MIGUEL ATWOOD-FERGUSON - Les Jardins Mystiques Vol.1

2023 (Brainfeeder)
jazz orchestrale

Quattordici anni di lavoro, cinquantadue canzoni, tre ore e mezza di musica, oltre una cinquantina di musicisti coinvolti, da orchestrali a funk-jazzisti, manipolatori digitali e tecnici del suono. I titoli dei brani in scaletta variano da inglese a francese, giapponese, swahili, sanscrito, ebraico e greco antico, per abbracciare tanto culti e pratiche spirituali diversi quanto per suggerire immaginari pluviali e fantascientifici da fumetto d’avventura. Meditazione, religione, stakanovismo, ossessione, scrittura, improvvisazione, collaborazione, violoncelli, microfoni e sintetizzatori; tutto questo è possibile perché Miguel Atwood-Ferguson, quarantatré anni da Los Angeles, ha collezionato ogni tipo di contatto possibile, a partire dall’accoppiata con Carlos Niño, muovendosi nella sfera musicale americana con oltre seicento crediti a proprio nome in qualità di polistrumentista, compositore e arrangiatore, dal pop da classifica alla musica classica, il jazz, l’avanguardia e il cinema. Tanto, troppo, tutto; “Les Jardins Mystiques Vol.1” si srotola senza sosta alle nostre orecchie, minacciando di non fermarsi mai, pur con i suoi motivi e spunti d’interesse.

Parlarne è allettante, almeno per chi nutre un certo gusto verso le modulazioni del jazz orchestrale più meticcio, ma raccapezzarvisi dentro è ben altro paio di maniche – un vero “mappazzone magmatico”, se consentite la definizione con una punta d’ironia.

Oltre la lunghezza-monstre dell’opera, comunque divisibile in tre dischi separati (quattro in formato vinile), quel che presto salta all’orecchio con l’andare dei brani è un gusto compositivo morbido e reazionario che fa il filo alla vecchia Hollywood, nonostante il progetto sia edito da Brainfeeder – ovvero il marchio del solito trio Flying Lotus, Thundercat & Kamasi Washington, peraltro qui presenti tra i ranghi dei collaboratori. O forse è proprio per quest’associazione hip-hop/jazz-funk che il lavoro si presenta più come una strabordante colonna sonora “composta di pancia”, e meno come ascolto votato verso la ricerca e l’innovazione. Il che non sarebbe necessariamente un male, Miguel è in possesso di un chiaro savoir faire e compone motivi suggestivi, nei quali la timbrica strumentale è a tratti semplicemente deliziosa – faccia fede a tal proposito la colorata immagine di copertina, invero particolarmente calzante con i contenuti.

Ma già lungo il primo disco, la gamma sonora si mette subito in mostra; che sia un’emotiva apertura new age di fraseggi free-jazz (“Kiseki”), una mini-sinfonia a sé stante di dialoghi tra flati e violini (“Cho Oyo”), lucenti progressioni elettriche stile Penguin Cafè Orchestra (“Zarra” e “Matumaini”), o una rapsodia che da sola già copre dieci minuti d’ascolto (“Eudaimonia”), è chiaro il modo in cui il lavoro mescola le carte. Prima preda di neoclassiche dinamiche forte/piano, poi psichedelico e funkeggiante, poi nuovamente da capo, con inesauribile foga e voglia di fare, ma senza alcuna soluzione di continuità. Per tutti quei momenti in cui l’improvvisazione jazz crea avvincenti rivoli melodici, ve ne sono altri affogati da opulente coltri elettro-acustiche di exotica barocca, per un’alternanza che prosegue senza sosta lungo l’intero ascolto.

Si rimpiange, insomma, la mancanza di una pur minima guida narrativa, una suddivisione tematica in grado di dare struttura all’ascolto (pensate a quanto fatto da A.G. Cook con l’altrettanto mastodontico “7G”). Il materiale non mancava; sul secondo disco, per esempio, trovano posto una curiosa samba decostruita (“Eunoia”), lucenti rifrazioni di progressive electronics (“Znaniya (Falkor)”) e una dolcissima fantasia per archi e tastiera (“Apocrypha”) – tre tipi di suoni diversi che, se espansi e ordinati con cognizione di causa, avrebbero potuto comporre tre anime diverse per tre separati giardini misticheggianti dai quali  attingere a proprio gusto e piacimento.

Solo sul terzo disco, l’ultima serie di tracce, comprese grosso modo tra “Aldous” e il finale “Sweet Invitation”, smonta il grosso delle percussioni e del jazz d’antan per farsi quasi esclusivamente orchestrale, con particolare impiego dell’arpa, e toccare punte di minimalismo prossime al gusto di un Terry Riley – a suo modo è un balsamo per le orecchie, dopo tutta quest’abbuffata di suoni e colori.

“Les Jardins Mystiques Vol.1” è quindi un lavoro ricco e nel quale c’è sempre qualcosa da scoprire, chiaro prodotto di un compositore che, dopo anni dietro le quinte, ha deciso di dire tutto e subito, anche a costo di perdere il filo conduttore tra buddismo, benessere californiano, ambient, zufoli e combriccole di amici. Anzi, come si evince dal “Vol.1” del titolo, Miguel ha annunciato altri due capitoli della saga, che dovrebbero portare l’opera completa a oltre dieci ore di musica…

04/12/2023

Tracklist

  1. Disc 1
  2. 1. Kiseki
  3. 2. Persinette
  4. 3. Narva
  5. 4. Eudaimonia
  6. 5. Porpita
  7. 6. Nazo No Tenkai (Ernok)
  8. 7. Mångata
  9. 8. Ano Yo
  10. 9. Zarra
  11. 10. Kairos (Amor Fati)
  12. 11. Magnolia (Aisling)
  13. 12. Cho Oyu
  14. 13. Matumaini
  15. 14. Zoticus
  16. Disc 2
  17. 1. Légäsi
  18. 2. Votivus
  19. 3. Querencia
  20. 4. Kundinyota
  21. 5. Dragons Of Eden
  22. 6. Eunoia
  23. 7. Znaniya (Falkor)
  24. 8. Tzedakah
  25. 9. Apocrypha
  26. 10. Asherah
  27. 11. Plotinus
  28. 12. Kairos (Kefi)
  29. 13. Qumran
  30. 14. Makaria
  31. 15. Kupaianaha
  32. 16. Taijasa
  33. 17. Vesta
  34. 18. Ziggurat
  35. Disc 3
  36. 1. Ziya
  37. 2. Scar
  38. 3. Let The Light Shine In
  39. 4. Komorebi
  40. 5. Daydream
  41. 6. Dream Dance
  42. 7. Apotheosis
  43. 8. Magnolia (Astronomia Nova)
  44. 9. Moksha
  45. 10. Datsuzoku
  46. 11. Hypatia
  47. 12. Kuleana
  48. 13. Aldous
  49. 14. Jijivisha
  50. 15. Paititi
  51. 16. Airavata
  52. 17. Znaniya (Ahura Mazda)
  53. 18. Nag Hammadi
  54. 19. Halcyon
  55. 20. Sweet Invitation

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