Sarebbe stato facile bollare Madame come una meteora, baciata da un successo notevole da giovanissima e destinata all’oblio nel giro di un paio d’anni. A quasi otto anni dal singolo “Sciccherie” che attirò le prime attenzioni su di lei, invece, ha costruito una carriera che ha pochi paragoni tra i suoi coetanei. In una scena italiana che mastica e sputa nomi e carriere a ritmo forsennato, Francesca Calearo ha saputo percorrere una traiettoria diversa, non senza difficoltà. Vincitrice di due Targhe Tenco ad appena 19 anni, passata due volte da Sanremo ancora acerba, si è tolta anche lo sfizio di scrivere, in veste di co-autrice, il brano vincitore all’Ariston del 2024, “La noia” di Angelina Mango. Con il secondo, ambizioso ed esplicito, album “L’amore” (2023) ha chiarito le proprie intenzioni come autrice: nessun ospite, molte nuove strade da tentare per trovare la propria cifra espressiva.
Questo terzo album, “Disincanto”, la vede tornare dopo un paio d’anni di minore esposizione mediatica, e sembra trovare una sintesi tra i primi due capitoli della discografia, anche grazie alla produzione guidata da Bias.
Che dovessimo prepararci a un album capace di distinguersi dalla fanghiglia del mainstream pop-rap lo ha chiarito immediatamente il singolo omonimo, “Disincanto”: un r’n’b elettronico che suona come un manifesto d’indipendenza dalle aspettative degli altri.
Io non vivo più con sotto le istruzioni
Tutto ciò che so spero che mi abbandoni
E sono mie, le bugie che mi hanno detto sono mie
Il male e il bene sono solo fantasie
L’introspezione e la riflessione sulla propria identità sono centrali anche nella successiva “Come stai?”, una sorta di seguito di “Voce” che alleggerisce il beat verso territori più ballabili, messi a contrasto con synth spettrali. In modo esplicito racconta della crisi dovuta all’improvviso e travolgente successo, la riorganizzazione della propria vita, gli effetti dell’interesse morboso del pubblico.
Vuoi sapere come ho sfruttato il successo io?
Vuoi vedere com’è la mia vita adesso, ho
Tutte cose che non credo ti interessino
Un compagno, un cane, una vita più lenta e no
In due anni non ho partorito un pezzo, sai
Sono stata in un ricovero per settimane
E non mi alzo se non con gli psicofarmaci
No, non sono un bell’esempio a cui affezionarsi
Uno dei due brani con ospiti, “Volevo capire”, vede intervenire Marracash, un altro che ha deciso di seguire una traiettoria tutta personale. Una canzone più dritta, con un ritornello che entra in testa senza rinunciare al messaggio. Molto più tormentata “Ok”, dal titolo amaramente ironico, una sfilata di cartoline del malessere depotenziata da un ritornello deboluccio. Il racconto del proprio percorso è centrale anche nella più malinconica “Rosso come il fango”, degna della penna del succitato Marracash.
Trova anche l’occasione di colpire duro le iprocrisie dell’attuale music business in “Mai più”, dove si nascondono riferimenti ad altri artisti e anche accuse importanti alla stampa musicale (“All’unico giornale di tutto il rap italiano/ Che si fa dare migliaia di euro per un articolo e mezzo” – spoiler: non parla di noi).
Gli aspetti più cantautorali sono stati ridotti ma riemergono nell’elaborata seppur breve “Bestia”, dove si dimostra cresciuta anche dal punto di vista vocale e interpretativo: aperta in punta di piedi su un pianoforte, diventa un balletto e prende corpo come una raffinata confessione nu soul chiusa da una tromba.
La stupidata dell’album è “Puttana svizzera” con Nerissima Serpe e Papa V, pop-trap esageratamente esplicita (“La mia gola ultimamente vede s– e pillole/ Penserà che mangio solo yogurt della Müller”), fuori posto e superflua. È la concessione più kitsch di un album che racconta e scava nell’anima, anche quando racconta del rapporto con la madre in “Allucinazioni” o ricostruisce una seduta di psicoterapia nella conclusiva “Grazie”, una toccante considerazione sul proprio dolore:
Ho interiorizzato il mio dolore così tanto
Da non trovarlo mai autentico com’è nato
Appena mi avvicino con la mano per sfiorarlo
Qualcosa mi allontana e sono io a farlo
Mi sentivo così sola da volermi pazza
Per sentire delle voci anche se immaginarie
Ma non è così grave, no, non è così grave
Paragonata al mondo la mia vita è straordinaria
In un marasma di album che sembrano playlist, “Disincanto” spicca splendidamente per la sua coesione, disitinguendosi perché ha qualcosa da raccontare e trova le parole, e i suoni, per farlo. Il disincanto del titolo è un approdo nell’età adulta che significa confrontarsi con i propri traumi, le psicopatologie, i tradimenti, i cambiamenti. Un esempio, più unico che raro, di personalità nel nostro panorama urban, una voce personale con una prospettiva unica.
23/04/2026