Alla metà degli anni Settanta, Lucio Battisti era qualcosa di più di una star nazionale. Era, con ogni probabilità, il cantautore italiano più internazionale, non solo per la popolarità ma per l’approccio e il linguaggio musicale. Lo dimostra ad esempio la stima che nutriva per lui David Bowie, il quale arrivò a definirlo “il miglior cantante del mondo” assieme a Lou Reed (in quest'altra puntata abbiamo già raccontato la storia di come Bowie e Battisti "indirettamente" si trovarono a firmare insieme un brano).
Il cantautore di Poggio Bustone appariva dunque un artista capace di dialogare con il pop-rock angloamericano sul suo stesso terreno. Non è un caso che proprio in quegli anni Battisti stesse spingendo il proprio suono oltre i confini della tradizione italiana, avvicinandosi una forma di pop sempre più sofisticata e internazionale. Con uno sguardo particolare rivolto oltreoceano. Se “Anima latina” aveva sancito una svolta cruciale nella sua carriera grazie alle decisive influenze sudamericane, assimilate dopo un viaggio in Argentina e Brasile, nel mirino del cantautore di Poggio Bustone – e della sua casa discografica – finirono presto anche gli Stati Uniti.
La genesi del “disco americano”
Album come “Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera” del 1976 e “Io tu noi tutti” del ‘77 avevano già sfoggiato sonorità intrise di funk, soul e disco music, frutto anche di un viaggio nella West Coast statunitense. Suoni non così distanti da quelli coevi di istituzioni a stelle e strisce come Doobie Brothers, Fleetwood Mac e Steely Dan. Battisti, reduce dal suo spiazzante addio alla vita pubblica che aveva aumentato l’aura di mistero attorno a lui, era deciso a proseguire su quella strada, circondandosi quasi solo di musicisti stranieri, come a voler in qualche modo mettersi alla prova oltre gli argini della scena italiana.
In questo contesto nasce l’idea di "Images", il disco in lingua inglese che nel 1977 avrebbe dovuto rappresentare il suo sbarco ufficiale nel mercato americano. Già nel 1975, durante un viaggio negli Stati Uniti per aggiornarsi sulle nuove tendenze musicali, il cantautore laziale aveva immaginato una sorta di raccolta dei suoi brani più rappresentativi reinterpretati in lingua inglese.
La Rca, nel frattempo, aveva le proprie ragioni per incoraggiare l’operazione, anche per esigenze finanziarie. In proposito, circolavano due ipotesi: la casa discografica doveva investire rapidamente una somma consistente per non perdere fondi dalla casa madre americana, oppure era la Rca americana - che nel 1974 aveva acquistato per 400 milioni di lire tutte le azioni della Numero Uno in mano a Mogol - a dover rientrare, finanziando una produzione internazionale. In entrambi i casi, "Images" diventava lo strumento ideale per chiudere i conti entro l’anno. Ma le pressioni dei discografici finirono col nuocere al progetto. Battisti avrebbe voluto più tempo, magari trasferirsi stabilmente negli Stati Uniti, imparare meglio la lingua, comprendere dall’interno le dinamiche del mercato, persino esibirsi in piccoli club. Nulla di tutto questo fu possibile.
La gestazione di "Images" fu tormentata e spezzettata. Una prima fase prese forma nel 1976 nello studio Il Mulino di Anzano del Parco, dove Battisti iniziò a lavorare alle versioni inglesi con Marva Jan Marrow, cantautrice e poetessa americana accasatasi in Numero Uno, nonché fidanzata di Patrick Djivas degli Area. In pochi mesi nacquero i primi testi e furono incisi provini e basi semi-definitive, come per “Our Dear Angel”, versione inglese de “Il nostro caro angelo”. Poi, all’inizio di settembre, i lavori si interruppero per un importante evento personale: il matrimonio di Lucio con Grazia Letizia Veronese.
Subito dopo, però, la Rca italiana iniziò a esercitare una pressione sempre più insistente. A Battisti venne fatto sapere che l’album doveva essere completato entro la fine dell’anno. L’etichetta predispose studi, musicisti e una lunga trasferta a Hollywood tra ottobre e dicembre. Negli Stati Uniti Battisti avrebbe portato a termine "Images" lavorando esclusivamente con personale americano, come imposto dalle normative locali, e soprattutto con testi completamente nuovi. Mogol, infatti, senza coinvolgerlo direttamente, aveva accantonato le liriche scritte da Marva Jan Marrow, affidandone la riscrittura a Peter Powell, un suo conoscente statunitense residente a Roma. Una scelta ispirata soprattutto dal timore di Mogol di veder ridimensionata la sua reputazione di autore. Ma si rivelerà una delle principali cause della disfatta, alterando l’impianto originario del progetto e irrigidendone ulteriormente l’impostazione linguistica.
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Lo sbarco a Los Angeles
Tra ottobre e dicembre del 1976, uno scontento Battisti sbarcò a Los Angeles, dove completò l’album. Il risultato, a livello strumentale, si rivelò notevole grazie proprio al contributo di sessionmen di primo piano della scena statunitense come Mike Melvoin (collaboratore di Frank Sinatra, John Lennon e Jackson Five, nonché papà di Wendy, futura chitarrista dei Revolution di Prince), Ray Parker Jr. (Stevie Wonder, Barry White, Rolling Stones ecc.), Hal Blaine (batterista per Elvis Presley, Ronettes, Beach Boys) e Michael Boddicker, fuoriclasse dei synth che contribuirà anche a successi di Michael Jackson, Barbra Streisand, Diana Ross, Barry Manilow e Quincy Jones.
Se la confezione sonora, dunque, era ineccepibile, molte riserve in più destava la componente linguistica dell’operazione. Battisti cantava in inglese con una pronuncia incerta, ma il problema più profondo riguardava i testi. Mogol, infatti, aveva imposto una traduzione quasi letterale, col risultato che l’inglese risultava rigido e innaturale, se non a tratti surreale. Come nel caso di “Keep On Crusing”, nuovo titolo per “Sì, viaggiare”, che - come ricorda Donato Zoppo su "Il nostro caro Lucio", alimenta l’equivoco con l’espressione slang “cruising for sex”, ovvero andare a caccia di sesso occasionale o mercenario. Avrebbe indubbiamente aiutato la scelta di un paroliere diverso, ad esempio quel Peter Sinfield (King Crimson), che aveva già collaborato con la Pfm. Ma la scelta di Mogol impedì quel tipo di soluzione.
Pubblicato nell’agosto del 1977 negli Stati Uniti e poco dopo in Italia, "Images" assemblava alcune riletture in inglese di cinque brani tratti da "Io tu noi tutti" - “To Feel In Love” (“Amarsi un po'”), “The Only Thing I've Lost” (“Ho un anno di più”), “Keep On Cruising” (“Sì, viaggiare”), “There's Never Been A Moment” (“Neanche un minuto di non amore”), “Only” (improbabile traduzione di “Soli”) – oltre alle versioni anglosassoni di due hit storiche battistiane come “Il mio canto libero” (“A Song To Feel Alive”) e “La canzone del sole” (“The Sun Song”). Riletture nel complesso annacquate e poco convincenti, fatta forse eccezione per un paio di episodi (la ballata romantica "To Feel In Love" e la rockeggiante "Keep On Cruising").
Non si trattava quindi di un progetto inedito, ma di una trasposizione linguistica pensata appositamente per il mercato angloamericano. Una scommessa su cui la stessa Rca, in definitiva, mostrò di non credere molto, se si considera anche la limitata attività promozionale: negli States, Battisti partecipò solo a qualche trasmissione radiofonica minore, ma a nessuno show di primo piano.
L’occasione mancata
Il flop, insomma, era quasi annunciato. Non solo negli Stati Unit, dove “Images” passò praticamente inosservato, dopo una fugace apparizione al n.11 in classifica, ma anche in Italia, dove non andrà oltre l’ottavo posto (59° a fine anno) e sarà addirittura ritirato dal mercato pochi giorni dopo l’uscita, per non provocare cadute d’immagine. Paradossalmente, proprio la sua scomparsa precoce ne aumenterà le quotazioni, facendogli guadagnare un alto valore collezionistico, fino alla sua ripubblicazione nel 1998, l’anno della scomparsa dell’artista reatino.
"Images" segnò la fine dell’avventura americana di Battisti, anche se questi non si diede per vinto e provò anche a realizzare una versione in inglese dell’album successivo, "Una donna per amico", affidando questa volta i testi a Frank John Musker, con l’intenzione di pubblicarlo con il titolo "Friends". Il progetto non arrivò mai a compimento e venne accantonato prima dell’uscita, ma ne resta una traccia ufficiale: il singolo "Baby It’s You"/"Lady", versioni inglesi di "Ancora tu" e "Donna selvaggia donna", pubblicato dalla Rca Victor nel 1979. Oggi quel 45 giri è diventato un oggetto da collezione, reperibile solo sul mercato secondario a quotazioni elevate.
Lucido e autocritico, lo stesso Battisti affermerà: “Dopo aver raggiunto certi risultati in Italia era un po’ ridicolo aspettarmi di raggiungere immediatamente gli stessi traguardi in una lingua per me quasi sconosciuta, ma ne è valsa la pena: ho aggiustato il tiro e mi ha dato nuova linfa”. E sarà proprio così perché dopo questo primo (e unico) passo falso americano, il duo Battisti/Mogol si rifarà subito l’anno seguente con il raffinato “Una donna per amico”. Anche se il sodalizio tra i due non sarà destinato a durare ancora per molto. Di lì a poco Lucio Battisti avrebbe aperto una fase completamente diversa della sua carriera, affidandosi ai versi ermetici di Pasquale Panella e dando vita ai cosiddetti “dischi bianchi”, attraversati da suggestioni wave ed elettroniche. Una metamorfosi radicale, figlia forse anche delle frustrazioni e delle lezioni apprese durante l’esperienza americana. Ma questa è decisamente un’altra storia. Resta il rammarico per una grande occasione mancata, che avrebbe potuto rendere ancor più luminosa la reputazione internazionale di uno dei cantautori italiani più amati di sempre.