La psicoanalisi nel destino, fin dalla stessa ragione sociale. Tears For Fears. Perché le lacrime possono sostituire le paure - sostiene Arthur Janov, autore di quel "Primal Scream" che aveva già ispirato John Lennon e avrebbero poi regalato il nome a un'altra band leggendaria del Regno Unito. È un dolore senza nome, coltivato in adolescenze di "quieta disperazione" (per dirla coi Pink Floyd), a indirizzare Roland Orzabal e Curt Smith verso un interesse ossessivo per la psicoanalisi, e in particolare per la primal therapy dello psicologo americano, trattamento che spinge le persone a superare le paure attraverso urla e grida. Eh, sì, perché “Shout” non è quell’inno spensierato che il radioso – e bellissimo – videoclip con i bimbi in coro poteva suggerire. Ma per arrivarci occorre compiere un passo indietro…
L’urlo primordiale
Roland Orzabal e Curt Smith sono due ragazzi poco più che ventenni quando fuoriescono dal quintetto ska Graduate nel 1980 per dedicarsi a quella che sarà il tipo di formazione che segnerà il decennio: il duo elettronico. All'alba del decennio più glamour, già impazzano i suoni sintetici, ma Orzabal (la mente creativa della ditta) è uno vecchio stampo. Un beatlesiano, un fan di Peter Gabriel. Scrive tutte le canzoni con la sua chitarra acustica, nella città natia di Bath. Smith, conosciuto a 13 anni quando cantava i pezzi dei Blue Oyster Cult, lo asseconda alla voce. È l'incontro col tastierista Ian Stanley a rivelare al duo l'uso dei sequencer. Una scoperta cruciale: la tecnologia consente ai Tears For Fears di affrancarsi dal peso di una vera band, proiettandoli nel campo di quel pop sintetico che nel 1981 sarebbe poi esploso anche in classifica, con "Dare" degli Human League e "Speak & Spell" dei Depeche Mode. Anche il formato-duo, come detto, ben si prestava all'operazione, non a caso sarebbe diventato un classico del decennio, dai Soft Cell ai Pet Shop Boys, dagli Eurythmics agli Yazoo.
Ai due ex-adolescenti tristi della middle class britannica si schiude tutto un mondo.
Ecco, allora, in rapida sequenza i singoli-killer che faranno la fortuna dell’esordio “The Hurting”, manifesto di quel mix di elettronica e strumenti "veri" che sarà il marchio di fabbrica dei Tears For Fears, per un risultato che è pop nel senso più nobile del termine. L’intensa "Suffer The Children" dal ritornello epico, l’elettro-ballad lineare "Pale Shelter" dalla melodia malinconica e l’epos solenne di "Mad World", destinata a divenire uno degli inni dell’intero decennio e non solo, se si pensa alla sua clamorosa riscoperta nel Duemila grazie alla casta versione di Gary Jules, per piano e voce, lanciata dal cult-movie "Donnie Darko" (2001).
Ma è tutto, sempre, una questione di psicoanalisi. L'idea iniziale dei due, infatti, secondo quanto riferito da Smith, era quella di guadagnare con la musica abbastanza denaro per permettersi la terapia, allora costosa e disponibile solo in posti tipo New York o Los Angeles. In alternativa c'era la più economica possibilità di tirar tutto fuori con le canzoni: ecco, allora, il senso profondo di "The Hurting": il dolore, sparso ovunque nel disco dai titoli ("Ideas As Opiates", "Prisoners Of Pain" già capitoli di libri di Janov) ai testi, a partire proprio da "Mad World": "And I find it kind of funny/ I find it kind of sad/ the dreams in which I'm dying are the best I ever had". Lo stesso vale per le reminiscenze e i traumi infantili, rievocati fin dalla copertina, e destinati a popolare molti brani, tra i cori di "Suffer The Children" e i ricordi scolastici della solita "Mad World" ("Hallo teacher tell me what's my lesson/ look right through me") fino a dare l'idea di un concept psicoanalitico, autentico successore di quel "The Wall" che era ancora in tour al tempo della composizione di quei brani, nel 1981. Con sonorità che si adattano alle tematiche cupe dei testi, giocando su una elettronica atmosferica e ritmiche intricate, figlie di ripetuti ascolti di "Peter Gabriel III".
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Alla conquista dell’America
La ricetta definitiva per il successo? Manco per niente. Perché per l’opera seconda i Tears For Fears hanno già cambiato rotta, intuendo il mutamento in atto al giro di boa degli scintillanti 80’s. E soprattutto sono decisi a conquistare l’America.
Dopo aver subito a inizio decennio i colpi di una seconda "British invasion" di gruppi synth-pop lanciati dalla neonata Mtv, gli Stati Uniti stanno reagendo con un ritorno all'ordine e a sonorità più tradizionali. Per scardinare le porte del successo su vasta scala, quello che solo l'America può assicurare, i Tears For Fears virano verso un suono più organico, dove i synth vengono affiancati con maggiore decisione dagli strumenti di una vera band (Manny Elias alla batteria, Mel Collins al sax, Ian Stanley alle tastiere), e il suono acquista calore e fisicità, a discapito della fredda pittoricità del passato. Del resto, lo stesso pop britannico è in una fase di ridefinizione. L’ondata synth-pop che aveva dominato i primi anni del decennio, basata su sequencer, minimalismo elettronico e un linguaggio spesso legato ai club europei, sta cedendo spazio a una forma più ibrida, meno vincolata all’estetica delle macchine e più orientata alla canzone. Lo chiameranno new pop: produzioni più ariose, influssi black e soul nella ritmica, melodie immediate e maggiore attenzione alla costruzione da radio Fm. In questo contesto si colloca anche "Songs From The Big Chair", il secondo album dei Tears For Fears, disco che non rinnega l’elettronica ma la rielabora al servizio di un sound complesso e stratificato, che non nasconde neanche ascendenze prog. Al punto che ci sarà chi parlerà espressamente di “progressive pop” per alcune tracce del disco.
Ma per fare breccia oltreoceano ci vuole soprattutto più soul, ed è proprio quello che viene offerto dalla voce di Curt Smith in quel clamoroso assalto alle classifiche che è "Everybody Wants To Rule The World", uno dei singoli chiave del disco. Nella composizione del pezzo è anche decisivo il contributo di Chris Hughes (che su “The Hurting” produceva mentre qui è accreditato come compositore), che spinge Orzabal a scrivere un inno trionfante sulla scia dei propri eroi, i Beatles. Il risultato è una vera e propria colonna sonora per l'America di Reagan, un pezzo luminoso, con un incedere cadenzato che sembra fatto apposta per essere goduto alla radio mentre si viaggia in auto, e un testo che riflette la voglia di riscatto e scalata sociale dell'uomo della strada. "Everybody Wants To Rule The World" è una delle canzoni definitive degli anni Ottanta, dove giunge al suo apice la capacità della band di accumulare "ganci" radiofonici uno sull'altro, dallo scintillio dei synth agli interventi energici della chitarra, a un cantato che è tutto un gigantesco richiamo al singalong, culminante in un refrain che potrebbe ripetersi all'infinito.
È proprio questa forza magnetica, racchiusa in una cornice sonora coesa e compatta, a fare dell’atto secondo la degna prosecuzione del capolavoro dell’esordio. L’album avrebbe dovuto intitolarsi "The Working Hour", ma Roland Orzabal lo cambierà in "Songs From The Big Chair", un titolo tratto dal film televisivo statunitense del 1976 "Sybil", che racconta – tanto per cambiare – un’altra storia di psicoanalisi: quella di una donna con un disturbo dissociativo dell’identità che si sente al sicuro solo quando è seduta sulla "grande poltrona" del suo analista. Il brano "Big Chair", pubblicato come B side del singolo "Shout", riporta addirittura campionamenti dei dialoghi della serie. Secondo Curt Smith, il titolo riflette sia le personalità distinte di ogni brano in scaletta, sia l’idea della band inglese di essere nel mirino di una stampa musicale ostile in quel periodo. Una stampa che – va detto – non smetterà mai di snobbarli - un esempio su tutti: nella bibbia "Post-punk" di Simon Reynolds se ne fa menzione solo per ricordare la battutaccia di Paul Morley - giornalista musicale prestato agli Art of Noise - secondo il quale "una chiave inglese è intrinsecamente più interessante del cantante dei Tears For Fears".
In violent times
Sì, ma “Shout”? Il nuovo urlo primordiale è il singolo acchiappa-classifiche. Non il primo tratto dall’album – uscirà infatti tre mesi dopo “Mothers Talk”, a novembre del 1984 – ma certamente quello che lo trainerà al successo. Un mantra corale in cui il duo grida ad alta voce una rinnovata voglia di vita sullo sfondo di un grandioso wall of sound di sintetizzatori e strumenti rock, fino a esplodere nel solo di Orzabal. E con quel verso - “In violent times/ You shouldn’t have to sell your soul” – a suonare come un monito imperituro. Spicca la presenza di una chitarra ritmica mordace, in grado di aggiungere corpo e fisicità a quello che è uno sviluppo semplicemente maestoso, oltre i sei minuti di durata. Il cambiamento è sia psicologico che musicale, alla necessità di maggiore estroversione si risponde abbattendo il tabù new wave riguardo al rock chitarristico.
Sulla stessa scia aggressiva si colloca anche la ballabile "Mothers Talk", ispirata in parte dalla graphic novel “When The Wind Blows” di Raymond Briggs sul pericolo nucleare, scandita da una batteria martellante e corredata di basso funky e cori gospel, con tanto di coda lisergica finale, mentre "Broken" si mostra più semplicemente rock, trainata dal riff incandescente della chitarra di Neil Taylor.
Il culmine di questa tendenza energica e dedita all'horror vacui è però la meravigliosa "Head Over Heels", griffata da un incipit pianistico che non fa prigionieri e destinata ad aprirsi in un ennesimo ritornello killer, vero e proprio esperimento di synth-pop sotto steroidi e pronto a colmare gli spazi delle enormi arene statunitensi. Tutto ciò senza perdere quella qualità ipnotica che consente ai Tears For Fears di tirare questi pezzi per ampi minutaggi senza stancare l'ascoltatore, il quale finisce anzi per lasciarsi cullare, abbandonandosi all'oceano di suoni che Orzabal riversa dalla sua fantasia accesa di colori psichedelici. Quando "Head Over Heels" si trasforma in una mini-suite con una ripresa di "Broken" live, si capisce che i due sono pronti a portare la loro musica alle masse. La parafrasi dei Depeche Mode non è casuale, perché sembra innegabile l'influenza di questo disco sugli eroi di Basildon (il sound di "Shout" è davvero vicino a "Never Let Me Down Again"), i quali però saranno in grado di completare la transizione dal synth-pop al rock da stadio qui preconizzata, sfruttandola in modo più continuativo.
Il lato morbido nel segno di Wyatt
Il segreto di “Songs From The Big Chair” sta però anche nelle ballate, dove Orzabal è mattatore, dai paradisi lussureggianti di una "Listen" che è new age ante litteram, al soul-jazz ambientale della tenue "I Believe", dedicata a Robert Wyatt, al quale Orzabal sembra rifarsi anche nel canto, quantomai delicato e intimo. Il guru di Canterbury sarà ricordato anche con una nota di copertina (“If he’s listening”) e con la cover della sua struggente “Sea Song”, inclusa sul retro dell’edizione americana del singolo “Mothers Talk”.
Soffuse anche le atmosfere da calda notte latina di "The Working Hour" - Mel Collins (King Crimson) al sax e Jerry Marotta (Peter Gabriel) alle percussioni - che incede su soffici tappeti tastieristici, morbide percussioni e break del sassofono, fino a condurre l'ascoltatore a una sorta di estasi redentrice: "This is the working hour/ we are paid by those who learn by our mistakes".
L’album raggiungerà il secondo posto nel Regno Unito e il primo negli Stati Uniti, diventando multiplatino in diversi paesi e il disco in studio di maggior successo della band. I singoli "Shout" ed "Everybody Wants To Rule The World" arriveranno entrambi in vetta alla Billboard Hot 100 e nella top 5 della Uk Singles Chart, mentre "Head Over Heels", "Mothers Talk" e una nuova versione di "I Believe" otterranno a loro volta un ottimo riscontro internazionale.
A quei pochi che si insospettiranno è bene ribadire che “Songs From The Big Chair” non è un tradimento dello spirito del primo Lp, anzi chiarifica la vera vocazione dei Tears For Fears: rivolgersi al pubblico più ampio possibile sulla base di una proposta musicale di appeal universale, in quanto basata sui veri pilastri della cultura pop inglese, il pop dei Beatles e la musica soul. Anche se l'album sconfina a tratti in sonorità da "arena rock", la sua ambizione si basa su radici autenticamente popolari, e il successo è tanto più notevole quando si pensa che simili plebisciti transoceanici si sono ripetuti raramente in seguito. Il disco rappresenta bene quindi la mentalità del nuovo pop seguito alla new wave, che, invece di voler scardinare il sistema musicale secondo i dettami post-punk, tentava altresì di contaminarlo dall'interno, attraverso una consapevolezza cinica e spregiudicata delle logiche commerciali.
Al tempo stesso, come sottolineato da Fabio Zuffanti in una interessante analisi su Rolling Stone, “Songs From The Big Chair” si inserisce perfettamente in quel percorso che, tra il 1981 e il 1986, stava allargando i confini del pop in una versione progressiva (in senso lato), attraverso lavori come “Vienna” degli Ultravox, “Hounds Of Love” di Kate Bush, “Rio” dei Duran Duran, “The Colour Of Spring” dei Talk Talk e “Remain In Light” dei Talking Heads.
I Tears For Fears hanno quindi partecipato a ben due utopie musicali, quella iconoclasta (e spesso intellettualistica) della new wave elettronica e quella populista del pop di metà decennio, eppure il distacco totale dalla realtà stava per colpirli inesorabilmente. I tempi della "musica per le masse" e delle commistioni tra generi stavano infatti per venire rinnegati a favore di una nuova genia di puristi e di una frammentazione estrema dello scibile musicale. Ma questa – ancora una volta – è un’altra storia.
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La riedizione per il quarantennale
Per celebrare il quarantesimo anniversario di "Songs From The Big Chair" – uscito originariamente il 25 febbraio 1985 – Universal ha pubblicato una serie di edizioni speciali e limitate, tra cui il 2Lp in vinile Transparent Red con artwork originale mai utilizzato e brani precedentemente non disponibili in vinile, l’edizione deluxe di tre cd, un vinile azzurro trasparente e un picture disc.
Un progetto dove trovano posto alcune B-side dei singoli, che svelano spesso gli esperimenti più audaci del duo: oltre alla già citata “Sea Song”, episodi come “The Big Chair”, “Pharaohs”, “Empire Building”, “The Marauders” e “The Conflict” si muovono su territori quasi ambient-industrial.
Ecco la tracklist completa del progetto.
2Lp Vinile Rosso – Limited Edition (Artwork Alternativo)
Side one
Side two
Side three
Side four
3cd set
Disc one – original album & B-sides
Disc two – edited songs from the big chair
Disc three – remixed songs from the big chair
1Lp vinile azzurro trasparente – limited edition
Side one
Side two
Limited edition picture disc
Side one
Side two