Succede anche ai migliori di perdere il proprio “centro di gravità permanente”. Anzi, è soprattutto a loro che capita, visto l’alto profilo a cui sono abituati. Ed ecco sopraggiungere lo stallo, una fase di smarrimento da cui però, chi ha qualità, sa sempre tirarsi fuori. Lo scorso anno è stato il turno di Ryan Lee West e questa volta tocca a Sascha Ring tirarsi fuori dal pantano creativo provando a spingere ancora in alto il marchio Apparat. Un parallelo non casuale, visto che entrambi si sono affidati soprattutto al proprio artigianato sapiente e alla cura del suono per affrontare l’impasse.
A mettere in chiaro la situazione fin dal primo ascolto è la mancanza di un’idea forte, di coesione nello sviluppo della sequenza delle tracce. Gli ingredienti di sempre ci sono ancora, l’elettronica è scintillante e ingloba con precisione millimetrica la componente strumentale, la voce sa incastrarsi adattandosi all’atmosfera prefissa, passando dall’ambient-pop enfatico di “Tilth” – condivisa con KÁRYYN – alle cadenze downtempo/cameristiche di “Enough For Me”. Un procedere senza direzione nel quale si palesano numerosi spunti togliendo punti di riferimento, come condensato nella cangiante “Lunes”.
Tra i tentativi di trovare direzioni nuove emergono episodi meglio agganciati al passato di Apparat, non a caso i capitoli più efficaci del lotto. È il caso di “Hum Of Maybe”, dell’intersezione sapiente di melodia e breakbeat di “A Slow Collision” e della magnetica “An Echo Skips A Name”.
Ne viene fuori un album di transizione, di certo non annoverabile tra le cose migliori firmate dal musicista tedesco, ma tenuto ben al di sopra della sufficienza da una capacità compositiva brillante, che ha reso Ring un caposaldo del verbo elettronico, e da una produzione priva di sbavature. Avercene dei “forse” di questo livello…
03/03/2026