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Concepito durante rigide settimane invernali a Versailles, tra bufere di neve e febbri alte, "The Virgin Suicides" si rivelerà proprio questo: un concept-album con un’anima, nato per di più con una sua specificità rispetto al film. Godin e Dunckel, infatti, pongono come condizione per accettare il lavoro proprio la possibilità di concepire la colonna sonora come un album autonomo.
A rendere ancora più complessa l’impresa è anche la progressiva metamorfosi della pellicola di Sofia Coppola, come ha rivelato Dunckel a Stereogum: “I primi montaggi che abbiamo visto erano davvero oscuri e profondi, quindi abbiamo iniziato a fare musica molto cupa, come un passaggio dalla luce a qualcosa di decisamente più buio”, spiegherà. “Ma, man mano, Sofia ha trasformato il film anche in una storia d’amore di tipo adolescenziale”. Cionondimeno, va sottolineato che "The Virgin Suicides" resta una versione molto più cupa e spigolosa di coevi film adolescenziali come "10 cose che odio di te", "Can't Hardly Wait", "She's All That" e "American Pie", approdati nelle sale tra l’estate del 1998 e quella del 1999. Nonostante il cast giovane e attraente in un contesto liceale, infatti, il cuore del racconto resta marchiato da un senso di cupa predestinazione. L’affinità con i teen movie coevi, dunque, è solo epidermica, una vernice accattivante che ricopre una materia narrativa ben più oscura. Allo stesso modo, la bellezza delle protagoniste funge da schermo al loro dolore intimo, così come l’immagine rassicurante dei sobborghi americani degli anni 70 maschera le tensioni soffocanti e le crepe profonde di un microcosmo familiare in disfacimento.
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Una inesorabile discesa nel baratro
Tratto dal romanzo omonimo di Jeffrey Eugenides e basato su una storia vera, accaduta in una periferia di Detroit (Michigan) nel 1974 (il suicidio collettivo delle cinque sorelle Lisbon), “The Virgin Suicides” (2000) è un ritratto tragico dell'adolescenza, nonché il primo capitolo di una sorta di trilogia sulla solitudine femminile che Sofia Coppola completerà con i successivi "Lost In Translation" e "Marie Antoinette". La colonna sonora degli Air ne è architrave portante, decisiva nell'insinuarsi nelle pieghe degli eventi e nell'acuirne la dimensione onirica e surreale.
La sfida più delicata, per i due spacemen francesi, era quella di calare la loro luccicante astronave nel buco nero dell'angoscia, senza tuttavia smarrire la "levità" del tocco. Una sfida vinta a mani basse e con piena consapevolezza. “Credo che il vero spirito della colonna sonora sia questa fascinazione per la morte e per l’idea che, morendo, il tuo spirito possa fluttuare e sentirsi improvvisamente libero e liberato dalla terra, da ciò che sei e dal mondo degli adulti che in realtà detesti”, spiegherà Dunckel al sito Dazed nel 2015.
La chiave sonora – come si diceva - è la psichedelia più soffusa, quella dei Pink Floyd di "The Dark Side Of The Moon". Gli Air, che avevano divorato quelle sonorità languide in anni di ascolti compulsivi, le trapiantano nelle atmosfere funeree del film, avvicinandosi così idealmente anche al periodo in cui è ambientato (gli anni 70). Ma un altro riferimento chiaro sono i Beatles della maturità, la cui influenza emergerà in particolare in tracce come "Bathroom Girl", "Cemetary Party", "Highschool Lover (Theme From ‘The Virgin Suicides’)”, dove alcuni riempitivi di batteria e stridori di chitarra sembrano quasi presi di peso da "Abbey Road".
Godin e Dunckel si circondano di una gamma di strumenti ancora più ricca. Basso e batteria (quest'ultima suonata da Brian Reitzell) imbastiscono una sezione ritmica implacabile, che pulsa sangue negli intarsi rarefatti delle tastiere vintage (Moog in particolare), mentre le chitarre, sempre molto gilmouriane, disegnano trame torbide, contrappuntate da spettrali volute d'archi.
L'ouverture "Playground Love" è l'unica traccia vocale del disco, con Gordon Tracks (Thomas Mars dei Phoenix, futuro marito di Sofia Coppola) che snocciola versi sensuali e inquietanti come “I'm a high school lover/ And you're my favorite flavor/ Love is all/ All my soul/ You're my playground love… Yet my hands are shaking/ I feel my body remains/ Time's no matter/ I'm on fire”. Una languida ballad che si distende sinuosa e avvolgente, con il bel solo di sax di Hugo Ferran a riportare alla mente gli interventi di Dick Parry in "Us And Them". È anche l'unica concessione alle forme del pop: le altre dodici tracce, infatti, tutte strumentali, sono concepite in un'ottica quasi progressive, con la reiterazione di spunti e temi che accompagna idealmente il crescendo drammatico del film. Una tensione che comincia a crescere già dalla seconda traccia, "Clouds Up", ovvero le paranoie dei Faust evaporate tra le nuvole, e che infiamma sottopelle i riff di chitarra elettrica di "Bathroom Girl".
Il "Cemetary Party" è già smarrimento psichico: voci femminili operatiche sepolte nel mixer, battiti meccanici, colpi d’organo quasi impercettibili. Dopo la quiete densa di segnali sinistri ("Dark Messages"), si prepara l'ineluttabile tempesta ("The Word 'Hurricane'"): la voce campionata risuona asettica, in un vuoto pneumatico riempito da effetti e distorsioni.
Da qui in poi, è una rapida discesa nel baratro. "Dirty Trip", stupenda cavalcata lisergica di oltre sei minuti, viene sospinta da un basso pulsante lungo un sentiero lastricato di synth, che stridono e urlano, fino all'orrorifica accelerazione finale. "Highschool Lover" - praticamente una versione strumentale di "Playground Love", con una citazione dalla floydiana "The Great Gig In The Sky" - e "Afternoon Sister", col suo uso controllato di Moog e archi, sembrano fluire placidamente, ma le detonazioni di chitarra e l'organo da chiesa di "Ghost Song" sono già campane a morto. La casa si svuota della vita ("Empty House") e il ritrovamento dei cadaveri, suggellato da "Dead Bodies" è una terrificante apoteosi: un battito quasi motorik, un piano martellante, clavicembali impazziti, vortici di synth e un drumming che infuria, con l’irruzione del mellotron a dilagare con cori fra i più maestosi di sempre.
L'epitaffio di "Suicide Underground" - una voce processata al computer che narra la storia su una coltre di organi funerei - chiude il disco nel segno di quella stessa mestizia incredula che il film infligge allo spettatore.
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Interessante anche il ruolo della colonna sonora all’interno del film. Mentre sullo schermo le morti delle cinque sorelle colpiscono lo spettatore come folgorazioni, le sonorità degli Air si insinuano via via, rabbuiandosi gradualmente, disseminando qua e là foschi presagi. A volte, addirittura scompaiono: una parte consistente di "The Virgin Suicides" è infatti completamente priva di musica. Intervistato da Mtv nel 2000, Godin osserverà che solo 4 dei 13 brani della colonna sonora degli Air compaiono effettivamente nel film. Altrove, momenti di risveglio e scoperta sono accostati a classici come "Magic Man" e "Crazy On You" delle Heart, "I'm Not In Love" dei 10cc e "Strange Magic" degli Electric Light Orchestra. Non c’era dunque solo una colonna sonora originale, ma anche una soundtrack separata, che sarebbe stata poi pubblicata un paio di mesi dopo l’album degli Air. “Non c’è da stupirsi che quelle vergini si siano suicidate”, ironizzerà Pitchfork a proposito di quel corredo 70’s pop, in tempi in cui l’oscurantismo contro quel genere di sonorità era ancora tristemente diffuso.
Ma poco importa. Anche 25 anni dopo, “Il giardino delle vergini suicide” rimane un film folgorante, la sublimazione dell'oppressione domestica in forma di dramma onirico. Non c’è dubbio, tuttavia, che la colonna sonora abbia contribuito enormemente al successo dell'opera prima di Sofia Coppola, alimentandone il crescente hype e inaugurando una stagione di soundtrack d’autore che avrebbe accompagnato l’intera filmografia della regista americana.
Dopo quell’impresa, gli Air non si riposeranno sugli allori e, posti di fronte al dubbio se ritornare ai refrain zuccherosi di “Moon Safari” o sviluppare le intuizioni atmosferiche di “The Virgin Suicides”, sceglieranno una terza via, non meno ambiziosa, con i nuovi esperimenti downtempo di "10,000 Hz. Legend". “Senza quella soundtrack, non saremmo riusciti a fare questo disco nel modo in cui lo abbiamo fatto”, spiegheranno nel 2001.
Mai più così drammatici, epici e struggenti, gli Air di “The Virgin Suicides” coronano dunque un'impresa temeraria e brillante. Se i Pink Floyd non fossero ormai solo una sigla lucrosa - e litigiosa - oggi, forse, suonerebbero così.