Rieccoci, con cadenza sempre più regolare, a parlare dell’abilità di Crispian Mills e soci nel pubblicare album inappuntabili, infarciti di canzoni come minimo godibili, spesso ben più che interessanti. Un istinto di autoconservazione che, a ben vedere, va a braccetto con la parabola “senile” (ci si perdoni il termine) di formazioni che hanno bazzicato la stessa scena – Blur, Charlatans, Suede… – quel britpop tanto vituperato per la sua leggerezza di toni e di contenuti ma che, con il senno di poi, ha sfornato una generazione di musicisti in grado di resistere con fierezza e apparente imperturbabilità alle intemperie del tempo che passa.
“Wormslayer”, che esce a trent’anni tondi tondi dall’esordio-bomba “K“, è l’ennesima scorribanda del combo inglese in quel luogo che non c’è in cui britpop, rock psichedelico, folk, blues convivono pacificamente, infischiandosene bellamente di mode, tormentoni e quisquilie mondane varie ed eventuali. Se proprio volessimo cercare un qualche motivo di novità, ecco, forse – e non è poco, a ben vedere – qui c’è meno Oriente rispetto al solito, meno India, almeno sulla superficie. In pratica l’esatto contraltare di “1st Congregational Church…“, pubblicato tre anni e mezzo fa, al quale è legato per via dell’ispirazione che lo guida.
C’è tanta psichedelia, e non solo tra le righe, ma anche in primissimo piano: non è così semplice trovare nell’ormai vasta discografia dei Kula Shaker qualcosa di simile a “The Winged Boy”, avamposto a suo modo coraggioso che va a collocarsi tra le lande acide degli anni Settanta. Se il folk stavolta è piuttosto minoritario in termini numerici (l’ottima “Little Darling”, l’incipit di “Shaunie”, ma anche “Day For Night” e la reinterpretazione di “Be Merciful”), stupiscono – ma fino a un certo punto – la quantità e la qualità dei singoli pubblicati. Si passa dal blues polveroso di “Lucky Number” al midtempo ciondolante di “Good Money”, un marchio di fabbrica che i Kula Shaker sembrano poter riproporre all’infinito.
Un po’ le stesse cose che si possono dire di “Charge Of The Light Brigade”, che accelera sul metronomo e torna a solleticare il folk-rock. E mentre la title track prova a far riecheggiare lo spirito (e le divinità) di “K”, non senza sfoderare delle discrete mazzate elettriche, un capitolo a parte lo merita “Broke As Folk”, pezzo che non teme il confronto con il repertorio di tre decenni fa: un tripudio di giri di organo e di basso Doors-iani che sfociano in grandiosi ritornelli. Per chi non è insensibile alla materia, roba da pelle d’oca. Ma sul serio.
02/02/2026