Viviamo una connessione priva di limiti geografici, che oggi consente (eccezion fatta per i regimi che scelgono l’isolamento) di scoprire artisti simili a quelli che di solito ascoltiamo. Durante i periodi nei quali le uscite discografiche si diradano, ad esempio a cavallo del cambio di anno, è interessante mettersi alla ricerca di qualche novità, magari pescata in luoghi esotici. Così, mentre cercavo di capire se nel mondo esistesse una Ethel Cain meno legata al concetto di southern gothic, mi sono imbattuto in Sophia Stel, che – volessimo raccontarla in due parole – potrebbe essere presentata come la Ethel Cain del sottobosco indie canadese.
A giudicare dal materiale rintracciabile, Sophia esordisce nel maggio del 2022 con un singolo, “ineedthat”, seguito un anno più tardi da “Old Spice Icon”, due tracce che insistono su una forma di moderno electropop fortemente influenzato dal giro pc music. L’affare si fa serio dal febbraio 2024, quando Sophia inizia a centellinare una serie di sei canzoni che saranno poi raccolte nell’Ep, “Object Permanence”, diffuso nel settembre successivo. A questo trova seguito la versione espansa qui trattata, arricchita da un ulteriore inedito e da tre versioni remix, ed ecco pronto quello che possiamo ritenere il primo album ufficiale di Sophia Stel.
Nata a Victoria, a due passi dal confine con gli Stati Uniti, proprio di fronte Seattle, dal 2021 Sophia decide di trasferirsi a Vancouver, entra nella comunità skater locale, fa coming out e frequenta la piccola ma vivace scena musicale della città canadese. Nel frattempo si dedica a mille lavori, giardiniera, imbianchina, bartender, perché Vancouver è molto cara e se un giovane vuole viverci per coglierne le opportunità, deve darsi da fare. Di lì a poco Sophia inizia a far circolare le prime riprese live e qualche videoclip, A.G. Cook la nota e la invita ad aprire un suo concerto, dandole anche qualche consiglio.
Ma la poliedrica Sophia non si ferma qui: quella sua aria un po’ sfatta, il faccino imbronciato, l’atteggiamento indie-slacker di chi va in palestra tutti i giorni ma lo becchi costantemente con la sigaretta fra le dita, la rendono perfetta per il mondo della moda. Per il lookbook natalizio 2025, il famoso marchio di skate Palace sceglie Sophia come testimonial. E’ recente anche il debutto in passerella, dove ha sfilato per la modella belga Ann Demeulemeester, e la presenza in shooting fotografici indossando capi firmati Prada, Balenciaga, Diesel, Adidas. Insomma, a 26 anni si sta affermando come una delle artiste emergenti più cool del momento.
Ma torniamo alla musica. Vancouver è una città molto fredda e piovosa, dove nei mesi invernali regna la depressione. Un terreno fertile per lasciar fiorire l’introspezione post-adolescenziale traducendola in parole e musica, catturando la vita mentre accade. Sophia è vera, ancora totalmente incontaminata, ancora non soggetta ai vincoli dello star-system, ancora non omologata: siamo noi che cerchiamo – come al solito – di catalogare, di addomesticare, ma non certo per rendere più innocui i musicisti, semmai per tentare di spiegarli, intercettando termini d paragone plausibili. E qui il paragone più naturale, come dicevo, è senz’altro Ethel Cain, specie quella di “American Teenager” e “Crush”, una somiglianza quasi imbarazzante: l’aspetto fisico, la voce, le costruzioni musicali, tutto.
Gli arrangiamenti delle canzoni di Sophia partono minimali, ma quasi sempre tendono a incresparsi cammin facendo, arricchiti da beat che infiammano l’atmosfera, trascinando l’analisi interiore in un affare da approfondire all’interno di un club à-la page. Costruzioni che a tratti potrebbero ricordare il lavoro imbastito negli XX – ma anche nei rispettivi lavori solisti – da Romy, Oliver Sim e Jamie XX. Se desideraste essere più hype, potreste far riferimento alla francese Oklou, altra artista alla ricerca di interessanti e moderne intersezioni fra elettronica e songwriting.
In “Object Permanence” i sentimenti vengono tracciati nell’oscurità, ma poi emergono, trovano una propria strada verso la luce, spinti dall’energia tipica dell’outsider. Tutto è architettato per provocare una reazione istintiva, per imprimere uno slancio emotivo. E’ musica intima e vulnerabile, quella contenuta in “Static” e “I’m Not Alone”, fra morbidi synth che tracciano scenari onirici, testi riflessivi e rilassati slanci balearici. Ma ci sono anche le piccole esplosioni chitarristiche gestite su un Mac (“No Pressure”), la rotondità radiofonicamente pop della title track e l’inarrestabile voglia di party che emerge in “You Could Hate Me” e nella sfrenata “I’ll Take It”, la canzone che ha cambiato il corso della vita di Sophia, una traccia da qualche mese virale su TikTok, fra le colonne sonore dei giovani americani durante l’estate 2025.
Sophia attinge al silenzioso isolamento che caratterizza gran parte della vita dei ventenni di oggi, sfruttando l’estetica auto-tuned per tenersi in contatto con loro. Apatia, ma al tempo stesso ricerca della connessione, sempre lei. I tre remix inseriti a fine tracklist, tre bonus rispetto all’Ep originario, insistono sul lato introspettivo, ma al tempo stesso innestano propulsione, la fase liberatoria, la voglia di tornare a riunirsi per far festa, specie nella nuove versioni di “Object Permanence” e “You Hate Me”. Lo scorso autunno Sophia ha affrontato il primo tour europeo, il nome inizia a circolare con maggiore insistenza, il 2026, oppure chissà, magari il 2027, potrebbe essere il suo anno: sta nascendo una nuova stella?