‘Hello world’ sono le parole che i programmatori, quando iniziano le lezioni di programmazione, fanno dire al computer. C’è tutto dentro ‘Hello world’: c’è ‘hello’, ciao, mi presento al mondo, e ‘world’, tutti quelli che mi rispondono
(Riccardo Zanotti a “Che tempo che fa“)
Jovanotti ma anche gli 883, che vorrebbero essere i Coldplay: i Pinguini più famosi del pop italiano sono ormai un mix di ispirazioni super mainstream e il nuovo “Hello World”, seguito di “Fake News“, non arretra di un passo da un linguaggio che vuole essere trasversale, buono per tutti (e quindi ottimo per pochi). Disimpegnati ma solo apparentemente, perché nei quindici brani in assortimento non ci sono solo tante potenziali hit ma anche qualche tentativo di raccontare, trasmettere un messaggio sull’educazione emotiva, il femminicidio, la dipendenza dalla tecnologia, le relazioni con amici e partner, la difficoltà di coniugare vita privata e lavoro. Emerge, insomma, un intento didattico, come affermato dallo stesso frontman Riccardo Zanotti. Lo stesso che dice di voler creare con tutti noi “una grande famiglia“: sigh.
C’è una festosa pomposità nell’apertura “Hello World” e una sapiente commistione di elettronica e pop-rock in “Per non sentire la fine del mondo”, con chiari richiami ai Coldplay ma anche con una spruzzata di rap, ma il primo colpo davvero a segno è “Islanda”: l’ennesima canzone d’amore di Zanotti, malinconicamente inconsolabile, disperatamente nostalgico, in questo vero erede di Max Pezzali e del suo spleen metropolitano.
Che sia un album del 2024 lo si percepisce chiaramente in “Burnout”, non tanto per il riferimento a Bojack Horseman, ma per il modo molto pop e giocoso con cui racconta il malessere psicologico.
Dopo questo efficace uno-due, perfetto per il campionato di Spotify, l’album prosegue ma perde slancio. Non che manchino l’energia (“Nevica”) o altri momenti di riflessione pop (“Your dog”), ma c’è troppo mestiere e già sentito nella ballad pianistica e piagnona “Amaro”, nella patetica fiaba sull’affettività di “Piccola volpe” (“Ci si vede presto nei sogni degli altri”) o nei pensierini di “Alieni” (“Chissà dove si buttano tutti i sogni rotti”) e “Romantico ma muori” (“Malinconia e settembre sono due sinonimi”), quest’ultima con un ritornello che più ruffiano non si può.
Ci si diverte almeno un po’ nel movimentato pop-rock elettronico di “Fuck You Vincenzo”, mentre la palma del pasticciaccio spetta al commento sociale su modello Imagine Dragons di “Nativi digitali”, un’improbabile distopia pop dove ovviamente gli altri sono il gregge e chissà a chi spetta il ruolo dei liberi pensatori (“Se non li riesci a combattere, allora unisciti a loro/ Tutti fecero questo tranne qualcuno fuori dal coro”). La dedica a Giulia Tramontano di “Migliore” è gonfia di retorica, ma si passa per degli stronzi insensibili a criticare una canzone su un femminicidio, quindi sorvoliamo.
Il racconto, o volendo la spiegazione, della contemporaneità dal punto di vista dei Pinguini si conclude con “Titoli di coda”, che ripiega sul racconto di sé: un autoritratto da buoni e sfigatelli, malinconici e festosi, di quelli che fanno ridere ma anche riflettere. Si raccontano cresciuti nell’ambascia e nell’abbandono emotivo (“Grazie a mia madre, a mio padre/ Che in mе non c’hanno mai creduto troppo/ Da grande poi io ne ho capito il sеnso profondo/ Il talento deve avere il vento contro”), emersi con fatica… nonostante siano il gruppo pop italiano più famoso degli ultimi anni e siano dei trentenni. A loro, poi, il pubblico non serve neanche, “che siano quattro stronzi o centomila” non fa differenza: la paura è che continueranno così, a raccontarci la loro sulla qualunque, come fa lo zio che si crede simpatico e suona un po’ banale e saccente nell’interminabile pranzo di Natale. Ma anche a parlar male di questi Pinguini impegnati, simpatici, umili ed ecumenici, per niente nucleari ma neanche (ormai) scoppiettanti, va a finire che si faccia doppiamente la figura degli stronzi, come chi a Capodanno non partecipa al trivialissimo trenino. Appioppiamo il votaccio e poi, obtorto collo, ci uniamo in coro: pe pe pe pe pe pe…
19/12/2024