco presente, un uomo che non aveva mai davvero accettato la vita familiare. Così da ragazzino mi ritrovavo a “difendere” mia madre e questo non dovrebbe mai capitare a un figlio. Era un mondo duro, dominato dal cattolicesimo. Quando mio padre morì, però, riuscimmo a chiudere in pace. Aveva avuto un infarto, mi chiamò e volle parlare solo con me. Restai con lui diciotto ore prima dell’operazione. Mi chiese scusa per non avermi capito, per essere stato duro. L’intervento andò bene, ma tre settimane dopo morì. Fu una fine sorprendentemente bella per un rapporto tormentato. E col tempo ho capito che era una storia comune a molti uomini della mia generazione, cresciuti in una cultura repressiva, in cui gli uomini non mostravano affetto ai figli: “le coccole sono cose da donne”. Ma i ragazzi ne hanno bisogno quanto le ragazze. Io ero un bambino introverso, odiavo lo sport, amavo musica, pittura, teatro. Mio padre non capiva, per lui era difficile.
Con tua madre invece?
Con lei ho sempre avuto un rapporto meraviglioso. Ogni volta che ero a Dublino andavo a trovarla. Quando ero via, la chiamavo un paio di volte. Non era solo mia madre, era un’amica. Mi ha dato solo amore, comprensione e sostegno, anche nell’Irlanda cattolica degli anni Settanta. Quando a 16 o 17 anni fondai i Virgin Prunes, lei mi cuciva i vestiti per i concerti. Era la mia alleata. Di solito ci vedevamo due volte a settimana: un caffè, un pranzo, una chiacchierata. Sai com’è: anche a cinquant’anni resti “il bambino” per tua madre. Ti dà ancora il sacchetto con un paio di calzini e mutande, come se avessi appena lasciato casa. Quando mio padre morì, la vidi cambiare subito. Erano molto legati, e credo che non sia mai riuscita ad affrontare quella perdita. L’Alzheimer si insinua proprio da quella fessura invisibile, e ti porta via piano piano: la persona resta lì, ma lo sguardo è vuoto. Il corpo c’è, l’anima se ne va. Si torna bambini, si confondono i ruoli. Mi scambiava per chiunque: il marito, i fratelli, i vicini, il macellaio… “Chi sono io, ma’?”, chiedevo. E lei non sapeva rispondere. Sono stati anni durissimi. Qualcuno dice che c’è una “dolcezza” nel ritorno all’infanzia, ma per noi non è stato così. Era agitata, voleva “tornare a casa”, faceva e disfaceva valigie, usciva, spariva. “Amaranthus” è per lei: un omaggio e un addio. Lei amava davvero quel che cresceva nel suo giardino. È diventato il simbolo di lei.
Nelle tue parole c’è pace, ma l’ultimo album è duro. Come bilanci calma interiore e furia estetica?
C’è molta pace e molta rabbia. La pace è in brani come “When The World Was Young”: parla di uno sguardo verso il futuro duro e puro, anche se oggi tutto è difficile per i giovani e per chi fa musica. La rabbia è nata nel 2018, quando ho cominciato davvero a lavorare al disco: vedevo l’ascesa del fondamentalismo politico e religioso, il riflusso contro diritti e umanità. Nel 2020 ho fermato tutto per il Covid. Io detesto ogni fondamentalismo e credo che il compito di un artista sia scrivere ciò che nel mondo non va.
Da bambino sono stato trattato con crudeltà. Mi ha salvato la musica: era l'epoca del glam: Bolan aprì la porta, Bowie spalancò i cieli, grazie a lui potevo andare su Marte, fuggire da Dublino. Poi arrivò il punk e cambiò tutto: significava libertà
Ecce Homo
Dopo tanta sofferenza collettiva, persino “genocidi in diretta” sui social, siamo ancora capaci di compassione?
Sono un pessimista ottimista, ma alla fine credo nello spirito umano. Non possiamo ripetere gli orrori di cent’anni fa. Da irlandese cresciuto durante gli attentati a Dublino, ho imparato che l’unica via è deporre le armi e parlare, accettarsi. Forse anche per questo gli irlandesi sentono forte la causa palestinese, ci ricorda la nostra storia di morte, fame, emigrazione. Nonostante tutto, io continuo ad avere fede nell’essere umano, anche se siamo distratti da un mare di sciocchezze. E prego.
Eppure la tua esperienza con le istituzioni cattoliche è ancora oggi per te una causa di ribellione…
Hai ragione, ma spiritualità e istituzioni religiose sono cose diverse. Tutta la mia istruzione è avvenuta nell’Irlanda cattolica di Dublino, tra suore e Christian Brothers. Da bambino sono stato trattato con crudeltà. Sono rimasto silenzioso, chiuso, finché non è arrivata la musica. Era l’epoca del glam: Bolan aprì la porta, Bowie spalancò i cieli. Grazie a lui potevo “andare su Marte” e fuggire da Dublino. Bowie era un maestro: citava Burroughs, Genet, Ginsberg, nomi che a 12 anni non capivo, ma che poi ho imparato ad amare. Poi arrivò il punk, e cambiò tutto: “Due o tre accordi bastano. Se odi qualcosa, dillo”. Fu una rivelazione. Punk significava libertà. Grazie al punk ho imparato la curiosità: non dare nulla per scontato, viaggiare, conoscere. Mi ha portato in Europa, a scoprire Jacques Brel, Serge Gainsbourg, Bertolt Brecht, il jazz, la musica classica: era pura fame di conoscenza. E ancora oggi, a 65 anni, c’è dentro di me quel diciassettenne che vuole “essere sé stesso”.
Parliamo dell’iconografia queer e della messa in scena dello spettacolo: come lavori sull’aspetto teatrale?
Non mi piace “mostrare tutto subito”. Oggi molti alzano la gonna e mostrano le mutande troppo presto; meglio rivelare la caviglia, poi il ginocchio, e fermarsi lì. Io “indosso” le canzoni come abiti e divento i personaggi. Ho radici in Bowie, punk, avanguardia, ma come performer il riferimento chiave è Jacques Brel: suda le canzoni, diventa le storie. Nel live tratto la sessualità come estasi spirituale. Uso immagini religiose perché sono nato e cresciuto cattolico, ma come metafore umane, come “Stazioni della Croce” che in realtà parlano di due amanti intrappolati nel loro ciclo. “Lady Esquire” racconta il mio primo rapporto con una sostanza stupefacente, ma in realtà è un rito d’iniziazione alla libertà attraverso la musica. “Ecce Homo” esprime accettazione. La corona di spine non la indosso più: l’ho tolta. Ma le cicatrici restano.
Dal vivo suoni l’intero album, ma ci sono anche riferimenti al passato. Come scegli i brani da mettere in scaletta?
In base alla necessità di raccontarmi, ma anche spinto dall’esigenza musicale di cambiare degli arrangiamenti. I brani non devono essere copie del passato, devono avere una vita nuova e devo sentire l’esigenza di conferire loro questa veste inedita. Se provo questo impulso, allora è il momento di rimettere mano a una vecchia canzone.
Il brano che scritto per Sinéad O’Connor su "In The Name Of The Father" è tra le cose di cui vado più fiero. Ero molto amico di Sinéad. Quando è morta, ho pianto. Poi ogni radio, ogni pub, ogni casa suonava la sua musica: era la Lady Diana d’Irlanda
When The World Was Young
Hai mai pensato di suonare dal vivo “In The Name Of The Father”?
No, non l’ho mai suonata dal vivo: è troppo orchestrale… e non credo che Bono volerebbe da qualche parte per cantarla! Ho eseguito “Thief Of Your Heart” qualche volta. “In The Name Of The Father” e il brano scritto per Sinéad O’Connor sono tra le cose di cui vado più fiero. Ero molto amico di Sinéad. Quando è morta, ero a bere un tè: ho sentito il notiziario e ho pianto. Poi ogni radio, ogni pub, ogni casa in Irlanda suonava la sua musica: un lutto collettivo, come se fosse morta la “Lady Diana d’Irlanda”. Un’artista così non muore mai.
“When the World Was Young” di cui mi parlavi prima è una delle canzoni più struggenti del tuo repertorio. A chi è dedicata?
A me, a noi quando eravamo giovani. Abitavamo tutti sulla stessa strada. Io, Guggi, Bono. Ci incontravamo portando i vinili sottobraccio: Bowie, Roxy Music. Io avevo i capelli lunghi, gli orecchini, avevano una sicurezza che io non avevo. Forse perché andavano in scuole meno dure. Ma nacque subito un’amicizia. Tutti e tre avevamo rapporti difficili con i nostri padri. Fu questo a unirci. Bono perse la madre a 14 anni; Guggi veniva da una famiglia molto rigida e subiva violenza; io avevo mio padre assente. Tutti volevamo solo una cosa: uscire da lì. Ho scritto la canzone insieme a un altro grande amico, una persona speciale: Dave Ball, con cui ho realizzato tutto “Ecce Homo”. Negli anni 80 io e Dave passavamo molto tempo insieme a Londra, soprattutto a Soho, che era un luogo completamente diverso da oggi. E proprio a Soho, al mondo di “Non Stop Erotic Cabaret” ho voluto rendere omaggio in un altro brano di “Ecce Homo”: “Cabarotica”. Ero un grande fan dei Soft Cell: Dave Ball e Marc Almond hanno spinto i confini più di molti altri all’epoca. Con i Virgin Prunes avevamo lavorato prima con Colin Newman, ma volevamo un musicista più che un produttore “di etichetta”: qualcuno che capisse la nostra urgenza DIY. Così arrivò Dave per il nostro secondo disco. Era un periodo turbolento: la band si stava sciogliendo, anche i Soft Cell si stavano separando, il thatcherismo stringeva la presa in Inghilterra e l’Irlanda cattolica restava soffocante. Gli anni 80 non erano il decennio brillante che molti ricordano — erano difficili, duri, pieni di omofobia, sessismo, razzismo. Certo, c’erano anche segnali di liberazione: Bowie aveva aperto una porta, poi Boy George, Marc Almond, Jimmy Somerville, artisti che hanno salvato letteralmente vite, offrendo ai giovani queer qualcuno in cui potersi riconoscere.
Lavorare con Dave Ball è stato fantastico. Un uomo diretto, fisico. Un orsone, con una voce potente, ma la musica che esce da lui è minimalista e gentile
Me & Dave Ball
Com’è stato creare l’album con Dave Ball?
Non vedevo Dave dal 1985. Poi, circa dieci anni fa, mi scrisse: “So che ami i Suicide. Ti andrebbe di registrare una cover di 'Ghost Rider' per i 70 anni di Alan Vega?” L’ho ascoltato e ho detto subito sì. Abbiamo lavorato a distanza, poi ogni tanto lui mi mandava nuovi spunti ritmici: “Ti va di provare qualcosa sopra questo?” Per due anni ci siamo scambiati file. Io registravo voci e linee melodiche, poi le lasciavo lì, senza un progetto preciso. Finché, un giorno mi sono accorto che stava nascendo un disco. Ho raggiunto Dave, abbiamo lavorato un po’. A un certo punto gli ho detto: “Vieni a Dublino. Voglio dare al suono un’identità più mia, aggiungere archi, violoncelli, una dimensione orchestrale”. Volevo che l’album fosse widescreen ma con un cuore elettronico, teutonico, disciplinato. Dave è stato entusiasta. Era il 2019 quando ho deciso di completare testi e arrangiamenti. Poi, marzo 2020: eravamo in studio a mixare quando in tv iniziarono le notizie sulla pandemia. L’Irlanda ha reagito chiudendo tutto. Ho messo il disco “in frigo” per due anni, poi ho ripreso in mano i mix. Dave è diretto, fisico, un orsone, con una voce potente, ma la musica che esce da lui è minimalista e gentile. Io volevo aggiungere soprani e stratificazioni, lui teneva la rotta essenziale. Tutto molto naturale, senza tensioni: non un album di duo, ma un disco di Gavin Friday, co-scritto e co-prodotto con lui. È un lavoro “cinematografico”: amo creare mondi sonori, come Kate Bush o Tom Waits, dove entri e vivi all’interno di una storia.
Le persone che amano la tua musica vi entrano insieme a te, soprattutto in uno show dal vivo. Quando tornerai in Italia?
Tornerò in primavera, anche in Italia: ho iniziato ad annunciare date in Benelux e Irlanda, poi Regno Unito, e spero presto altre in Italia. Non sparisco più per trent’anni!
(26 ottobre 2025)