Doveva succedere prima o poi: d’altronde, Marek Pędziwiatr, voce e pianista degli EABS (nonché del parallelo progetto nu-jazz Błoto) era già stato invitato nel 2019 a Lahore per contribuire alle registrazioni di “Nafs At Peace”, quello che sarebbe stato l’affermato disco di debutto dei Jaubi. Diventati entrambi i progetti di punta del roster Astigmatic, lo strepitante combo polacco, capace nel tempo di effettuare esplorazioni sulla storia del suo Paese e realizzare personalissime rivisitazioni del catalogo di Sun Ra, e il gruppo pakistano, forte del suo elegante linguaggio spiritual-cameristico, uniscono le forze e con “In Search Of A Better Tomorrow” danno il via a un fruttuoso scambio artistico, nell’ottica di una disarmante comunione d’intenti. Perché un domani migliore può passare anche da simili operazioni.
Non si cerchi la semplice giustapposizione culturale, l’affacciarsi di Occidente e Oriente alla volta di uno scambio di facciata: la compenetrazione dei linguaggi è totale, la fiducia pienamente corrisposta, il dialogo talmente robusto che quasi si stenta a riconoscere gli esecutori volta per volta chiamati in causa. Certo, strumenti come tabla e sarangi tradiscono immediatamente la loro provenienza, anche se così il loro impiego è meno volto a riflessioni puramente indo-raga come quelle che hanno impreziosito alcuni dei capitoli più entusiasmanti di Rudresh Mahanthappa, e più interessato ad ampliare le cornici di un sound che fa del sincretismo e dell’armonia il proprio baricentro.
Si parla di fusion, insomma, di un approccio che premia una grande solidità melodica (si faccia caso al tema centrale di “Judgement Day” e alla sua efficace ripresa sul finale), che naturalmente pone una legittima enfasi sui groove e sul contributo ritmico/percussivo (un brano come “Strange Love” a trarre forza proprio dalla cooperazione tra Marcin Rak e Kashif Ali Dhani), ma che si lascia pervadere da accenti espressivi che combinano il trascendente e l’immanente, lirismo e concretezza a dissolversi in un potentissimo abbraccio.
Piccoli accenti hip-hop ghermiscono l’attacco di “People In Between”, prima che il sassofono si prenda il proprio spazio e dia il via a una lunga meditazione, non propriamente lontana da quanto offerto dal migliore Don Cherry. Pianoforte e sarangi si ergono invece a protagonisti del commosso albeggiare di “Raise Your Hearts, Drop Your Guns”, un’altra disarmante preghiera di pace che a suo modo complementa quanto disvelato in “Nafs At Peace”. E se la voce umana pare non dover essere mai della partita, quando affiora nel fugace preludio intitolato alla luna, acquisisce una potenza vertiginosa. L’ineffabile e il terreno, l’oggi guerresco e il domani disteso, tutto diventa nelle mani del collettivo materiale dallo straordinario carattere figurativo, la dimostrazione di un’intesa che vuole e sa come ricercare il futuro del titolo, ne ha anzi già individuato i primi segnali. A noi non resta che farne tesoro, e rilanciarli in lungo e largo, perché diano i frutti sperati.
29/08/2023