È un disco di ritorni, “Hold”. Il primo e più importante, il rientro di Jack Tatum da Los Angeles nella natia Virginia, in una dimensione giocoforza più calma e raccolta. È poi un disco che vede il suo firmatario auto-prodursi dopo un decennio che la regia veniva affidata ad altri. Si sa, però, i ritorni non portano mai a un ripristino delle condizioni di partenza. La paternità, l’insorgere della pandemia, l’esperienza acquisita in anni di lunghe tournée come star di punta della Captured Tracks: pretendere di ritrovare la firma Wild Nothing così com’era nel 2010 sarebbe alquanto disonesto, e infatti “Hold” non prova nemmeno lontanamente a ripristinare la nebulosa patina onirica che attorniava “Gemini“. Ironico ma dotato di nuova dolcezza lirica, il musicista affronta i cambiamenti nella sua vita senza mai dimenticare l’ostinata passione per gli anni Ottanta, tenendola come santino nel cruscotto per un album meno intenzionato a esplorare un’estetica definita, che guarda alla decade con una prospettiva ben più generalista. Se la competenza sonora rimane intatta, la scelta non sempre depone a favore delle canzoni.
Peter Gabriel, Hall & Oates, Prefab Sprout e chi più ne ha più ne metta: Tatum sbandiera ogni suo nume tutelare senza alcuna vergogna, investiga gli anfratti più nascosti degli Eighties con tutta la sua vorace curiosità, ponendosi in un trafficato crocevia che unisce la più rarefatta sofisticazione al battito motorik, i sogni a occhi aperti e il brillante commento lirico.
Certo, a giudicare da “Headlights On”, in compagnia della fida Hatchie, ci si poteva quasi illudere che fosse avvenuto un improvviso spostamento di decennio, tra le tastiere baggy che spezzano il ritornello e i vaghi innesti gazey di base. È solo un inganno, una parentesi saggiamente sfruttata come singolo, che però poco illustra di un progetto ben più sfuggente, avvinto da emozioni e pensieri contrastanti.
Sono contrasti importanti, sballottamenti di tono decisi a sferrare pugni bassi, incapaci però di costruire un flusso che ne rafforzi l’ottica complessiva. Capita quindi che il taglio serrato di “Basement El Dorado”, dai giri di basso in vena di (synth-)funk, soverchi totalmente l’andamento felpato della successiva “The Bodybuilder”, elenco di insicurezze che diventa sospesa materia ambient. E se le geometrie sintetiche di “Suburban Solutions” instillano il dubbio del ritorno in Virginia attraverso un finto spot promozionale, “Presidio” stempera tutta la carica in un laghetto strumentale dal tocco quasi new age.
Non tutta la scaletta è così mal congegnata, il tiro di “Prima”, ballata alla Pat Benatar appena increspata di fuzz chitarristici, sa introdurre al meglio le nebbie guitar-pop di “Alex”, il momento di massimo abbandono espressivo della collezione. Resta però l’impressione generale di voler strafare, di voler attraversare un intero catalogo di possibilità pop senza mai lasciare un’impronta concreta, un tratto deciso.
È indubbio che l’emozione che traspare nelle dediche al figlio (“Peeling Down The Moon” il momento più evidente) e la forte titubanza espressa nei testi raccontino di cambiamenti tutti da metabolizzare, ma il disarmante senso d’incanto che ha tenuto banco nelle precedenti prove qui fatica a centrare il segno. Una prova d’assestamento? Più che possibile.
06/11/2023