Approfondimenti

Dal nu-jazz al free

Altri 24 dischi jazz dal 2021

di M. Teresa Soldani, Marco Sgrignoli, Francesco Pandini + AA.VV

Il 2021 è stato un anno foriero di uscite in ambito jazz, un contesto artisticamente fluido dove sempre più si incrociano percorsi musicali personali e generi diversi. In questo speciale vi proponiamo 24 dischi – oltre gli album jazz recensiti lo scorso anno – distribuiti in quattro macrosezioni, in cui potete navigare a seconda delle vostre preferenze: “Tra modernità e classicismo” raccoglie gli album in cui la tradizione del jazz si incontra con l'innovazione apportata da vecchi (William Parker, Archie Shepp, Wadada Leo Smith) e nuovi protagonisti (James Brandon Lewis, Matthew Shipp, Joshua Abrams, Jihye Lee, Jason Moran); “nu jazz, medi-jazz” offre alcune commistioni significative che si sviluppano su linee apparentemente opposte, l'ibridazione con la musica elettronica — specialmente nella sua veste Idm — e il dialogo con le tradizioni locali, soprattutto delle aree che da Sud e da Est si affacciano sul Mediterraneo; “experimental, free jazz” esplora le forme più libere derivate soprattutto dal free-jazz e dalla musica colta, dove gli organici proposti creano inedite forme musicali e colorimetrie timbriche; “jazz-rock e avanguardia” propone alcune delle migliori esperienze di commistione tra generi del rock (psichedelia, post-rock) e jazz, con chitarristi fenomenali come Bill Orcutt, Ava Mendoza, Gordon Grdina, David Grubbs e Ryley Walker.

Tra modernità e classicismo


william_parker_painters_winters.William Parker - “Painters Winter” (AUM Fidelity)

Come scegliere un solo album in un anno della prolifica carriera di un veterano come William Parker? Il suo contrabbasso dinamico, estroso, arguto e intellettuale a ogni prova dà forma a un pensiero, esprimendo una ratio sui generi, sugli stilemi e sulle pratiche non solo del jazz, e dell’improvvisazione, ma anche delle musiche afroamericane in maniera quantomai plurale e vitale. E di album a firma Parker dalla fine degli anni 70 ad oggi se ne contano oltre centocinquanta, per non dire le collaborazioni. Uno dei più importanti bassisti della storia del jazz e anche, nella migliore tradizione della sua cultura, un attivista, uno scrittore e un educatore nel contesto di New York.
In “Painters Winter”, che riprende concettualmente le fila da “Painter’s Spring” (Thirsty Ear, 2000), sempre di Parker in trio con i collaboratori di lungo corso Daniel Carter (sax alto, sax tenore, tromba, flauto e clarinetto) e Hamid Drake (percussioni), compiamo un viaggio nella materia del jazz che si dilata e si amplifica aggregando e disgregando cellule e frasi be-bop e cool, quanto di musica classica e di musiche africane. “Painters Winter” è definito da una ricca palette timbrica, da una dinamica a diaframma e da una visionarietà tangibile di un trio compatto e organico, in cui Parker contribuisce anche con il trombonium e lo shakuhachi. Un album che tracima espressività e mistero. (Maria Teresa Soldani)


jblrlq_jesup_wagon.James Brandon Lewis Red Lily Quintet - “Jesup Wagon” (TAO Forms)
Il sax tenore di Lewis apre in solitaria l’album come nei migliori film d'annata di Spike Lee. Post-bop intriso di spiritual e blues dai tratti melodici, condotto da una sezione ritmica composta da due dei più significativi interpreti del jazz contemporaneo, da generazioni diverse, William Parker al contrabbasso e Chad Taylor alla batteria. Completano il quintetto Kirk Knuffke alla cornetta e Chris Hiffman al violoncello (collaboratore anche di Yoko Ono, Marc Ribot e Marianne Faithfull). L’album è un omaggio spirituale e ispirato a George Washington Carver, scienziato, insegnante, musicista, pittore e scrittore, ed è un concept intriso di storia e cultura afroamericana, anche del jazz, con la copertina che riprende un’opera dell’intellettuale. L’omaggio si mescola anche alla biografia personale del sassofonista di base a New York – come nella serie “Coin Coin” di Matana Roberts – essendo stato Carver citato più volte dalla madre di Lewis, fin dall’infanzia, come modello di emancipazione attraverso l’istruzione.
Dall’iniziale “Jesup Wagon” l’album compie un percorso nel pensiero, nelle illuminazioni e nell’umanità del suo soggetto, fluisce in maniera densa e dinamica, sprigionando un’emozione e un’intensità uniche – splendido il dialogo tra il sax e la cornetta di “Arachis” infranto e scomposto dalla sezione ritmica – che confermano la statura di Lewis, tra i più importanti protagonisti del jazz contemporaneo. Chiude l’obliqua “Chemurgy”, tributo in controluce a “Lonely Woman” di Ornette Coleman dal miliare “The Shape Of Jazz To Come” (Atlantic, 1959). Una delle migliori uscite del 2021. (Maria Teresa Soldani). 


moran_shepp_letmypeoplego.Jason Moran & Archie Shepp - “Let My People Go” (Archie Ball)
Bastano gli otto minuti dell'iniziale “Sometimes I Feel Like A Motherless Child”, emblematico spiritual della canzone popolare americana, per sciogliersi di fronte al sassofono del veterano del jazz e della cultura afroamericana Archie Shepp – si pensi anche solo al capolavoro “Attica Blues” (Impulse!, 1972) – e al pianoforte di Jason Moran, già al fianco di Cassandra Wilson e Wayne Shorter. Rallentare, dilatare e sciogliere sono le parole chiave della formula del duo nella creazione di un album che è puro mood, emozione ed esaltazione della melodia, frutto di due registrazioni a distanza di un anno, una a Parigi l’altra a Mannheim. Un incontro tra due diverse generazioni della musica jazz: la storia dei generi con Shepp, gigante nel suo passato con altri giganti come John Coltrane, e la contemporaneità con Moran, nato quasi quarant’anni dopo.
“Let My People Go” rende omaggio a figure cardine come Duke Ellington e lo storico collaboratore Billy Strayhorn, Thelonious Monk e lo stesso Coltrane, percorso aperto e intervallato da spiritual (a metà troviamo anche “Go Down Moses”) in cui si inserisce lo stesso Moran (“He Cares”). Shepp ripercorre una storia in cui ha militato, con la propria voce e il proprio sax emotivo e partecipato, portandovi Moran, con la quale performa liberamente, ponendosi sullo stesso piano. Non può che chiudere un altro classico dei classici, “Round Midnight”, a fissare le coordinate di una musica profondamente e spiritualmente afroamericana. (Maria Teresa Soldani)


wadada_leo_smithWadada Leo Smith’s Great Lakes Quartet - “The Chicago Symphonies” (TUM)
Wadada Leo Smith ha compiuto ben ottant'anni a dicembre 2021, coronando una carriera ormai cinquantennale con una serie di ben quattro concerti insieme al suo Great Lakes Quartet, dal titolo “The Chicago Symphonies”. Un lavoro mastodontico, per la durata di circa 170 minuti di musica, diviso in "Sapphire Symphony", “Pearl Symphony”, “Gold Symphony” e “Diamond Symphony". Quello di Wadada è un coraggioso viaggio al confine tra jazz e avanguardia, ambizioso e probabilmente immaginato per un ensemble più ampio. Il lavoro si ispira all'album di Don Cherry “Symphony For Improvisers” (Blue Note, 1967) e coniuga improvvisazione, free jazz e sonorità d'avanguardia. "Sapphire Symphony" è l’album più maestoso e solenne, mentre “Pearl Symphony” raggiunge apici davvero glaciali. Ma in quasi tre ore di musica sono tante le sensazioni che Wadada può offrire. Per gli amanti del jazz meno convenzionale. (Valerio D’Onofrio)


daring_mind.Jihye Lee Orchestra - “Daring Mind” (Motéma)
Dalla natia Corea a New York, con tutte le difficoltà e gli scogli che un simile cambio comporta. Ma anche i sorrisi, le gioie, l'ostinazione, il coraggio. È proprio all'audacia della mente, e di tutte le menti che decidono di mettersi in gioco, che la compositrice e bandleader Jihye Lee dedica il suo debutto per Motéma, quattro anni dopo il brillante esordio autoprodotto “April”. Quattro anni pienissimi, con l'autrice che riceve nel mentre il BMI Charlie Parker Composition Prize, zeppi di esperienze e nuovi adattamenti, che nei nove brani di “Daring Mind” tradiscono la ricchezza di stimoli e l'affinata gestione del suo fidato organico orchestrale.
L'essenza della Grande Mela e della sua caotica atmosfera qui si esprime in tutta la sua potenza, con passaggi di forte consistenza emotiva. Botta e risposta bandistici non privi di una certa goduriosa spavalderia (“Relentless Mind”), ostinati ritmici su cui imbastire nervosi notturni swingati (“Unshakable Mind”), spigliatezze melodiche dalla grana folk (“Revived Mind”): l'immaginazione di Lee è inarrestabile, coordina il lavoro di solisti e band con affascinante piglio narrativo, esplorando ogni possibilità con la forza di idee che si smarcano molto presto da ogni concezione di tradizione big-band. Memoria ed elaborazione si intersecano con vivida curiosità, per un album che è un eccellente manifesto di amore verso il jazz e le sue diramazioni orchestrali. Prepotente vitalità. (Vassilios Karagiannis)


matthew_shipp_code_breaker.Matthew Shipp - “Code Breaker” (TAO Forms)
Per gli amanti del pianoforte jazz, ecco “Code Breaker” di Matthew Shipp, terzo album in solo in appena due anni per uno dei protagonisti della scena impro newyorkese: una capacità compositiva e uno stile strumentale estremamente eclettici, che si collocano tra free jazz, avant-jazz e post-bop, rendendo omaggio a una genealogia che va da Duke Ellington e Cecil Taylor a Keith Jarrett. Si tratta di una serie di composizioni che immergono l’ascoltatore in un flusso in cui lo standard jazz viene destrutturato, rendendo tangibili gli strumenti della composizione e quindi il pensiero musicale di Shipp, con una mano sinistra che si muove in maniera sorprendente a disegnare geometrie armoniche personali.
In uno stesso brano troviamo passaggi più in linea con la tradizione jazz, anche swing, che si sfaldano nell’avanguardia (“Code Swing”, “Stomp To The Gallery”), tra melodie agrodolci, andamenti obliqui (“Spiderweb”, “Green Man”) e cellule di note in aggregati molecolari (“Raygun”), con una naturalezza che è tutta nelle mani del suo fautore. Il fluire debordante delle composizioni trova una cristallizzazione nella dilatazione quasi minimalista di “Suspended”, dalla quale prende avvio l’inquieta tripletta finale. Chiude la sintesi perfetta di “The Tunnel”, che si ricongiunge idealmente all’iniziale “Codebreaker”. (Maria Teresa Soldani)


code_of_being.James Brandon Lewis Quartet - “Code Of Being” (Intakt)
Tra i più celebrati sassofonisti di ultima generazione, James Brandon Lewis colpisce per la consapevolezza di sé e del proprio ruolo storico, oltre che per la concettualizzazione di ogni singolo lavoro. Erede autonominato ma legittimo di John Coltrane, Cecil Taylor, Sun Ra, Ornette Coleman e Albert Ayler, Lewis ha sistematizzato con il proprio quartetto - Chad Taylor (batteria), Aruán Ortiz (piano) e Brad Jones (basso) - quella che definisce “Molecular Systematic Music”, un approccio alla composizione che fonde teoria musicale e biologia molecolare. Seguito dell’esordio “Molecular” (Intakt, 2020), “Code Of Being” è un arazzo di ben più ampie dimensioni, un’ora abbondante in cui una spiritualità da tardo Coltrane abbraccia una spiccata propensione alla melodia e al pathos (la title track, drammatica nella struttura), alternando languide atmosfere notturne (“Every Atom Glows”, ispirata al dipinto omonimo di Norman Lewis), groove pastosi (la doppietta “Per 4”/ “Per 5”) e improvvisazione mai fuori controllo. Compendio eccellente, la chilometrica “Where Is Hela”: un’introduzione tesissima, fraseggio di sax sul cui fondale si agitano tamburi da tempesta in arrivo; una sezione centrale più ritmata, campo libero per il pianismo virtuoso e latino di Ortiz; un finale, affidato di nuovo a Lewis, che recupera il tema originario prima che le luci della sala si spengano una a una e il Nostro rimanga solo a meditare al centro della scena. Formalmente intricato ma emotivamente limpidissimo, “Code Of Being” è un altro capitolo di straordinario valore in un percorso artistico sempre più personale. (Francesco Pandini)


descention.Joshua Abrams Natural Information Society with Evan Parker - “descension” (Out of Our Constrictions)
Rimettersi in movimento, superare la statica realtà degli ultimi tempi, per Joshua Abrams è tempo di passare dalla simulazione alla realtà, una magia che il musicista affida a un nuovo capitolo con l’ensemble Natural Information Society. Il primo atto è reimpossessarsi di quegli spazi congeniali alle fughe liriche e agli arazzi free-form, che sono ormai linguaggio collaudato e in perenne espansione del musicista e delle sue tante mutazioni. Ed è proprio la rinata voglia di esplorare ed espandere nuove frontiere il punto di forza di “Descension (Out Of Our Constrictions)”, disco che nasce sul palco del Café Oto di Londra e che alla formazione in quartetto -  Lisa Alvarado, Jason Stein, Mikel Patrick Avery e appunto Joshua Abrams – vede aggiungersi il leggendario sassofonista inglese Evan Parker, perfetto esegeta delle sonorità più flessibili e deformate di questo nuovo album.
“Descension (Out Of Our Constrictions)” è l’ennesima sintesi creativa di Joshua Abrams, un disco che trova ancora nella città di Chicago il cuore pulsante, e nelle interazioni con la musica africana, la psichedelia, il free-jazz e il post-rock, la linfa vitale per generare un’altra magia. L’album offre un'unica composizione di sessantacinque minuti divisa in quattro capitoli: idealmente dedicato a George Floyd, il progetto si sviluppa su modulazioni spiritual jazz molto intense, elementi etnici (il sintir o guimbri, tipico strumento dei popoli Gwana), tempi ritmici rituali, trance psichedeliche e minimalismo. Un groove costante e un tempo ritmico ossessivo e in agile slow-motion accolgono articolati e sapienti incastri strumentali, le cui evoluzioni hanno molto in comune con le frenesie creative del free-jazz e dei primi vagiti techno. Ognuno dei quattro capitoli si evolve fino a lievitare e raggiungere un’estasi mistica che incanta e seduce senza mai mostrare cedimenti o cali d’ispirazione. “Descension (Out Of Our Constrictions)” è come un cuore pulsante il cui battito dona ulteriore vita alla scena jazz contemporanea. (Gianfranco Marmoro)


Nu jazz, medi-jazz

stitches.Nils Petter Molvær - “Stitches” (Modern Recordings)
Il future jazz è Nils Petter Molvær e Nils Petter Molvær è il future jazz. La commistione di jazz elettrico, ambient ed elettronica di stampo Idm è la specialità del trombettista norvegese, attivo dagli anni Novanta e giunto con questo “Stitches” al suo trentesimo album. Accompagnato per l’occasione dal chitarrista Johan Lindström, dal batterista Erland Dahlen e dal bassista Jo Berger Myhre, Molvær firma con “Stitches” uno dei compendi più riusciti della sua arte, unendo tanto la vena più astratta e atmosferica quanto le saturazioni jazz-rock che alimentavano il suo capolavoro “Hamada” (2009).
Le incalzanti “Framework 1”, “Angels Ahead” e “Nearly Invisible Stitches” sono, per gli appassionati di rock elettronico e progressivo, fra i brani più accessibili e al tempo stesso rappresentativi realizzati dal musicista nella sua lunga carriera. La collaborazione in sede di missaggio e mastering coi connazionali Jan Bang e Helge Sten (Supersilent) aggiunge dimensionalità a un sound già di per sé carico di fascino e tensioni. (Marco Sgrignoli)


richard_barbieri_02Richard Barbieri - “Under A Spell” (Kscope)
È un cast di gran pregio quello che qui affianca il tastierista di Japan e Porcupine Tree, da decenni maestro nella creazione di mondi sonori avvolgenti e carichi di mistero. Alla tromba compare Luca Calabrese (già con Isildurs Bane, Italian Instabile Orchestra, Ske), alla voce - per quanto rada - Steve Hogarth dei Marillion e al basso una leggenda del fretless come Percy Jones (Brand X, David Sylvian, Suzanne Vega, Brian Eno).
L’imponente caratura dei collaboratori non deve però sviare dalla considerazione principale: “Under A Spell” è un disco costruito in solitaria, lavorando di sovraincisioni e campionamenti nello studio domestico che Richard Barbieri ha eletto a suo rifugio all’apice del periodo pandemico. Il risultato di quest’opera paziente è un nu jazz ammmaliante, a metà strada fra assoluta contemporaneità ed echi dell’etichetta Materiali Sonori, in cui le tessiture acustiche ed elettroniche del tastierista tracciano i contorni di paesaggi che sono poi popolati dalle presenze timbriche dei numerosi ospiti. Magico a dir poco. (Marco Sgrignoli)


jaubiJaubi - “Nafs At Peace” (Astigmatic)
Joint venture fra l’etichetta polacca Astigmatic Records, i pakistani Jaubi, di Lahore, e l’affermato fiatista londinese Tenderlonious (Keleketla!, Ruby Rushton, EABS), “Nafs At Peace” si colloca in una terra prima inesistente, posta fra nu jazz, musica tradizionale indostana, fusion e peregrinazioni spiritual jazz da qualche tempo tornate in auge presso musicisti, pubblico e critica. L’organico strumentale affianca suoni locali (tabla, sarangi), presenze classiche del jazz europeo (chitarra, flauto, sax, batteria) e un notevole arsenale di tastiere, fra cui svetta l’inusuale Clavinet-Pianet Duo, utilizzato per dar mordente alla baldanzosa “Insia” e render liquida l’introduzione “Seek Refuge”. I brani mescolano inflessioni smooth e passaggi più ruvidi, legati soprattutto all’impiego della viola da braccio sarangi. Non tutti gli episodi sono ugualmente coinvolgenti, ma quando il groove euro-indo-urbano ingrana, i risultati sembrano giustificare l’entusiasmo con cui il progetto è stato accolto da svariate testate. (Marco Sgrignoli)


nubiyan_twistNubiyan Twist - “Freedom Fables” (Strut)
Tre album all’attivo, i britannici Nubiyan Twist sono ormai un’istituzione del jazz più contaminato. Nei loro brani caleidoscopici si incontrano senza soluzione di continuità nu jazz e ritmi latini, afrobeat e hip-hop, nu soul e gommosità wonky. Un mix al tempo stesso urbano e proiettato verso tradizioni lontane, frizzante e sinuoso, ma anche lontanissimo da ogni possibile effetto cartolina. La pluralità di influssi si esprime infatti tramite gli apporti di numerosi ospiti, ciascuno messo nelle condizioni di colorare la formula della band di nuove sonorità. La versatile vocalist Cherise Adams-Burnett, il sassofonista e jazz-rapper Soweto Kinch e la leggenda dell’highlife ghanese Pat Thomas sono alcuni dei nomi che si alternano nelle nove camaleontiche tracce di questo disco tanto elegante quanto sorprendente e festoso. (Marco Sgrignoli)


naissam_jalalNaïssam Jalal & Rhythms Of Resistance - “Un Autre Monde” (Les couleurs du son)
Quando il Mediterraneo orientale suona in maniera del tutto diversa dalle immagini con cui spesso è ritratto nei media, e ricorda più che altro… i King Crimson? La musica della flautista e compositrice franco-siriana Naïssam Jalal muove da premesse di tutt’altro tipo - la tradizione della sua terra d’origine, la formazione classica, la passione per il funk e l’hip-hop - ma approda a sponde musicali sorprendentemente simili. Le dodici lunghe tracce di questo doppio album (comprendente un disco live orchestrale) si articolano fra distensioni e momenti di concitazione, costruendo paesaggi acustici avvolgenti grazie alle continue ricombinazioni di cellule ritmico/melodiche, spesso basate su tempi composti e poliritmi. Flauto traverso e ney, voce, sax, contrabbasso, chitarra, violoncello, percussioni e batteria si inseguono su orbite ora piane e ora decisamente oblique, dando corpo a una musica al tempo stesso ammaliante e ricca di rivelazioni. (Marco Sgrignoli)


sarab.Sarāb - “Arwāḥ Ḥurra” (Matrisse Productions)
Difficile distinguere nella musica dei Sarāb dove finisca il jazz e inizino il metal, la musica tradizionale, il rock progressivo. Già fattosi notare col debutto del 2019, il sestetto francese con radici siriane porta con questo secondo album ancora più in profondità le contaminazioni stilistiche: doom/zeuhl e pop arabo, avant-sludge e fusion, strumentazione mediorientale ed effettistica elettronica. Più che la ricchezza di ingredienti, a sorprendere è tuttavia la personalità della miscela, che evita l’effetto minestra così come gli esotismi da cartolina, dando vita invece a un sound organico, ricco di dinamica e spesso assai coinvolgente. Merito soprattutto della versatilità dei componenti, che si alternano fra stili e strumenti, e dell'ottima sinergia tra due fuoriclasse: la cantante Climène Zarkan e il trombonista Robinson Khoury. I due abbinano una notevole tecnica (che consente di padroneggiare le inflessioni microtonali tipiche della musica del Mediterraneo meridionale) a eccellenti qualità espressive, e con gli altri quattro membri danno vita a dodici brani caleidoscopici che certamente appassioneranno gli amanti di Tigran Hamasyan e altri progetti di jazz-rock mediterraneo. (Marco Sgrignoli)

Experimental, free jazz


poof.Henry Threadgill Zooid - “Poof” (Pi)

Henry Threadgill viene riconosciuto unanimemente da più di quarant’anni come un innovatore nel mondo del jazz. Per il New York Times è "il più importante compositore jazz della sua generazione". Per il musicista americano, classe 1944, il contrappunto è la chiave di volta per comporre musica che lasci libertà a chi la esegue. Come il suo meraviglioso quintetto Zooid, attivo da più di vent’anni: Liberty Ellman alla chitarra, Christopher Hoffman al violoncello, Jose Davila al basso tuba e Elliot Humberto Kavee alla batteria. “Poof” è il loro ultimo album: cinque brani per trentotto minuti di sperimentazione tra improvvisazione jazz e musica da camera. Violoncello e sassofono dialogano nell’introduttiva “Come And Go”. La chitarra di Ellman si mostra in tutta la sua eleganza nella traccia che dà il titolo all’album, “Poof”. Il fractured funk caratteristico della musica di Threadgill è diluito in groove liquidi appena accennati dalla tuba e dalla batteria. "La mia unica speranza è che [chi ascolta] avrà una reazione, e la reazione non deve essere per forza positiva", dice Threadgill. "Potrebbe essere negativa. È bello […se la musica] ti farà pensare a qualcosa”. (Roberto Mandolini)


hidemi.Patrick Shiroishi - “Hidemi” (American Dreams)
“Hidemi”, ultimo lavoro del sassofonista losangelino Patrick Shiroishi e tra i più belli dello scorso anno, porta le stigmate di un omaggio sentito e doloroso sin dal titolo. Hidemi era il nome del nonno del musicista, internato - insieme alla moglie e ad altri 120.000 giapponesi-americani - nei campi di concentramento statunitensi aperti sulla costa del Pacifico dopo Pearl Harbor. Registrate in solitudine e costruite su strati di sassofoni di ogni tipo, le nove tracce che lo compongono evocano le lacerazioni di un’esperienza traumatizzante e, insieme, gli attimi di quieta vita quotidiana che non mancano di manifestarsi nemmeno negli angoli più bui della Storia.
Melodico e commovente, “Hidemi” accoglie l’ascoltatore con i barriti di sax di “Beachside Lonelyhearts”, che richiamano l’attracco di una nave in porto o forse solo il ricordo di un ritorno a casa, un attimo prima che il pezzo muti in un agile balletto neoclassico, perfetta sonorizzazione in bianco e nero di quelle vite infrante eppure perseveranti. Tra riff portanti di basso su cui trillano - alla maniera di uno Stetson più poetico e meno muscolare - svolazzi di alto, “Hidemi” assalta il cielo nella conclusiva “The Long Bright Dark”. In un’indimenticabile catarsi, la voce di Shiroishi intona una frase in giapponese: “E' questa la fine della tempesta?”. Ed è lì, nell’esplosione rabbrividente che la segue, che si condensa tutto il senso di un’opera che prende l’eredità di un popolo, le regala un testamento pieno di grazia e al contempo indica la via a chi verrà dopo. (Francesco Pandini)


sud_des_alpes.Rempis Percussion Quartet - “Sud Des Alpes” (Aerophonic)
Pubblicato ad aprile, “Sud Des Alpes” arriva dalla registrazione di un live del 30 marzo 2019 all’AMR di Ginevra, parte del tour europeo con cui il Rempis Percussion Quartet - il sassofonista Dave Rempis, il bassista Ingebrigt Håker Flaten e i batteristi Tim Daisy e Frank Rosaly - celebrava il primo quindicennio di attività. Che a questi improvvisatori radicali non manchino ironia e leggerezza, oltre al talento e alla tecnica stellare, lo si evince dai titoli attribuiti ai tre pezzi in programma: “There’s A Jam On The Line”, “Evacuation” e “Late Arrival” fanno riferimento al disguido ferroviario che quella sera fece iniziare il concerto in ritardo, riverberando però positivamente su quanto sarebbe poi successo sul palco. In una girandola di idee che fanno cozzare gli strumenti fra loro conservando una sorprendente identità melodica d’insieme, “Sud Des Alpes” si mantiene eccellente per tutta la durata del set, con diversi apici: la chiusura furiosa della prima jam; la rilettura del classico “Odwalla” dell’Art Ensemble Of Chicago che prelude al maelstrom della seconda, con un notevolissimo drum solo - per due - proprio al centro; il lirismo del sassofono che soffia solitario in conclusione della terza, delicatezza platealmente in contrasto con la ferocia dell’attacco. Punto fermo di una carriera invidiabile da cui ripartire per nuove strade, “Sud Des Alpes” mostra un Quartet ancora intento ad azzannare il free senza facili concessioni agli automatismi. (Francesco Pandini)


mind_maintenance.Mind Maintenance - “Mind Maintenance” (Drag City)
In psicologia, l’esperienza di flusso è uno stato mentale in cui l’individuo si trova completamente immerso in un’attività gratificante e significativa. Un buon punto di partenza, credo, per provare a raccontare “Mind Maintenance" di Joshua Abrams e Chad Taylor, tra i cardini della scena jazz di Chicago che, in una forma o nell’altra, collaborano ormai dalla metà degli anni Novanta. Più che le singole tracce, qui, conta dunque l’insieme: quarantacinque minuti di dialogo tra guimbri, mbira e nient’altro, per una musica improvvisata figlia della circolarità del raga e di un interplay maturato in decenni, una ricerca di stabilità e pace in un’epoca che non ne offre.
Corde e metallo vibrano all’unisono, regalando materialità e senso dello spazio a una strumentazione davvero scarna e che, però, nella maggior parte dei casi, sembra non richiedere altro. La scelta di guimbri e mbira, del resto, non potrebbe essere più funzionale: il modo in cui sono progettati, la loro tendenza al tintinnio e al ronzio laterali, li fa somigliare a un tramite verso un altrove piuttosto che a semplici mezzi. Non un album per chi viva di sole pietre miliari, questo “Mind Maintenance", ma un’esperienza quasi tattile che piacerà a chi, all’ascolto, chiede immersione nella purezza del momento. (Francesco Pandini)


underflow.Underflow - “Instant Opaque Evening” (Blue Chopstick)
Arriva il secondo episodio del trio composto dai alcune stelle dell’improvvisazione che si muovono oltre le colonne d’Ercole del jazz in pieno territorio d’avanguardia: Rob Mazurek (cornetta, flauto, percussioni, electronics e voce), David Grubbs (chitarra e voce) e Mats Gustafsson (sax baritono, flauto, electronics), già collaboratori in avventure reciproche (compresi due album dei Gastr Del Sol). Frutto di un tour in Europa nel 2020, l’album è un’ora e mezza di musica performata sinestetica e plurisensoriale tra caos e distensione, sospiri, grida e embrioni inquieti di note che sfuggono all'addomesticamento, trasformandosi in fanfare elettrificate (la metonimica “Instant Opaque Evening” su tutte), canti a tratti stridenti (“Planks”), campanacci e mantra (“A This Eternity”), vagiti elettronici e flautistici (“Sound Of A Wet Leather Ball”).
Particolarmente suggestivi il dialogo in umori post-rock tra la chitarra di Grubbs e i fiati di Mazurek e Gustafsson in “Self Portait As Interference Pattern” e il requiem ritualistico di “Not At My Funeral”. Nel disco sono presenti anche le reinterpretazioni di tre brani del Grubbs songwriter: “Gethsemani Night”, “An Optimist Declines” e “Cooler Side Of The Pillow”. “Instant Opaque Evening” è un’avventura nella composizione come materia tangibile e plasmabile in ciascun gesto che diventa suono, e si aggrega ad altri gesti/suoni. È un evento che accade e ti invita a entrare nelle sue maglie, che ti racconta una serata e che definisce la tua serata. (Maria Teresa Soldani)

Jazz-rock e avanguardia

william_parker_mayan_space_station.William Parker - “Mayan Space Station” (Aum Fidelity)
Ad appena un mese di distanza da “Painters Winter”, Parker compone un altro trio formato da contrabbasso, batteria e chitarra elettrica. Il risultato è uno degli album più sorprendenti non solo del 2021 ma di tutto il jazz-rock. La chitarra elettrica di Ava Mendoza (Unnatural Ways) è letteralmente posseduta e trascina la sezione ritmica di Parker e Gerald Cleaver (Roscoe Mitchell, Henry Threadgill, Matthew Shipp) tra free jazz e avant-rock, tra la psichedelia rovente dei Grateful Dead e il funk afro-futurista dei Funkadelic.
Parker delinea in maniera netta e solida le coordinate sopra cui Cleaver ricama figure di batteria originali e fiorite su un groove possente, mentre Mendoza si muove in maniera sorprendente sulla tastiera in distorte trame fitte e oblique tra diversi regimi tonali e timbrici. Con il viaggio interstellare di “Mayan Space Station” la chitarrista boliviana si staglia nella volta celeste dei grandi nomi dello strumento con Sonny Sharrock, Fred Frith, Marc Ribot, Nels Cline e Bill Orcutt. Scrive nelle note del disco il poeta Parker: “Cymbals gongs and strings navigating through space/ we enter into the earth's atmosphere”. (Maria Teresa Soldani)


comma.Monobody - “Comma” (Sooper)
Attivi discograficamente dal 2015, i chicagoani Monobody suonano con fantasia e perizia uno dei generi meno cool che si possano immaginare: un mix caleidoscopico di math e jazz-rock, con rimandi tanto al post-rock dei concittadini Tortoise (ma in veste assai più funambolica) quanto al melodismo roboante della miglior fusion fine Seventies (magari nelle sue più sgargianti derive nipponiche). Una sintesi non adatta a tutti i palati: oltre al gusto per grovigli strumentali e tempi balenghi, serve un po’ di tolleranza per la stucchevole smooth che, accanto alle sporadiche inflessioni canterburiane, condisce i movimentati intrecci chitarra-basso-tastiere-batteria. “Comma” è il terzo full-length del quintetto e musicalmente il più denso; per un approccio più disteso e emotivamente trasparente, è almeno altrettanto raccomandato il precedente “Raytracing”, del 2021, che incorpora dinamiche soft/loud ed espedienti nu jazz di notevole efficacia. (Marco Sgrignoli)


corsano_orcutt.Chris Corsano & Bill Orcutt - “Made Out Of Sound” (Palilalia)
Un suono liquido che sembra poter non finire mai. Chris Corsano e Bill Orcutt hanno la sinergia di due fratelli gemelli: si sintonizzano all’istante l’uno sui pensieri dell’altro. “Made Out Of Sound” è tra dischi di spiritual jazz (o not-jazz, come preferite) più brillanti del 2021. Meno di mezz’ora di musica divisa in sette brani che si immergono l’un l’altro come onde del mare. La partenza è da capogiro e i toni malinconici della sei corde dell’ex-Harry Pussy trovano riparo nell’irruente drumming di Corsano, che costruisce una vera e propria guida d’onda per le improvvisazioni di Orcutt. La chitarra è libera di seguire tanto le pentatoniche del blues quanto le disarmonie del free-jazz, per rincorrere le improvvisazioni e i groove in continuo movimento della batteria.
L’album è stato registrato a distanza, Orcutt ha improvvisato su tracce registrate da Corsano: “Ho sovrainciso due tracce di chitarra. Ascoltavo la batteria un paio di volte, sceglievo un'accordatura, poi improvvisavo una parte, pensando alla prima traccia come supporto e alla seconda come 'lead'. Guardavo le forme d'onda mentre registravo, in modo da poter vedere quando stava arrivando un crescendo o quando farlo cadere". Se cercate paragoni, dovete scavare nel tempo, fino al misconosciuto capolavoro “Ask The Ages”, di Sonny Sharrock ed Elvin Jones. (Roberto Mandolini)


martial_kittens.Gordon Grdina & Jim Black - “Martian Kitties” (Astral Spirits)
Un duo eclettico e scompaginato, in grado di spaziare dalle cadenze jazz più canoniche al noise passando per l’avanguardia, senza disdegnare echi di alternative rock, grunge e math-rock (“Buggy Whip”). Indipendente per scelta, Grdina è attivo a Vancouver con molti ensemble come Loose Acoustic, Haram, Nomad Trio e Sangha, vantando collaborazioni con Marc Ribot, Matthew Shipp, Gary Peacock e Paul Motian.
In “Martian Kitties” porta in ogni direzione possibile di eccesso il suo personalissimo percorso con la chitarra e l’oud tra rock, jazz e musica persiana, grazie alla sinergia esplosiva col batterista Jim Black (AlasNoAxis, Pachora, Tim Berne’s Bloodcount e Dave Douglas' Tiny Bell Trio), creatore di inedite poliritmie influenzate dalla tradizione balcanica. Quaranta minuti circa di improvvisazione totale immortalati in tredici quadri sonori differenti. Un album di arab jazz-rock immaginifico, dove Jerusalem In My Heart viene strapazzato dagli Zs con la potenza di un’alchimia pari a quella tra Patrick Higgins e Greg Fox. L’etichetta di Austin Astral Spirits scommette ancora una volta sulla ricerca e sull’avanguardia pubblicando un album sorprendente, per amanti di free-jazz, progressive e rock sperimentale. (Maria Teresa Soldani)


grubbswalker.David Grubbs & Ryley Walker - “A Tap On The Shoulder” (Husky Pants)
Le collaborazioni tra musicisti molto diversi tra loro danno spesso luogo a spunti interessanti. Non fa eccezione “A Tap On The Shoulder”, anomalo incontro tra l’ex-Gastr Del Sol David Grubbs e il cantautore folk Ryley Walker, tra i migliori della nuova generazione. L'opera suona proprio come si poteva immaginare un'unione tra il post-rock sperimentale della band di Grubbs e la chitarra di Walker in versione impro. Qualcosa di magico unisce la geometrica precisione di Grubbs e il folk di Walker, stavolta in versione assolutamente sperimentale.
L'improvvisazione domina in particolare nella lunga “Uglification” (13 minuti), viaggio di suoni ed effetti che conduce a paesaggi astratti e ricercati, e nella desertica “Pump Fake On The Death Rattle”. La chitarra emerge nella title track in forma di suoni minimal quasi da ambient-guitar, mentre in “The Madman From Massachusetts In An Empty” - sette minuti in gran parte di distorsioni psichedeliche - l'amplificazione aumenta e ci troviamo in territori più congeniali agli spettacoli live dilatati di Walker. Adatto a chi si trova a suo agio in territori non etichettabili in nessun macrogenere, né jazz, né rock, né avanguardia. Un Lp di pura improvvisazione senza confini. (Valerio D’Onofrio)

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