Undicesimo album per la
band formata a Manchester e trasferita a Berlino e protagonista della scena della nuova
psichedelia, che ha la propria cifra stilistica tra
psych-rock, noise-pop e post-punk. “Nostalgia’s Glass” è un’opera rarefatta, nella composizione e nella tessitura, e presenta un
mood dream-pop evidente fin dalle intenzioni del quartetto di Craig Dyer, cioè quelle di creare le canzoni di un nuovo album guardando al passato, cercando di dissezionarlo e di rielaborarlo attraverso il filtro del tempo e un sentimento di nostalgia. I brani di “Nostalgia’s Glass” non risultano quindi originali, ma entrano sottopelle perché ci suonano familiari, come qualcosa che conosciamo già e dentro cui ci sentiamo a nostro agio, lasciandoci emozionare, senza distrazioni o fronzoli, dalla musica.
Fin dall’
opener “Émilie”, un mix tra
Velvet Underground,
Stone Roses e
Beat Happening, siamo perfettamente catapultati in questa “operazione nostalgia”. Brano dopo brano, attraversiamo sonorità filtrate dalle chitarre psichedeliche trasognanti: la
new wave di “I Thought I Understood”, il
dark gotico di “Finite As It Is”, il
country di “Another Country”, l’alt-folk di “Frame Of Obsession”, il
post-rock minimale di “Interlude”, il
new romantic di “The Allure Of The Light”, il dream-pop
lo-fi di “Omsk Lullaby”. Chiude “Nostalgia’s Glass” la collaborazione col liutista olandese
Jozef Van Wissem, che nella ripetizione variata del pianoforte e nel coro compie con “Epilogue” un rito di chiusura del cerchio: “Up and down/ Up and down/ Breathing in the melancholy”.
Dentro questa capsula del tempo è come se trovassimo il suono degli Underground Youth insieme a quelli di
Brian Jonestown Massacre,
Jesus And Mary Chain,
Leonard Cohen e
Echo And The Bunnymen: in continuità, sovrapposti, sfumati l’uno nell’altro in un viaggio sonico prima di tutto emozionale.