Dopo il collaborativo “Santana Money Gang” (2025) con la trapstar italiana per eccellenza, Sfera Ebbasta, e a qualche anno dalla doppietta dedicata ad angeli e demoni milanesi, Shiva punta in alto e prova a scrivere il suo “Vangelo”.
Sono lontani i momenti di apparente redenzione dopo i guai giudiziari, siamo allegramente (?) tornati ai luoghi comuni della trap che conosciamo bene in Italia da una decina d’anni.
È un album tronfio, che si prende molto sul serio e quindi suona talmente eccessivo da risultare a tratti caricaturale. Bisogna avere fin troppa autostima per aprire con un brano come “V per Vangelo”, una celebrazione sperticata di sé che ha perso quel pizzico di introspezione emersa in passato. Peggio, nuove minacce e vanterie sul non chiedere perdono: “Take 6” è la dimostrazione che tutti i problemi degli ultimi anni non hanno portato a un cambio di prospettiva, facendo ricadere tutto in una stucchevole narrazione che unisce biblico e megalomane, con pericolosi accostamenti a Cristo in “Risorgere”. Shiva diventa persino la dimostrazione che “Dio esiste”, un brano costruito senza batteria: roba da Kanye West, senza il genio di Kanye West.
Impostato spesso il pilota automatico, ecco altri brani trap fotocopia come “Polvere rosa”, “Peccati” (dove canta un po’ più del solito), “Spie”. La novità è nella produzione di un brano come “Obsessed” (feat. Anna), chiaramente ispirata al Timbaland di vent’anni fa, con i suoi ritmi affollati e stratificati. L’impressione che ci sia questa ispirazione è travolgente in “Mayday” (feat. Lazza e Sfera Ebbasta).
Il lato più pop-rap è ben rappresentato da “Bad bad bad” (feat. Geolier), perfetta per i primissimi amori ma inservibile per un pubblico di maggiorenni.
Le collaborazioni sono sostanzialmente ordinarie, con il solito Kid Yugi che ruba il brano al titolare in “Babyface”. L’unica stravaganza è Tiziano Ferro in “Bacio di Giuda”, il momento più r’n’b ma non esattamente indimenticabile.
Il meglio arriva solo in chiusura, con “Coscienza”. Finalmente, una canzone sincera in cui Shiva che si espone e si mette a nudo. È come avrebbe potuto essere tutto l’album, magari senza cambiare la storia del nostro hip-hop ma almeno per rappresentare il racconto di un uomo che fa i conti con il proprio passato e i propri traumi. Così, invece, “Vangelo” è un’autoassoluzione che fa molto poco per uscire dai modelli conosciuti e ormai noiosetti della nostra trap.