Ai lati del perizoma ha un tattoo con le mie iniziali (Ah)
Una doppia C ai lati degli occhiali
Sono come un ascensore per queste scalatrici sociali
I miei comandamenti sono dieci peccati mortali
“Il mio lato peggiore” è il sesto album in studio di Luchè, a tre anni di distanza da “Dove volano le aquile” (2022). Esagerato a partire dalla scaletta di diciotto tracce, per dare spazio ai numerosi ospiti e formare un album extra-large dove parlare di se stesso, in un alternarsi di riflessione ed esaltazione.
La title track è completata da un monologo di Lele Adani e definisce il linguaggio e l’estetica di buona parte album: versi sopra le righe, racconti compiaciuti del proprio successo, contenuti explicit e uno stile che rimane a metà tra trap, pop-rap e un hip-hop più tradizionale e conscious. Come dimostrano la trap cupa e rallentata di “Miami Vice” (feat. Sfera Ebbasta, Simba La Rue), il duetto di swag partenopeo “Ginevra” (feat. Geolier), la confessione emotiva all’autotune di “Un milione di mani” (feat. Rose Villain), il beat degno dei Sottotono de “La mia vittoria” (feat. Giorgia, Marracash) e “Ilary” (feat. Guè, Nerissima Serpe), l’ambizione è rivolgersi all’ampio target degli ascoltatori di rap italiano, più o meno giovani, più o meno d’animo hardcore, anche grazie ai molti ospiti. Tutto questo, ovviamente, dichiarandosi tutt’altro che mainstream (!?).
Bro, non c’entro un cazzo con il mainstream
Quando è lasciato solo al microfono, poi, Luchè sa anche raccontare le relazioni in modo efficace e sincero, come dimostra l’uno-due di “Nessuna” e “Autostima”, credibili pop-emo-rap contemporanei. È anche capace di suonare come un Nas nostrano nella più tradizionale “Morire vuoto”, a dimostrazione che basterebbe non strafare per chiudere un album di spessore.
È ancora presto per brani più cantati (“Incredibile” feat. Kaash Paige) e in generale certe riflessioni sembrano quel tipo di discorso profondo che si fatica a distinguere dalla fuffa dei guru motivazionali. Sono un po’ troppo anche i dettagli sulla vita sessuale, che sembrano anche stonare in bocca a un ultra-quarantenne.
A volte il problema dei rapper è trovare un’identità nei contenuti; per Luchè il continuo riferirsi a sé, l’estetizzazione di ogni vissuto e pensiero, la convinzione di essere un alfa da sogno e un fuoriclasse al microfono hanno ingabbiato i suoi testi, caratterizzandoli fino alla monotonia. Prima di ascoltarli, possiamo prevedere i riferimenti alla vagina, gli orgasmi, le pistole, le auto sportive, i nemici da uccidere, il tradimento e il tormento di un macho ferito, viveur ma introverso, tormentato. Nulla di molto originale in assoluto, certo, ma riconoscibile, così come quelle pronunce un po’ mumble che scappano qua e là e l’alternarsi di napoletano e italiano.
Il sound invece è un collage di cose troppo diverse, spesso abbastanza canoniche e di tendenza. Alla fine, ricomposti i Co’Sang in “Veng ‘a ‘int all’infern” (feat. Ntò), la mente ritorna a un modo diverso di fare musica, con un intento creativo che si sviluppa lungo tutto l’album. Perché nonostante i diciotto brani e gli ospiti, le spacconate e le confessioni intime, “La mia parte peggiore” fatica a stare insieme, pur segnando un progresso rispetto al precedente “Dove volano le aquile” (2022, nel frattempo doppio platino). Rimaniamo in attesa di ascoltare la sua parte migliore, in un album che ormai è necessario.
02/08/2025