I primi esperimenti del giovane Ghersi
Durante gli anni Dieci del secondo millennio un buon numero di producer illuminati ha intrapreso il complesso lavoro di elaborazione di una nuova grammatica per la musica elettronica. Un percorso di radicale destrutturazione della materia che ha originato un filone denominato “post-club”: sound design al servizio della musica da ballo per un’inedita club music sperimentale. Alcuni agitatori della scena, quali Arca, Holly Herndorn, Aisha Devi e Amnesia Scanner, sono riusciti ad acquisire rilevanza, considerazione e autorevolezza, grazie alla capacità di decomporre e ripensare il mondo dei beat secondo una visione inedita, con un atteggiamento che potremmo definire “punk”, rinnovando un lessico da tempo ristagnante per rilanciarlo verso ignoti scenari in divenire, ancora tutti da esplorare e decifrare.
Alejandra Ghersi Rodriguez, nata Alejandro nel 1989 a Caracas, Venezuela, a diciotto anni è a New York per studiare al Clive Davis Institute of Recorded Music. Ha già iniziato a creare musica eccentrica in cameretta, con un sound frammentato, ricettivo di numerose influenze, l’inevitabile risultato degli spostamenti e della curiosità del giovane Ghersi. Compone brani di elettronica astratta usando campioni craccati raccolti in rete: setacciare montagne di materiale audio diviene presto il suo passatempo preferito. Si affaccia sul palcoscenico musicale nel 2006, sotto lo pseudonimo Nuuro, utilizzato per pubblicare due album di canzoni ancora “convenzionali”, All Clear (2006) e The Reddest Ruby (2009), più una serie di Ep caratterizzati da un electropop ancora molto acerbo, melodico e sognante, influenzato tanto da artisti avanguardisti come Bjork e Aphex Twin quanto dalla musica pop venezuelana più legata alla tradizione. Il progetto Nuuro ottiene un discreto successo nel circuito indie venezuelano, finendo in diverse rotazioni radiofoniche locali e in qualche campagna pubblicitaria per brand giovanili, conquistando una certa popolarità.

Nel 2011, percependo quanto quel pop melodico e convenzionale non rispecchi più la sua identità e la sua voglia di ricerca, Ghersi decide di accogliere il caos nel proprio “songwriting”, imprimendo una svolta determinante al proprio percorso. Da quel momento il suo nome d’arte muta in Arca. La primissima pubblicazione, nel 2011, è il mixtape Baron Foyel, seguito nel 2012 dagli Ep Barón Libre, Stretch 1 e Stretch 2, pubblicati per l’etichetta newyorchese UNO. Si tratta di progetti che rappresentano la genesi del nuovo suono mutante di Ghersi, nei quali segna l’inizio della propria evoluzione da crisalide in farfalla, gettando le basi di quello che sarà presto riconosciuto come il “suo” suono elettronico: ibrido, astratto, decostruito. Sia Baron Foyel che Baron Libre contengono la traccia “Little Now A Lot”, un sample della quale sarà sfruttato nel 2018 per comporre “Arisen My Senses”, brano co-scritto e co-prodotto insieme a Bjork per l’album Utopia. Pubblicato ad aprile del 2012, l’Ep Stretch 1 si muove su coordinate downtempo, a tratti rarefatte, che ricordano le atmosfere oscure di Burial e dei Massive Attack. “Doep” è trip hop che guarda allo stile di Tricky, “Focus” un brillante esempio di traccia farcita di suoni sghembi (occhio al pianoforte), beat rallentati e voci manipolate, “Ass Swung Low” un visionario esperimento di dubstep scarnificata. Stretch 1 stabilisce un salto in avanti decisivo rispetto alla fase Nuuro: siamo ancora al cospetto del formato “canzone”, ma l’impostazione scandaglia gli ultimi vent’anni di musica elettronica per sintetizzarla e scagliarla verso il domani, fondendo sperimentazione e melodia.
Stretch 2, diffuso ad agosto 2012, completa il periodo transitorio, mostrando un ulteriore step evolutivo. Arca mostra sicurezza e maturità artistica nel manipolare i generi a proprio piacimento, unisce beat hip hop deformati, ritmi instabili, voci aliene, per un viaggio sonoro claustrofobico ma profondamente armonico. La partenza è spigolosa e aggressiva: “Self Defense” inizia come fosse una traccia dei Prodigy, l’incipit di “Fortune” sembra rubato a Prince, ma l’atmosfera generale è opprimente, non lineare, ricca di suoni taglienti. Dopo l’ossessiva “2 Blunted”, la parte centrale di Stretch 2 assume un taglio decisamente ipnotico, con i ritmi che rallentano, avvicinandosi a una forma di psichedelia futuristica che raggiunge lo zenit in corrispondenza delle due tracce conclusive, “Meditation” e “Manners” (splendidi i pizzicati di kora, campionati dal brano “Salaman” di Toumani Diabaté e Ballaké Sissoko, dall’album New Ancient Strings del 1999), vera delizia per gli ascoltatori che avranno saputo superare i passaggi più ostici disegnati dalle tracce precedenti. L’impegno di Arca inizia ad essere quello di spingere i suoni fino al limite, rendendoli elastici, fare in modo che i brani mutino repentinamente, in modo imprevedibile: malinconici un istante prima, totalmente psicotici subito dopo. E’ chiaro quanto il suo obiettivo primario non sia certo quello di mettere l’ascoltatore a proprio agio, bensì di sfidarlo, sorprenderlo, annientarlo.

Un ulteriore upgrade viene compiuto attraverso l’ibridazione di Idm e beat hip hop compiuta in &&&&& (pronunciato Ampersand), diffuso originariamente in download gratuito su SoundCloud nel luglio 2013 come mixtape autoprodotto e successivamente pubblicato su supporto fisico nel 2020 via PAN. &&&&& rappresenta il primo punto di svolta nella carriera di Arca, lì dove inizia a spezzare i confini del beatmaking tradizionale per contribuire a codificare la grammatica di quella che sarà denominata “deconstructed music”, un modo alternativo per definire il “genere-non-genere” post-club. Realizzato in contemporanea alla produzione e alla scrittura di quattro tracce contenute nell’album Yeezus di Kanye West, &&&&& è un flusso di 25 minuti diviso in 14 brevi tracce, accompagnato dalle inquietanti immagini digitali ideate dal visual artist Jesse Kanda. Un’opera ancora frammentaria, dalla quale si iniziano però a intravedere le idee di Ghersi: prendere gli schemi ritmici dell’hip-hop, del reggaeton, del dubstep, del grime, ridurli in macerie ed estrarne l’ossatura. Arca decompone, deforma, avanza a scatti, interrompe, lascia esplodere bassi sub-armonici, poi silenzi improvvisi, riavvio, percussioni metalliche, lamiere contorte. La musica da club viene fatta a pezzi, fusa con l’industrial e ricomposta attraverso una sensibilità tutta nuova. A colpire è soprattutto la varietà stilistica, come ci trovassimo all’interno di un frullatore di generi musicali.
Arca si dimostra abile anche nell’alternare aggressività sonora e momenti di pura grazia, con i sintetizzatori che creano melodie ricche di accenti decadenti, arricchite da note di pianoforte spettrali che si spingono fino ai confini con la musica da camera. La voce umana appare sotto forma di campioni vocali irriconoscibili, stirati, rallentati o accelerati fino all’eccesso. Il suono non è mai statico: ogni elemento sembra vivo, organico, in perenne mutazione e decomposizione. Anticipando le tematiche esplicite di fluidità di genere e mutazione corporea che avrebbero poi definito i suoi step successivi, &&&&& ne posa le fondamenta visive e concettuali, un biglietto da visita per l’universo tecnologico di Arca, nel quale è possibile scorgere ciò che sarebbe poi diventato. Non troppo disturbante, in &&&&& nulla è ancora portato fino all’esasperazione: Arca produce un sound notturno e urban, a tratti drammatico, che si muove fra hip hop, dubstep e ambient, opportunamente deturpati. Troppo deviato per essere considerato “pop”, non ancora così avant per poter contrassegnare il sound del futuro, che però a sprazzi si presagisce, fra le mitragliate ritmiche (diventeranno un trademark) di “Obelisk”, adagiate su un morbido pianoforte neoclassico, una “Pinch” che rasenta lo sconfinamento verso territori avant-jazz, “Coin” che appare come una deriva di stampo psichedelico in grado di richiamare i lavori di Flying Lotus.

Sempre nel 2013 Arca plasma da dietro le quinte l’identità sonora di opere importantissime e di grande successo. Cura la produzione di The Redeemer, il primo album del musicista britannico Dean Blunt, inoltre produce ed è co-autore di tutte le tracce contenute in EP2 di FKA Twigs e, prima di questi progetti, come già accennato, partecipa alla scrittura e alla produzione di quattro tracce contenute in Yeezus di Kanye West.
Quando West scopre i mixtape di Arca, la convoca d’urgenza come consulente di produzione per l’album in lavorazione. Molti dei beat destrutturati e industriali di Yeezus derivano direttamente dai bozzetti sonori di Arca. Nel brano “Hold My Liquor” Arca figura come co-produttrice principale: le texture sintetiche, i bassi distorti e i dettagli sonori destrutturati che sorreggono le voci di Chief Keef e Justin Vernon portano interamente la sua firma. In “Blood On The Leaves” e “Send It Up” Arca lavora fianco a fianco con Kanye West per manipolare la struttura ritmica, inserendo un sound metallico e aggressivo tipico della sua estetica dell’epoca. Risulta come co-produttore anche in “I’m In It”.
Queste prestigiose collaborazioni iniziano a far parlare di Arca in maniera diffusa appassionati di musica e addetti ai lavori, e lo fanno ancor più delle prime produzioni diffuse a nome proprio. Resteranno lavori seminali, riferimenti ai quali molti altri artisti guarderanno con curiosità e spirito emulativo, in alcuni casi chiedendo l’intervento in prima persona dello stesso Ghersi per ottenere risultati similari.
Contributi fondamentali alla definizione del concetto di “post club”
Trascorrono pochi mesi e nel 2014 per la Mute Records esce Xen, da tutti riconosciuto come il primo vero album di Arca, la dichiarazione d’intenti di un’intera rivoluzione estetica. Ghersi trasfigura la propria psiche concependo un’opera spiazzante, fluida e radicalmente personale. Il titolo dell’album prende il nome da Xen, un avatar senza genere, l’alter ego visivo non binario creato in stretta collaborazione con l’artista digitale Jesse Kanda, oramai abituale collaboratore della producer venezuelana. Immaginato come una figura umanoide e androgina dalle forme sinuose e deformate, Xen è il filo conduttore visivo e concettuale del disco, rappresenta la neutralità di genere, la liberazione dai vincoli del corpo fisico e la rappresentazione tangibile di un’ansia identitaria trasmutata in arte. Nelle canzoni che compongono Xen, il supporto tecnologico diventa una protesi emotiva, organica, carne viva, il mezzo attraverso il quale demolire le strutture convenzionali dell’elettronica da club per poi ricomporle in una forma mutante, asimmetrica, imprevedibile. Ovunque si scorgono sintetizzatori contorti, percussioni metalliche, bassi compressi fino al limite della distorsione, eppure sotto questa superficie abrasiva, emerge costantemente una forma di romanticismo decadente. Un contrasto fra violenza e grazia che si spinge fino ad accogliere l’influenza della musica da camera e del pianoforte classico, contaminati da micro-campionamenti e pitch-shift esasperati. Le melodie restano sospese in una costante sensazione di vulnerabilità, prive per il momento della voce umana, pressoché assente o ridotta a frammenti spettrali indecifrabili: è l’architettura dei sintetizzatori stessi a farsi voce, urlo, respiro.
La manipolazione dei timbri e la gestione dello spazio sonoro sono magistrali. Il sound design appare rivoluzionario, lasciando un’impressione di tridimensionalità. In “Thievery” si affaccia una prima rivisitazione del reggaeton, sintesi che sarà perfezionata negli album successivi, “Held Apart” serba la purezza neoclassica di Sakamoto, “Xen” e “Tongue” flirtano con l’industrial, in “Family Violence” il movimento frenetico degli archi riesce a visualizzare una scena di cruda drammaticità, “????? A” e “????? B” sono due bonus track incluse pochi mesi più tardi in un’edizione espansa, ridenominata “???? Edition”. Uno dei principali motivi per i quali Xen si lascia ricordare è che risulta uno dei primi album di musica elettronica d’avanguardia degli anni Dieci a tradurre le tematiche di fluidità di genere e mutazione corporea in pura struttura musicale, contribuendo in maniera determinante a far assurgere Arca a bandiera della cultura queer. Pur mostrando grande coerenza visivo-sonora (l’unione tra le produzioni di Arca e le animazioni di Jesse Kanda dà vita a uno dei connubi multimediali più riusciti del decennio), la totale assenza di strutture tradizionali, unito all’andamento breve e frammentario delle tracce, rendono l’album una sfida ostica da affrontare. Xen viene comunque riconosciuto come uno dei pilastri fondanti del suono “post-club”, un momento cruciale nell’evoluzione dell’elettronica sperimentale contemporanea, un manifesto di bellezza mutante che non solo ha contribuito a definire il suono degli anni a venire, ma ha aperto la strada all’esplorazione di un’espressività queer priva di filtri e compromessi, in grado di riflettere un profondo senso di ansia e al contempo di liberazione.

Ma si tratta soltanto di un ponte verso l’incontenibile e impegnativo Mutant, pubblicato a novembre del 2015, l’album più ostico di Arca, un organismo instabile e in continua evoluzione, attraverso il quale Ghersi espande e radicalizza le intuizioni del disco precedente, abbandonando quasi del tutto la forma-canzone tradizionale per abbracciare un caos scultoreo e profondamente emotivo. L’opera si presenta come una vera e propria esplorazione dell’identità, del corpo e della trasformazione. Fin dalla traccia d’apertura, “Alive” (jungle stroboscopica con un malinconico substrato ambientale), l’ascoltatore viene scaraventato in un paesaggio sonoro dove sintesi granulare, percussioni metalliche, ritmiche convulse e frammenti melodici astratti convivono in costante tensione. I brani non seguono strutture classiche: nascono, si ramificano, collassano su sé stessi e mutano forma così, senza preavviso, rendendo il titolo dell’album una perfetta dichiarazione d’intenti. Arca, ormai consapevole dei propri obiettivi e perfettamente padrone dei propri mezzi, manipola il suono con una precisione chirurgica; l’utilizzo di bassi distorti, campionamenti organici, rumori industriali e frequenze estreme crea una suggestiva texture dai tratti cubisti.
Ma la vera forza di Mutant risiede nella sua capacità di alternare momenti di pura aggressione sonora (come nei sette minuti e mezzo della title track, una trama di club music selvaggiamente rallentata e deformata, che racconta proprio un percorso di trasformazione, dall’ansia iniziale all’estasi conclusiva) a squarci di struggente bellezza e vulnerabilità (“Sinner”, con le sue note sospese di pianoforte, “Else”, quasi un esercizio di musica da camera). In un ambiente continuamente auto sabotato, ma pregno di spunti sofisticati, trovano dimora anche dimostrazioni di post-dubstep (“Vanity”, “Snakes”, Enveloped”), retaggi di etno-folk futuristico (“Umbilical”) e ambient music costruita con incisi di campionamenti prolungati fino a diventare droni (“Hymn”, “Extent”). La lunghezza (oltre un’ora) e la frammentarietà dei venti brani in scaletta non contribuiscono certo a rendere l’ascolto semplice, ma il disco ha il pregio di mantenere una coerenza narrativa impressionante, guidando l’ascoltatore attraverso uno stato di metamorfosi costante. Un lavoro fondamentale per comprendere l’evoluzione della deconstructed club e dell’elettronica d’avanguardia degli anni Dieci, che conferma Arca come una delle menti più audaci e visionarie della musica contemporanea.

Sempre nel 2015 Arca prosegue in parallelo il suo dedalo di collaborazioni, apportando un contributo significativo alla realizzazione dell’album di Björk Vulnicura, diffuso il 20 gennaio. Arca subentra a canzoni e arrangiamenti d’archi già scritti da Björk per aiutarla a tradurre in suono il dolore del suo divorzio, scolpendo beat elettronici scuri, asimmetrici, spezzati, che sanguinano come ferite aperte, in contrasto con la solennità degli archi. Tracce epiche e strazianti come “Black Lake” e “Family” portano la firma del sound design metallico ed evocativo tipico della prima Arca, accreditata come co-produttrice in sette tracce e come co-autrice in due.
Nello stesso anno Arca cura la produzione la registrazione, il missaggio, e partecipa alla scrittura di due tracce contenute nell’Ep Hallucinogen della cantante statunitense Kelela, pubblicato nel mese di ottobre. Arca collabora anche con lo stilista e musicista Shayne Oliver, formando il duo Wench: insieme compongono Sheep, diciassette minuti di plastiche industriali e campionamenti che frullano di tutto, da Bjork a Robert Wyatt, musiche utilizzate dall’azienda di moda Hood By Air per fungere da sottofondo in occasione di un evento ospitato da Pitti Uomo. Nel 2017 pubblicheranno altri due brani, “Elmo” e “Sick”, in esclusiva per Tidal. A luglio 2016 Arca diffonde il mixtape Entranas, preceduto dal singolo “Sin rumbo”; nello stesso periodo collabora con Frank Ocean al brano “Mine”, incluso nel visual album Endless, pubblicato il 19 agosto.
L’imprendibile Alejandra: continui cambiamenti di prospettiva
Con il suo omonimo terzo album, diffuso il 7 aprile del 2017, Arca segna una nuova svolta radicale, e intima, nel suo percorso artistico. Dopo aver definito nei precedenti lavori un suono fatto di elettronica decostruita, percussioni industriali e paesaggi sonori astratti, Arca (il disco) sposta il focus verso l’elemento umano, mostrando la propria autrice in tutta la sua vulnerabilità. La producer venezuelana questa volta abbandona le soluzioni quasi esclusivamente strumentali per tornare a mettere la voce al centro dell’opera, cantando prevalentemente in spagnolo ed attingendo dalla tradizione della tonada venezuelana e delle canzoni d’amore più dolenti. Il risultato è un lavoro lirico, profondamente catartico, nel quale il dolore, la sensualità e la devozione emotiva si fondono in un’unica esperienza d’ascolto. La voce di Arca, non addolcita da troppi orpelli, ma spinta verso registri drammatici ed espressivi (“Miel”), domina la scena, interpretando testi intrisi di desiderio e sofferenza, trasformando l’album in una confessione a cuore aperto, un cuore che sanguina. La produzione non abbandona i timbri metallici o le frequenze estreme del passato (“Urchin” ne costituisce un riuscito esempio), ma li ammorbidisce per mezzo di sintetizzatori quasi operistici, archi spettrali, un uso maestoso dello spazio e del silenzio. Con il rinnovato contributo visivo di Jesse Kanda, l’album costruisce un immaginario potente nel quale il corpo mutato e ferito diventa metafora di rinascita e accettazione di sé.
Arca è l’album della matura consapevolezza espressiva: un perfetto punto d’incontro tra l’avanguardia sonora dettata dall’elettronica contemporanea (“Castration”) e la tradizione melodrammatica del pop latino (“Desafio”), un lavoro che consacra in maniera definitiva la sua autrice tra le figure più influenti e visionarie della musica moderna. Tutto questo attraverso l’utilizzo di una forma canzone ripiegata su sé stessa, dolorosa, liturgica, distante anni luce dai club, ben radicata in una landa plumbea, purgatoriale. Le iniziali “Piel” e “Anoche”, fissano subito i termini della contesa, con quell’avanzare dolente, come una lenta processione, e testi intrisi di profonda introspezione. Il procedimento si spinge fino al rischio di risultare (per alcuni) inconcludente: in realtà a pagare è la scelta di imprimere al progetto una direzione netta, senza alcun compromesso, senza mai rimpiangere il ritmo impresso durante la costruzione dei lavori precedenti.

Nello stesso anno Arca torna a collaborare con Björk, co-producendo tutti i brani (in cinque casi è anche co-autrice) contenuti nell’album Utopia. A differenza del disco precedente, le due artiste lavorano insieme fin dal primo giorno. Arca spinge Björk a esplorare sonorità più ariose e astratte, fondendo i synth liquidi suonati da Arca stessa e i suoi ritmi fluttuanti con un’orchestra di flauti islandesi e registrazioni naturalistiche catturate nella foresta venezuelana. Brani come “Arisen My Senses”, “Blissing Me” e la stessa title track mostrano una fusione totale tra l’elettronica mutante di Arca e la voce celestiale di Björk.
Nell’ottobre del 2017 Arca rinnova la propria collaborazione anche con Kelela, producendo quattro tracce (in due partecipa anche alla scrittura) per l’apprezzatissimo album di debutto Take Me Apart.
Nel 2018 partecipa alla realizzazione della colonna sonora del videogioco “Red Dead Redemption II”, insieme a Brian Eno, Daniel Lanois e Colin Stetson, collaborando in particolare con il compositore Woody Jackson alla composizione del brano “Country Pursuits”. Dal 25 al 28 settembre 2019 presenta allo Shed di New York il suo nuovo album, ancora inedito, in una performance intitolata “Mutant: Faith”, divisa in quattro atti (Gestation, Aftercare, Ripples, Boundary), a cui prende parte anche Björk. Nello stesso anno collabora nuovamente con Frank Ocean per il remix del brano “Little Demon”, realizzato insieme a Skepta.
Sempre nel 2018 fa coming out, dichiarandosi persona di genere non-binario, identificandosi successivamente come donna trans e affermando di preferire i pronomi “lei” o “esso” (in inglese she, it). Da Alejandro diviene definitivamente Alejandra. Dopo aver vissuto per diversi anni a Londra, si trasferisce a Barcellona.

Dopo l’immersione nella più dolente introspezione sancita nei solchi di Arca, nel febbraio del 2020 Alejandra Ghersi rilascia sul proprio canale YouTube un mixtape, poi reso disponibile in formato digitale dalla XL Recordings, @@@@@, un singolo monstre, una tentacolare suite sperimentale di sessantadue minuti e venti secondi (!!) concepito come un unico, ininterrotto flusso di coscienza sonoro, una traccia in continua mutazione, con la quale Arca ritorna a giocare con il ritmo. Fra i punti più radicali, complessi ed estremi dell’intera discografia dell’artista venezuelana, il concept si sviluppa intorno all’idea di una frequenza radiofonica pirata trasmessa da un mondo distopico e post-umano, un universo parallelo in cui a dominare è la forza opprimente di un regime autoritario guidata da un alter ego cibernetico, Diva Experimental. Siamo agli antipodi sonori rispetto all’album precedente e, fin dai primi minuti, Arca scardina qualsiasi norma della fruizione musicale contemporanea: non ci sono tracce divise, non ci sono pause, non è prevista alcuna struttura formale alla quale aggrapparsi. Sulla copertina, la producer venezuelana appare come un’entità la cui umanità è ormai preda del mondo delle macchine, perfetta raffigurazione di un suono (post-club) pronto ad ospitare nella propria ortodossia tutte le anomalie iniettate da un uso spericolato e sperimentale dell’elettronica.
@@@@@ è un nuovo saggio di maestria di sound design, all’interno del quale Arca fonde deconstructed music, noise industriale, frammenti di reggaeton sfigurato, melodie operistiche e glitch elettronici con una fluidità impressionante. Il passaggio da momenti di pura aggressione percussiva a fasi di sospensione eterea avviene in modo organico ma imprevedibile. La voce di Arca, trattata come un ulteriore synth, si frammenta in mille pezzi, tra recitati in spagnolo, acuti drammatici, sussurri, grida, manipolazioni pitchate, dando forza ai temi della transizione, della fluidità di genere e dell’ibridazione tra uomo e macchina. Nella furia decostruttiva, Arca esaspera forme e timbri, deformando qualsiasi struttura conosciuta, puntando su una forma di astrazione cubista. In @@@@@ sono rintracciabili le caratteristiche peculiari di uno stile oramai riconoscibilissimo, specchio dei nostri tempi frenetici e allucinati, perfetto anello di congiunzione tra l’elettronica scultorea degli esordi (in particolare Mutant) e la monumentale pentalogia Kick che sarebbe stata elaborata subito dopo, e forse era già in cantiere: @@@@@ contiene infatti parte delle intuizioni, del caos e delle melodie che avrebbero trovato forma ancor più compiuta e strutturata di lì a poco. E’ un’esperienza d’ascolto impegnativa, monolitica, a suo modo travolgente, che conferma Arca fra le figure d’avanguardia più coraggiose, senza filtri e visionarie della scena elettronica (e non solo) del ventunesimo secolo.
Il ciclo Kick: il manifesto di Arca
A questo punto della propria carriera Arca è un incontenibile fiume in piena, e fra il 2020 e il 2021 immette sul mercato il suo capolavoro assoluto, un progetto in cinque volumi, Kick, attraverso il quale entra in una nuova era che potremmo definire di “pop non binario”, fondendo in maniera personalissima una moltitudine di generi, solo apparentemente inconciliabili, alcuni ripresi dalla tradizione del suo paese natio, altri mutuati dalla classicità. Potrebbe apparire come nulla di nuovo nella sua discografia, ma in Kick Arca raggiunge un livello di perfezione e visionarietà mai raggiunti prima. Ritmi latini e opera, cyber reggaeton e musica sacra vanno a braccetto fra tensioni sessuali, morte, rinascita, provocazione, con in primo piano, anche dal punto di vista iconografico, i traumi e le fragilità di chiunque stia affrontando un percorso di transizione. Arca prende i suoni della dance music e li sconvolge, li scompone in fattori primi e li ricompone secondo una nuova estetica iper modernista, legandosi in maniera profonda alle arti visuali ed evidenziando la non più differibile necessità di andare oltre la rigidità schematica dell’elettronica in 4/4, del Berghein e delle notti ibizenche, mutando i paradigmi di un verbo che da tempo si stava lentamente sgretolando, reclamando la necessità di essere indirizzato verso nuove strade. Arca diventa un simbolo del cambiamento, ma anche una musa ispiratrice, puntando su ritmiche imprevedibili, su guizzi di avanguardia, sul coraggioso accostamento di così tanti generi che sembrano voler determinare un non-genere, fra visioni futuristiche e deframmentazione della tradizione, fra pathos e ballate struggenti.
Kick è un progetto complesso ed enciclopedico, nel quale i cinque atti che lo compongono si caratterizzano ognuno per un particolare focus, una scala cromatica che parte dalla relativa accessibilità dei primi due volumi per dirigersi in maniera graduale verso i più dolenti. Cultura, identità, appartenenza, messaggi non-binary espressi per mezzo di una teatralità post moderna da un’artista iper connessa col futuro, che disegna scenari avant, La serie Kick , a tratti un filino auto celebrativa, contiene quasi tre ore e mezza di esperimenti e patimenti, durante le quali Arca si mostra ora gatta, ora strega, ora succube, ora dominatrice, ora santa, ora peccaminosa: flagella e seduce, allestendo una performance che ha il sapore del rituale, andando ben oltre qualsiasi possibile definizione immaginabile. Edm ed industrial-techno mescolati con i generi che Alejandra ha frequentato in gioventù, quelli tipicamente sudamericani, concedendosi qualche slancio potenzialmente radiofonico (la doppietta Prada/Rakata resterà centralissima nella sua discografia) e accogliendo numerosi ospiti pronti a conferire ulteriore ecletticità a qualcosa di per sé già inclassificabile. Bjork, Rosalia, SOPHIE, Shygirl, Sia, Shirley Manson, tutte danno forza al lavoro dell’indignata cantautrice di un mondo, in fin dei conti, ancora incapace di comprendere appieno il talento, l’arte di Arca, e l’insondabile disagio di una producer fuori dagli schemi, protagonista di una ricerca artistica assolutamente singolare. In Kick vita e opera di Alejandra Ghersi si uniscono indissolubilmente: delirio, farsa, tragedia, spleen, auto-celebrazione, le passeggiate notturne lungo le strade di Barcellona, il sudore dei club, gli outfit fetish, la voglia di divorare il mondo, il patimento, l’obiettivo di destrutturare i generi (musicali e non) andando oltre le definizioni.

La gestazione delle cinque creature del ciclo Kick avviene per step, a partire dalla performance video “Fetiche”, risalente al 2018, passando attraverso l’opera video di Frederick Heyman che accompagna @@@@@. A distanza di tre anni, lo stesso Heyman curerà i visual di Kick, modellando su Ghersi un avatar in 3D, una dj “surrealista” dall’aspetto di una bambola fetish-cyberpunk. Il processo creativo del nuovo universo Arca-centrico, dove estetica e opera restano inscindibili, si espande nel mondo social, attraverso la trasmissione Radio Diva Experimental, mentre su Instagram un flusso documentaristico di riflessioni e statement ricostruisce il processo di transizione di gender affrontato da Ghersi. Un percorso doloroso trasformato consapevolmente in punto di forza.
Durante i mesi della pandemia Arca diffonde qualche Dj mix: ^^^^^ [Circumflex], andato in onda su NTS Latest, e ±±±±± [Plus-minus], su BBC Radio. Il 16 dicembre dello stesso anno arriva sulle piattaforme digitali Riquiquì; Bronze-Instances (1-100), un remix album composto da cento (!!!) versioni del brano “Riquiquì” generate attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. A gennaio del 2021 Arca pubblica l’EP Madre. Nel luglio dello stesso anno compone la colonna sonora dell’installazione Berl-Berl dell’artista Jakob Kudsk Steensen, presentata dalla fondazione berlinese LAS, nella quale la sua voce operistica viene combinata con registrazioni di suoni di anfibi provenienti dagli archivi del Museo di storia naturale. Sempre nel 2021 Arca co-produce il singolo “Tears In The Club” di FKA Twigs e The Weeknd, pubblicato come primo estratto dal mixtape Caprisongs, e partecipa alla realizzazione del brano conclusivo dell’album, “Thank You Song”. Il 3 settembre del 2021 viene pubblicato il remix realizzato da Arca per il brano “Rain On Me” di Lady Gaga e Ariana Grande, incluso in Dawn Of Chromatica.Nel 2021 pubblica anche un remix di “Let Us Dance” di Beverly Glenn-Copeland, collabora con Sega Bodega nel brano “Cicada” (incluso in Romeo), cura con Rosalía la stazione radio MOTOMAMI Los Santos per la serie di videogiochi GTA
Dal 31 dicembre 2021 al 31 gennaio 2022 vengono proiettate in varie città del mondo (Los Angeles, Londra, Melbourne, Milano, New York, Seul, Tokyo) alcune opere di Arca che, a partire da trentuno dipinti, vengono costantemente modificate dall’intelligenza artificiale per creare immagini sempre nuove. Nel 2022 pubblica i singoli “Cayò”, composto con Tim Hecker, “El alma que te trajo” in collaborazione con un altro producer venezuelano, Safety Trance (diventerà uno dei brani più popolari di Arca), e “Ritual”, successivamente inclusi nella raccolta Kick. Pubblica un remix di “Big Science” di Laurie Anderson e produce il singolo “Come From Me” dall’album Nymph di Shygirl, con la quale tornerà a collaborare l’anno seguente in occasione di “Unconditional”, che finirà nella deluxe edition dello stesso Nymph.
Nel luglio del 2022 debutta alla Borsa di Commercio di Parigi un’installazione basata su una reinterpretazione di “Tonada de Luna Llena” del compositore venezuelano Simòn Diaz, realizzata da Arca con il sistema di intelligenza artificiale Bronze AI. La composizione viene modificata continuamente sulla base di dati biometrici e climatici raccolti all’interno e all’esterno del museo. Ad agosto Arca presenta su NTS Radio Greatest Hits ’88 to ’16, album collaborativo realizzato con Shayne Oliver all’interno del progetto Wench.

L’8 giugno 2023 Arca apre a Barcellona il concerto di Beyoncé, tour per il quale contribuisce a realizzare parte dei contenuti visivi. Lo stesso mese collabora come produttrice al brano “Suicide Doors”, contenuto nell’album Pink Tape del rapper statunitense Lil Uzi Vert, e partecipa come produttrice e ospite al brano “Pasiempre”, nell’album di debutto DATA del produttore portoricano Tainy. A ottobre presenta al Park Avenue Armory di New York “Mutant: Destrudo”, una performance multidisciplinare composta da quattro spettacoli che fondono musica, arti visive e nuove tecnologie. Sul canale YouTube dell’artista è stata successivamente pubblicata, sotto forma di video musicale, una registrazione della performance del singolo “Incendio”, nella quale il volto e i movimenti facciali di Arca sono controllati da sensori mioelettrici.
Nel marzo 2024 è protagonista di “The Light Comes In The Name Of The Voice” alla Borsa di Commercio di Parigi, evento che ha riunito una performance site-specific, la sua prima mostra di dipinti e un Dj set. Nello stesso anno pubblica il singolo “Chama” in duetto con Tokischa, il remix della hit di Addison Rae “Aquamarine” e del brano di Utada Hikaru “Electricity”.

Il 14 maggio 2025 segna l’inizio di una nuova fase artistica con la pubblicazione del doppio singolo, e dei relativi videoclip promozionali, “Puta” / “Sola”, primo progetto solista dopo l’era Kick.
Nel 2026 realizza i remix di “Sexistential” di Robyn e di “As Alive As You Need Me To Be” dei Nine Inch Nails, partecipa come ospite al singolo “The Beat Drops” di Safety Trance , incluso nell’album Sacrificio, e collabora alla produzione, alla programmazione e suona i synth in due brani contenuti nell’album di Madonna Confessions II, “I Feel So Free” e “The Test”, comparendo anche nel relativo film promozionale. Nell’aprile del 2026 ha luogo la sua seconda mostra personale di pittura, presso l’Institute Of Contemporary Arts di Londra.
L’attesissimo ritorno
Il 17 luglio 2026 viene diffuso, in simulcast su oltre venti emittenti radiofoniche internazionali il Dj mix “Airdoll”. Tre giorni dopo, tramite i propri canali social, Arca annuncia l’uscita del nuovo album XXXXX, prevista per il 31 luglio, rivelando anche la copertina del disco. Il 23 luglio viene trasmessa in diretta streaming, sui canali Twitch e YouTube dell’artista, una performance della durata di circa due ore diretta da Daniel Sannwald, concepita come anteprima del nuovo album.

Dopo tante collaborazioni che hanno interessato anche artisti appartenenti al circuito mainstream, con XXXXX (e come accade in ogni lavoro pubblicato a proprio nome) Alejandra Ghersi Rodriguez fa tabula rasa di qualsiasi deriva pop o divistica per tornare a rifugiarsi in un’intransigenza quasi spietata, in quella forma di ostinato sperimentalismo attraverso il quale ha perfezionato un chiaro posizionamento della propria immagine, disco dopo disco. XXXXX non fa sconti, è il prodotto di una ricercatrice intenta a proseguire la scrupolosa opera di dissezionamento della materia canzone: non vi compare alcuna ricerca del consenso, ma la ferma intenzione di lasciar tracce significative del proprio passaggio, per elevarsi a fonte d’ispirazione per le generazioni future. Anzi, a cinque anni di distanza da Kick (dove figurava anche qualche tentativo di rendere meno severa la proposta) Arca si riappropria del proprio linguaggio in maniera ancor più radicale, attraverso un disco impegnativo, elaborato su continue tensioni e contrazioni ritmiche, dal sound design spogliato di qualsiasi edonismo, non più soltanto metafora della fluidità di genere e dell’identità mutante, ma linguaggio di affermazione identitaria. XXXXX non è quindi un disco accomodante, anzi, la prima parte è studiata per compiere una rigida selezione all’ingresso, fra l’irregolare dubstep-trap di “Willow”, la prepotente e oscura bass music di “Eidolon”, prossima a certe soluzioni di Rezz, e le cibernetiche evoluzioni di “Heart”. L’album entra nel vivo in corrispondenza di “Syncope”, una personalissima ed esemplare trasfigurazione del flamenco, e della successiva “Raver”, dal gusto musicale che ricorda le colonne sonore di Carpenter. Ma il cambio di passo decisivo giunge con la breve “Cinch”, che raffigura Arca intenta a scendere i gradini che conducono all’ingresso del club dove intende trascorrere la serata. I beat techno si odono in lontananza, attutiti dalla robusta porta d’ingresso. E’ l’introduzione per il footwork di “Fxck”, il vero head-banging del progetto.
Nella seconda metà dell’album succede molto altro: in “Finisher” campionamenti orchestrali vengono posizionati su ritmiche spezzettate, in “Futurality” Arca propone un prototipo di post- techno per ipotetici rave del futuro, in “Everything” mostra l’eredità Idm della scuola Aphex Twin, in ”Grip” elabora una lucidissima visione di ispirata normalità. E’ un album denso, frammentato, volutamente ostico, che richiede predisposizione nei confronti dell’impianto messo a punto negli anni dall’artista venezuelana, da interpretare come una nuova, forte dichiarazione d’indipendenza artistica, un laboratorio di sperimentazione che continua ad essere fulcro del movimento post-club, pur senza più rappresentarne la vera avanguardia. Synth minacciosi, tacchi campionati (in “Taconeando”, il frangente più perverso dal punto di vista testuale), tracce fluide, brevi, costruite su loop mutanti, un’esperienza solista e iper concentrata, che lascia fuori dai giochi qualsiasi collaborazione con artisti rilevanti del pop contemporaneo. Se analizziamo gli aspetti prettamente musicali, risultano azzerati i riferimenti ai ritmi caraibici (dembow, reggaeton, seppur distorti e frantumati): il ritmo più che per ballare è inserito per alimentare tensione, le percussioni vengono sminuzzate in micro-frammenti e disposte in modo da creare un effetto di accelerazione e decelerazione continua, la voce torna a essere uno strumento sintetico, uno fra gli altri, minimizzata, pitchata al limite dell’umano, ridotta a balbettio o sibilo ritmico. Un approccio produttivo comunque “aperto”, tridimensionale, che si rivela adatto anche ai grandi impianti dei festival e ai palcoscenici pop, nei quali Arca comparirà nei mesi successivi.
Dopo aver esplorato territori altri, senza mai porsi confini troppo definiti, invadendo come una vera diva il pop globale coi propri codici d’avanguardia, XXXXX rappresenta l’implosione verso l’interno, il momento nel quale Alejandra Ghersi smantella parte dei suoi stessi strumenti di lavoro per tornare a una progettualità meno enciclopedica e più essenziale.
Il titolo scelto richiama in maniera esplicita l’estetica di alcuni suoi precedenti lavori, “&&&&&” e “@@@@@” (ma anche la versione espansa di “Xen“, denominata “????? Edition”), come a voler srotolare un fil rouge in grado di collegare fra loro parti della propria discografia, oggi da leggere nella sua unitarietà come la guida dissonante per una forma di eclettismo transgender. In costante bilico fra vulnerabilità ed estasi, XXXXX è il nuovo capitolo di un’avventura unica nel panorama musicale del nostro tempo, un’avventura che continua a suonare tagliente come un’autopsia e lacerante come una drammatica verità.
| Baron Foyel (mixtape, DIS Magazine, 2011) | 6 | |
| Baron Libre (Ep, UNO, 2012) | 6 | |
| Stretch 1 (Ep, UNO, 2012) | 6.5 | |
| Stretch 2 (Ep, UNO, 2012) | 6.5 | |
| &&&&& (Ep, PAN, 2013) | 6.5 | |
| Xen (Mute, 2014) | 7 | |
| Sheep (mixtape, autoprodotto, 2015) | 6 | |
| Mutant (Mute, 2015) | 7 | |
| Entrañas (mixtape, autoprodotto, 2016) | 6 | |
| Arca (XL, 2017) | 7 | |
| @@@@@ (mixtape, XL, 2020) | 7 | |
| Kick I (XL, 2020) | 8 | |
| Riquiquí;Bronze-Instances(1-100) (remix album, XL, 2020, | 5 | |
| Kick II-IIIII (XL, 2021) | 8 | |
| Madre (Ep, XL, 2021) | 6 | |
| XXXXX (XL, 2026) | 7.5 |