Taking Tiger Mountain (By Strategy), il caleidoscopio rock del non musicista

15-03-2026

I'll burn my fingers, burn my toes
Burn my uncle, burn his books
Burn his shoes, cook the leather
Put it on me, does it fit
Me or you?
It looks tight on you

Il musicista, produttore e compositore britannico Brian Eno è una delle figure decisive del rock tutto, per cui credo non ci sia bisogno di ulteriori presentazioni.
Basterebbe pensare soltanto alle collaborazioni con i vari Roxy Music, Matching Mole, Lady June, John Cale, Nico, Genesis, Quiet Sun, Penguin Café Orchestra, Jan Steele, Ultravox - niente da fare, l'elenco è infinito - per capire di che pasta sia fatto. Tutto si può dire, tranne che il non-musicista non abbia fatto una bella gavetta prima di essere riconosciuto come il fiore all'occhiello dell'ambient music. Eppure, il suo variegato lato pop rock è ancora oggi poco discusso, se non a malapena accennato per via della sua impronta fondamentale nell'esperienza berlinese del Duca Bianco di fine degli anni Settanta.

Dopo un esordio ammirevole come quello di "Here Come The Warm Jets" (Island, 1974), che rende l'artista “assolutamente libero” - per dirla alla zappiana memoria - di poter esprimersi nella sua vasta creatività, arriva una bolla di astrattismo che supera e non poco l'attitudine teatrale del già citato debutto in studio. "Taking Tiger Mountain (By Strategy)" (Island, 1974) è quella guida che l'ascoltatore ha atteso poiché venisse da lui e lo prendesse per mano. Quel monolite di kubrickiana memoria che brilla di luce propria e altro non riflette se non il suo modernismo, pervaso da una profonda analisi della struttura del brano pop tipo. Difatti "pop" diventa un vero e proprio termine-ombrello che include dentro sé una marea di contaminazioni sulla musica a venire.
L'introduzione "Burning Airlines Give You So Much More" catapulta l'ascoltatore in un contesto leggero e fluttuante, seppur maniacalmente architettato, nel quale il fascino sensuale del glam-rock sposa la psichedelia più melodica, concordando la stesura di un sound a dir poco post-moderno per l'epoca, nonché facilmente riconoscibile. I morbidi sintetizzatori giocano emotivamente su una nostalgia embrionale, mai vissuta, ma che trasmette tuttavia un effetto agrodolce non indifferente.

Brian Eno - Taking Tiger Mountain (By Strategy)


Se nel precedente lavoro del musicista inglese bisognava ancora aggiustare il tiro, il tutto dovuto in gran parte all'esperienza ereditata dai Roxy Music, in "Taking Tiger" egli è libero da ogni convenzione artistica. Qui si fa la storia e Eno ne è il protagonista. Ad ammaliare notevolmente è il contrasto tra le mode musicali occidentali e il richiamo all'estetica orientale, sintomo di un cambiamento culturale in affermazione, palesato dalle liriche finali.
Dai velati riferimenti alla Guerra del Vietnam, l'avventurosa "Back in Judy's Jungle" si imprime di un immaginario favolistico, ridimensionato alla realtà bellica del suo protagonista, uno squadrone ingabbiato in una giungla fuori dal mondo, privo di informazioni e alquanto confuso sul destino del suo intervento nel posto: Eno rallenta i ritmi del brano, li scioglie in acidi di synth e regala una performance corale di tutto rispetto.
L'ipnotica "The Fat Lady Of Limbourg" ci rende testimoni delle elevate capacità narrative di Eno, qui a ridosso di una trama sospesa nel tempo, tra momenti di tensione glaciale ed elementi noir. Il clima notturno del pezzo, i cui fiati riecheggiano il meglio della scena di Canterbury, conferisce un ulteriore senso di spettralità che tende ad incupirlo ancor di più.

There are tins, there was pork
There are legs, there are sharks
There was John, there are cliffs
There are Mother, there’s a poker
There was you
Then there was you

La nucleare ”Third Uncle” viene introdotta dal basso fremente di Brian Turrington - tra gli arrangiatori del pezzo - e in seguito scandita dalla batteria corposa di Fred Smith (Third World War).
L’atmosfera parla chiaro. Il rock, per come lo conosciamo, non esiste più: la fusione tra le percussioni primitive di un Robert Wyatt in formissima e i ritmi nervosi del pezzo rendono questi tra i più ingegnosi e ricchi di suspense di tutto il repertorio eniano, pop e non. Il produttore britannico butta giù un testo apparentemente nonsense e ai limiti del dadaismo, nel quale l’esteso elenco di persone, animali, oggetti, dettagli e situazioni sfugge dalla costante attenzione su un essere indefinito. Un feedback sonoro anticipa l’abbaio funesto della chitarra elettrica di Phil Manzanera, qui ai limiti dell’isteria. La traccia si dissolve con una furia mai udita sino a quel momento, attimo che anticipa la schizofrenia dei tempi moderni nella maniera più macabra possibile. Che tutto ciò sia semplicemente un racconto astratto volto a far emergere ricordi di ogni tipo e inevitabilmente confondere l’ascoltatore sul suo significato?
Indipendentemente da ciò, “Third Uncle” vien fuori come una delle prime vere tracce da musicista outsider, un ordigno esplosivo impossibile da disattivare in tempo: Eno butta dentro un secchio tutti i generi che gli vengono in mente e, grazie all’aiuto di grandiosi musicisti, rende al meglio la sua idea di multiculturalismo musicale, impattando responsabilmente sul futuro della musica rock, dal noise (dagli Half Japanese in giù) alla “non oscillazione dell’onda” (movimento no wave). Nel 1982, i Bauhaus omaggeranno il pezzo, in chiave prettamente post-punk, nel loro album “The Sky’s Gone Out”.

Brian Eno


Tra la psichedeliabarrettiana e il carattere morbosamente trasognato dei Velvet Underground, l'infantile "Put A Straw Under Baby" funge da ninna nanna del disco. Realizzata in collaborazione con la Portsmouth Sinfonia, orchestra fondata dal compositore britannico di musica d'avanguardia Gavin Bryars, la traccia scalda il cuore per la sua innocenza. Eno distorce la melodia e si appropria della sua stranezza.
Invece, la successiva "The True Wheel" è pura new wave. Avvolta dalle voci bianche di Randy & The Pyramids, la canzone viaggia nella sua impronta cabarettistica che ormai fonde qualsiasi cosa, dall'art rock di prima categoria a un complesso pop-glam. L'eccitante riff di chitarra entra definitivamente nella storia del rock. E dopo un radicale cambio ritmico e atmosferico, prova dell'evoluzione progressiva del pezzo, questi si dissolve con le splendide percussioni di Wyatt.
La verve funkeggiante di "China My China" rievoca l'immagine di una nazione in continua contraddizione con sé stessa. Iconico l'assolo di "macchina da scrivere" a metà brano, ulteriore prova di come gli assalti sperimentali di Eno all'interno delle sue composizioni pop-rock riescano ancora oggi a colpire per la loro ingegnosità. Ultima, ma non meno importante, l'indimenticabile title track: dalle sonorità sparse e travolgenti, avvalorate da un sapiente uso dell'effettistica sonora e da un'affascinante arrangiamento, l'impatto che suscita è profondamente legato alla fine di un viaggio: melanconico, desolante ma al contempo memorabile e incontrastato.

Che sia l'ora di dirsi addio? Ne dubito fortemente. Per tale motivo, un'opera come "Taking Tiger" andrebbe riascoltata all'infinito. Se fosse una dinamite, bombarderebbe senza dubbio la vostra noia.

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