Pur furoreggiando nelle college radio americane degli anni 80 gli Young Fresh Fellows non sono mai riusciti ad andare oltre lo status di band di culto e probabilmente il leader Scott McCaughey è più noto per il progetto successivo Minus 5 condiviso stabilmente con Peter Buck e saltuariamente con vari membri dei Wilco, tutti musicisti che hanno raccolto molto di più del loro collega, il quale peraltro vanta il ruolo di “quinto REM” tra il 1994 e il 2011 oltre che di protagonista in svariati side project come Tuatara, The Baseball Project e Venus 3 a supporto di Robyn Hitchcock. Nonostante un curriculum di tutto rispetto non erano dunque in molti ad aspettare con trepidazione il ritorno della prima band di McCaughey che a più di quarant’anni dall’esordio si palesa con una forma invidiabile e un album che rilegge il sound di matrice anni 60 con la lente deformante e postmoderna tipica degli speculari 90, una formula forse non troppo innovativa ma che grazie a un’ispirazione insperata rifulge in un panorama musicale sempre più complesso e frammentato in cui ormai vale tutto.
Se l’iniziale “Overture” dipinge un paesaggio onirico attraverso arrangiamenti barocchi stile Beatles della raccolta blu ma allucinati da dei Flaming Lips grondanti jazz, la band ci riporta subito alla realtà con la successiva stilettata proto-grunge “I’m A Prison”, affilata e tagliente come un brano dei Wipers. Tuttavia la vena psichedelica successivamente riaffiora nei dettagli di diversi brani dal passo indie-rock storto (il refrain lisergico di “Killing Time In Union Square) o nell’accompagnamento del country ironico stile Camper Van Beethoven (“Three Gasconading Saints”) per poi esplodere definitivamente in “Death Becomes Us”, quasi una rielaborazione della leggendaria “Tomorrow Never Knows” con tutto l’armamentario allucinogeno a base di ritmiche ipnotiche, suoni in reverse e suggestioni raga in tripudio psych-pop pregno di rimandi sonori e concettuali (non a caso il brano dei Fab Four era ispirato al “Libro tibetano dei morti”).
Citazionista colto ed erede della grande stagione aurea del rock, ma anche affabulatore ludico, McCaughey riesce a divertire e scuotere l’ascoltatore alzando il ritmo con il brioso beat (“Destination” insieme a Neko Case) che si trasforma in scatenato garage-pop da party (“Whispering Hole”), ma al contempo dimostra una classe invidiabile e insospettabilmente raffinata nella struggente ballad pianistica “Books Don’t Burn Twice”, istant- classic che sfonderebbe in qualsiasi radio (non solo alternative), o nel forbito arrangiamento jazzato con spazzole e vibrafono di “Harpoon in the Hay”. A chiudere il cerchio dei riferimenti è la ballata finale “Exit Music/The Theme” in cui convergono le varie anime della band e che sembra provenire da una realtà parallela dove Lennon suona e canta insieme Wayne Coyne, per poi lasciare spazio a un suggestivo strumentale cinematico, concludendo un percorso dalle grandi ambizioni autoriali e saturo di un fascino a tratti allucinatorio pur codificato all’interno di un alveo pop sempre efficace e mai eccessivo.
Se “Loft” non sarà tra gli album di punta o tra i più attesi dell’anno, se non riscatterà totalmente la non troppa fortunata storia dei Young Fresh Fellows e del loro leader, mostra comunque il talento innato, a tratti geniale, e per nulla appannato di una band da (ri)scoprire assolutamente.