Che senso ha il revival di un genere che non è manco mai esistito? In un certo senso, la risposta è contenuta nella domanda: permettergli di esistere. Dare il modo ai fan - perché quelli, tutto sommato, tendono ad avere contorni un po' più tangibili rispetto alle correnti musicali - di vivere la loro passione con uno sguardo non solo passatistico, ma rivolto al
qui e ora. Vinili d'epoca, ritagli di vecchie riviste, interviste d'archivio, sì, ma anche artisti da tener d'occhio, nuove uscite per cui non stare nella pelle, concerti da vivere insieme agli altri appassionati. Che si sia avuto modo o meno di prendere parte in diretta a quelli degli anni d'oro.
Gli svedesi State Cows sono, insieme a
Young Gun Silver Fox, Dawn Patrol, Page 99, fra i nomi di punta della vivace scena
yacht rock revival che da qualche anno contribuisce ad animare
community online, trasmissioni radio e podcast, eventi a tema destinati ai loro
aficionados. Giunti ormai al loro quinto album e al diciassettesimo anno di carriera, padroneggiano pienamente la propria formula: un mix sfaccettato di
Aor e
soft rock, con i debiti rimandi al
soul/jazz/
blues/rock modello
Steely Dan, ma anche qualche scintillante (e non scontato) slancio
prog.
I synth abbondano nell'
intro zompettante di "Streets Of Stockholm", e dopo un brillante dispiego di frizzantezza sbarazzina e sofisticazione armonica, riaffiorano dalle parti del
bridge, per poi restare fino alla fine, tra una piroetta e uno
stop'n'go. "Waiting For The Right Words" ripesca credibilmente il funk flemmatico di
Fagen e Becker, mentre il ritornello discendente di "Beyond The Waking World" prende in prestito attrezzi dal
kit sunshine pop per confezionare cambi d'atmosfera curiosamente
genesisiani.
Accordi estesi e sventagliate
hi-tech convergono in "Echoes Of You" su una maestosità pressoché
neo-prog, e il gran finale "Summer Cloud", con abbondanti svolazzi orchestrali e una chiusura di strofa che rimanda agli
Styx di "Come Sail Away", chiarisce ulteriormente che la
grandeur non è un colore accessorio della tavolozza della band. I due pilastri della formazione, il cantante/chitarrista Daniel Andersson e il bassista/tastierista Stefan Olofsson, hanno scoperto come sfruttarla per sposare ricercatezza e orecchiabilità.
Sono, insomma, songwriter
scafati nel senso più yacht rock del termine: eleganti, a loro agio nel mare calmo, ma con quel tocco che, al momento giusto, è capace di smuovere le acque.