Marco Malasomma chiude il suo personale percorso dentro il mondo distopico del “1984” di George Orwell con “UMA”, conclusione di una trilogia destinata a restare nella memoria dei cultori della musica elettronica industrial italiana. Se “Jura” (2018) e “Neolingua” (2024) erano completamente immersi nel testo di Orwell, fungendo da potenziale monito per un’umanità perduta, “UMA” espande il suo orizzonte uscendo definitivamente dalla letteratura che immagina future distopie, per entrare nella distopia che si è realizzata sotto i nostri occhi. Intelligenza artificiale, guerre infinite, algoritmi che dominano la nostra vita, aerei senza pilota, droni, investimenti infiniti nelle armi, sorveglianza capillare mediata dagli smartphone, potere delle multinazionali senza alcun limite, verità e menzogne che si intersecano continuamente tra loro e vengono utilizzate per il mero scopo del profitto.
Come ci dice lo stesso Malasomma: «Non abbiamo più bisogno di immaginare un Grande Fratello o una Neolingua: viviamo già al loro interno». In questa distopia non più immaginaria, ma pienamente realizzata, che potrebbe essere più simile a quella de “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley che a “1984” di George Orwell, Malasomma evoca una decima musa nata dall’intelligenza artificiale che si aggiunge alle nove muse classiche della mitologia greca, appunto Uma. Se le nove muse greche servivano a ispirare, ognuna, una diversa arte, Uma è generata da un algoritmo ed è l’essenza dell’epoca della post-verità, nata dalle migliaia di chiacchiere che ogni giorno inondano le Tv, i social e i giornali. Malasomma manipola registrazioni di Tg e reportage giornalistici, deformandole e inondandole di percussioni per dare ritmi marziali e post-industriali, quasi a rappresentare l’inquietante avanzata delle macchine e dell’intelligenza artificiale.
“Euterpe”, la musa della musica e della poesia lirica, apre col canto di Cluster C (progetto della cantante pugliese Maria Di Tullio), che presta la sua magnifica voce come strumento su ritmi IDM, creando un forte senso di straniamento tra una voce cristallina e il paesaggio austero creato da Malasomma. “Clio” (la musa della Storia) è il brano che potrebbe essere il manifesto del disco. Corni in lontananza, batteria che si ripete ossessivamente, parole incomprensibili gettate nel caos: la storia smette di essere generata dall’uomo, ma viene elaborata dall’IA, che la crea e la distrugge a suo piacimento, come in “1984”. “Melpomene” (la musa della tragedia) è il brano più lungo e suona come un requiem (campane a dettare un tempo lentissimo), commovente e quindi umano, che viene passo dopo passo sostituito da ritmi robotici che soppiantano ogni emotività. Altri brani cambiano registro, come “Erato” (la musa della poesia amorosa ed erotica), arricchito dall’oud di Shahd Awayed, ancora una volta una contrapposizione tra l’aspetto emotivo umano e il gelo dell’elettronica creata dagli algoritmi.
Non più un monito (inascoltato), come potevano essere i due precedenti dischi della trilogia, “UMA” è la colonna sonora della contemporaneità, una musica paragonabile a un’istantanea del periodo di transizione tra umano e postumano.
13/07/2026