Filippo Uttinacci manca, sul piano creativo, di ambizione. Ma ha un notevole punto di forza: non sbaglia una parola. E raramente un motivetto. È una qualità che torna puntuale anche in “Calcinacci”, quarto album del cantautore. Un lavoro che si muove con sicurezza dentro coordinate ormai ben definite: it-pop rifinito e levigato, tra cantautorato anni Settanta, groove funky-disco ben in vista e una leggerezza che se non è wave poco ci manca.
Il tutto senza mai appesantire l’insieme: parole e suoni restano spigliati, quotidiani, mai pedanti. E capaci di giocare su immagini vivide con naturalezza, tenendosi a distanza da enfasi e analogie trite, ma anche – ed è una dote rara – da ammiccamenti sciatti e cali di tono.
Come già in passato, però, l’album funziona soprattutto quando accelera. Gli episodi almeno un po’ mossi sono quelli dove la scrittura gira meglio: “Casomai” mette in fila immagini azzeccate (“Ti aspetto ancora, come un fritto senza pastella/ Un sorriso senza mascella/ Un vestito senza modella/ Battisti senza Panella”) con piglio brillante; “Nulla di stupefacente” trova un equilibrio agrodolce su un’efficace chiave folk-pop; “Meno di zero” si regge su un ritornello irresistibile e uno sviluppo autoironico che prende di mira il valore (e il rito) della canzone stessa.
Quando invece i tempi si dilatano, il bilancio è più un cinquanta e cinquanta tra sentimentalismi illuminati da un qualche guizzo e brani decisamente più melensi. “Da qualche parte in Italia”, con i suoi saliscendi melodici e immagini sospese tra il romantico e il tecnologico, rientra nei primi; altrove invece si scivola verso soluzioni più pigre, soprattutto quando l’arrangiamento (archi in testa) prende una piega accomodante. Il caso più evidente è “Stupida sfortuna”, scelta per il festival: andamento lineare, melassa orchestrale, una canzone che sembra scritta col pilota automatico sanremese. Un peccato, perché a spuntarla è la prudenza, quando di numeri più capaci di svettare ce ne sarebbero stati.
Sul piano dei riferimenti, il disco prova qualche scarto rispetto al percorso più prevedibile. Le assonanze con Daniele Silvestri arretrano rispetto agli esordi; spuntano altri fantasmi, più scoperti: il basso cromatico e discendente di “Niente di particolare” sfocia in un sostanziale channeling di McCartney (o sarà Cremonini?); la strofa di “Tutto bene” cade in zona De Gregori (accordi eccedenti a parte); “Mitomani” flirta con Battiato e, alla prima strofa, sembra quasi una caricatura (ma è in realtà fra i pezzi più a fuoco, insieme d’altra parte agli altri due).
Le collaborazioni, sulla carta rilevanti, non vanno invece oltre alla promessa. I featuring con Tutti Fenomeni, Franco126 (che cofirma anche “Stupida sfortuna”) e la presenza non accreditata di Tommaso Paradiso in “Maledetto me” non danno ai pezzi una particolare spinta. Più determinante, anche se meno visibile, il lavoro con Pietro Paoletti (Golden Years), che supporta la scrittura e tiene insieme i brani suonando pressoché tutto — chitarre, basso, tastiere, batteria.
Alla fine, la carta vincente di “Calcinacci” coincide con il suo difetto principale: una scrittura pop che non inciampa mai, e che proprio per questo evita l’azzardo. Ogni pezzo sa esattamente cosa deve fare – e non fa molto altro. Il margine d’errore resta minimo; quello di sorpresa, pure.
17/04/2026