SKE

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Labirintica immediatezza

intervista di Marco Sgrignoli

Paolo Botta, lombardo, classe 1979, è ormai un veterano del progressive mondiale. Col suo arsenale tastieristico, messo al servizio dei suoi Yūgen e Not A Good Sign, ma anche di Picchio dal pozzo, Homunculus Res, French TV, ha portato nella scena una vena fatta di fantasia e precisione, che sposa carica ritmica ed estro melodico con un'attenzione alle qualità sonore ed evocative degli strumenti. Ske è il suo progetto solistico, che a dieci anni dall'esordio "1000 autunni" giunge nel 2021 al secondo traguardo con un album riuscitissimo. Lo abbiamo raggiunto via mail per farci raccontare di "Insolubilia" e del suo approccio alle sfide che si pongono oggi per la musica progressive.

Qual è il perché del titolo, “Insolubilia”, e in che modo si collega alla musica del tuo album?
Leggendo un libro sui paradossi trovai questo termine medievale affascinante, insolubilia, che fa riferimento ai paradossi, in particolare al paradosso del mentitore. Io lo utilizzo come titolo del disco nell'accezione di “collezione di cose irrisolvibili”. Infatti le composizioni del disco sono in larga parte ispirate ai paradossi e ai cosidetti cast puzzles, di cui sono avido consumatore e collezionista. In sostanza, si tratta di piccoli oggetti metallici dal design accattivante, che sono incastrati tra loro in maniera tale che sembrino impossibili da separare. Il gioco sta nel riuscire a separarli, per poi rimetterli assieme. Questo concetto ha guidato la stesura dei brani, ho cercato quindi di "nascondere" o meglio "velare" i vari incastri musicali che ho adottato, dietro una parvenza di linearità/melodia/scorrevolezza.

Nella tua musica convivono molti elementi: il prog sinfonico e l’avant-prog già superbamente miscelati con Yugen e altri; e poi la musica da camera, il minimalismo, l’elettronica... Ti consideri un musicista “rock”?
Mi considero un musicista rock che trova più interessante guardare fuori dal rock, nel fare rock. Nel rock sono un appassionato di rock progressivo, che da subito è riuscito a incuriosirmi per la eterogeneità timbrica, ritmica e armonico/melodica. Apprezzo quasi tutti i suoi sottogeneri, quindi i riferimenti che si possono sentire sono lì per un motivo: sono figli del mio amore da ascoltatore per quelle cose e sono quindi contento che si sentano. 

I tuoi brani hanno “molte note”, ma ciò che arriva nell’ascolto sono spesso soprattutto sensazioni, atmosfere - non sempre facilI da tradurre a parole, peraltro. In questo, il tuo stile ricorda quello di formazioni come gli Änglagård, ma pure certo post-rock. Che rapporto hai con quest’ultimo filone, che negli anni è stato più di una volta accostato al progressive?
Gli Änglagård sono uno dei gruppi dei 90's che più ho adorato, e il loro sound mi ha grandemente influenzato, come penso si possa facilmente notare. Apprezzo anche il post-rock, se dovessi citare un solo gruppo direi che i Bark Psychosis di "Hex" sono la summa di quello che mi piace del genere. Mi interessa come siano riusciti a miscelare il rock con il minimalismo, la sospensione e la purezza di alcuni timbri con l'approccio rock, i poliritmi piuttosto inusuali ma non pretenziosi, il basso più profondo della cassa. Sono elementi poco seventies, che è il mio sound di estrazione, ma che mi attraggono fortemente e forse le atmosfere a cui fai riferimento arrivano proprio da lì.

Come nascono le tue composizioni? Lavori fin dall’inizio su una digital audio workstation? Parti da frammenti, da un disegno generale, da un’ambientazione, da sfumature emotive?
Nonostante siano ormai decenni che scrivo cose, non ho un modus operandi vero. Mi capita di strimpellare su tastierine infime piccole cose che mi colpiscono, e portare poi queste piccole intuizioni sul tavolo da lavoro e costruirci sopra. Altre volte parto da un concetto musicale/matematico e scrivo diverse soluzioni, per poi scegliere quella che a sentimento suona meglio, altre volte ancora non tocco nemmeno lo strumento e scrivo tutto direttamente in midi sulla DAW. Mi è persino capitato di registrare note vocali di melodie o spunti estemporanei per poi riascoltarli e rimontarli nella testa mentre spingo le altalene al parco. Insomma, mi piace essere elastico nella scrittura, ma una cosa non cambia mai: quando il brano prende forma, qualsiasi tipo di brano sia, anche il più strutturato o rigoroso, le scelte finali le fa il cuore e non la testa. Se alcune soluzioni a cuore funzionano meglio delle regole autoimposte che mi hanno portato a quel punto, non ho remore di alcun tipo nel rompere le righe e soddisfare l'emozione a scapito della "bellezza formale".

webp.netresizeimage_71Dicci un po’ del tuo impressionante armamentario di tastiere d’epoca: oltre ai “consueti” Hammond e Arp Odissey, Mellotron, Wurlitzer, Rhodes ecc., hai anche strumenti meno celebrati come l’OSCar, il Farfisa Synthorchestra o l’Elka X705. Vedi questi cimeli come efficaci generatori di texture vintage o credi che la loro voce abbia versanti ancora da esplorare? Quanto onerosa è la loro manutenzione? Utilizzi anche sintetizzatori virtuali?
Quando ho cominciato ad acquistare strumenti vintage, se volevi quel tipo di suono seventies dovevi per forza trovare l'originale. Le emulazioni c'erano anche, ma francamente erano quasi ridicole, per non dire odiose. Quindi negli anni piano piano mi sono trovato effettivamente con un buon parco macchine, che mi permetteva sicuramente di replicare in maniera fedele il sound che adoro, ma anche di divertirmi a cercare soluzioni timbriche meno frequentate. Oggi il panorama è radicalmente cambiato, le emulazioni digitali sono fantastiche e in ambito synth addirittura ci sono ottime repliche analogiche a buon mercato, un sogno per gli appassionati col portafogli minuto. Tuttavia, i piccoli/grandi difetti che le macchine vintage hanno sono spesso e volentieri esattamente quello che gli emulatori non possono darti, perché sono magari progettati meccanicamente meglio e comunque generalmente più stabili, precisi. Ma si sa, la vita è tutt'altro che stabile e precisa, e io continuo a preferire le mie polverose, isteriche, onerose macchine vintage, pertanto non utilizzo alcun sintetizzatore virtuale.

Anche il cast di musicisti che hanno contribuito al disco ha del miracoloso: i credits del disco coprono decenni di storia del prog con membri di Yugen e Goblin, Present e Ciccada, Stormy Six e Wobbler, Isildurs Bane e Camembert… Come è avvenuto il coordinamento del lavoro, e in che modo la pandemia ha inciso su questa fase della realizzazione?
Per la maggior parte i musicisti che ho chiamato per realizzare il disco sono persone con le quali ho già collaborato in passato in varie forme, quindi conoscendone le peculiarità ho potuto scrivere cose diciamo più su misura, questo genera naturalmente meno “sorprese” in fase di realizzazione. Inoltre, lavorando con il midi in pre-produzione, riesco a farmi un'idea abbastanza precisa di cosa chiedere ai musicisti, ma lascio spesso delle piccole aree di “libertà controllata” in cui il musicista può muoversi ed esprimersi più liberamente, se necessario. Diversamente dal disco precedente, dove ero sempre presente durante quasi tutte le sessioni di registrazione dei singoli musicisti, per questo disco ho potuto occuparmi personalmente della registrazione solo per meno della metà dei musicisti. La pandemia ci ha insegnato/obbligato al lavoro a distanza, il lato positivo è che ho potuto prendere più alla leggera le collaborazioni molto distanti, alle quali probabilmente non avrei potuto presenziare in ogni caso. Dopo il momento della composizione e del check col produttore Marcello Marinone, il modus operandi tipico prevede la stesura e l'invio dello spartito con riportate anche le indicazioni timbriche del caso, il confronto col musicista su eventuali dubbi, parti aperte o proposte, infine l'assemblamento finale delle registrazioni.

La copertina di “Insolubilia” (che fa molto Escher e molto “Monument Valley”) è efficace, e senz’altro molto “prog” nello spirito. Al tempo stesso, è parecchio diversa dalle cover art degli altri lavori in cui sei stato coinvolto. Come è nata?
Per deformazione professionale, percepisco il legame tra musica e immagine in maniera molto intensa, quasi sincretica. Durante la fase di stesura del disco mi sono spesso trovato a sfogliare libri di illustrazione per cercare una ispirazione visiva che si sposasse con quello che stavo provando a scrivere. Quasi subito ho deciso che un materiale così articolato avrebbe dovuto essere rappresentato sì in maniera dettagliata, invitando quindi all'esplorazione, aprendo mondi, ma senza per questo perdere l'approccio ludico e in qualche modo infantile, proprio di determinati stili illustrativi. In termini tecnici: da un lato volevo la “ciccia”, dall'altro non volevo la “barba”. Con un bagaglio di reference visive, ho dunque chiesto la collaborazione del mio vecchio compagno di Università Davide Longaretti (siamo entrambi laureati in Illustrazione), che già su "1000 Autunni" si era occupato delle grafiche, perché ero sicuro che avrebbe capito il progetto e che il suo mondo flat ma stiloso sarebbe stata la corretta soluzione al mio dilemma. Dopo qualche tentativo abbiamo trovato il giusto equilibrio tra le diverse esigenze e sono estremamente soddisfatto del risultato.

Parliamo di distribuzione. Al momento, “Insolubilia” è disponibile su Bandcamp, ma non sulle altre piattaforme di streaming. Una scelta deliberata, o il frutto di una condizione puramente contingente?
Assolutamente una scelta consapevole e pensata. Ho avuto modo in questi ultimi anni di farmi un'idea piuttosto precisa sia da produttore che da consumatore del mondo della distribuzione fisica e digitale che riguarda il piccolo grande mondo del prog e, più in generale, della musica diversamente commerciale. Per quanto riguarda il digitale, trovo la proposta di Bandcamp la più vicina a una idea di ragionevolezza economica. Mi piace molto anche il tipo di rapporto che si genera tra pubblico e artista. Se da ascoltatore compro sul Bandcamp personale dell'artista, so che la maggior parte del mio contributo finirà a lui, aiutandolo anche a finanziare un ipotetico lavoro successivo. Personalmente rimango legato all'ascolto da supporto fisico, nel mio caso il cd, ma non ho nulla in contrario alla musica liquida. Solo non riesco davvero a capire come si possa immaginare di sostenere gli artisti che ami spendendo 10 € al mese e ascoltando musica tutto il giorno in streaming, ben sapendo inoltre che le grandi piattaforme di distribuzione streaming riconoscono all'artista una misera percentuale di quel già misero importo. Sono cascato in queste trappole in passato, ma ho imparato dai miei errori... Preferisco contare molto per pochi, che poco per molti.

Sei sufficientemente giovane da essere entrato a contatto col progressive anche attraverso la Rete, ma hai anche abbastanza anni sulle spalle per averla conosciuta nell’epoca “pioneristica” di forum e filesharing. Che ruolo ha avuto Internet nella tua formazione come ascoltatore e come musicista?
Da universitario spendevo quasi tutto quello che avevo in cd, ancora si trovavano le glorie prog o jazz-rock seventies nei cassoni dei cd deprezzati. Ricordo anche che da Virgin a Milano Duomo c'era il reparto prog italiano con le uscite Vinyl Magic e Mellow Records, ma le scoperte più interessanti e settoriali le facevo da Kaliphonia di Raoul Caprio. Indubbiamente con la scoperta di alcuni forum online, la possibilità di preascoltare dischi tramite il filesharing, come anche in alcune trasmissioni radio, mi ha aiutato a evitare di comprare cose che poi effettivamente non mi sarebbero piaciute... Ma ho cominciato se possibile a spendere ancora più soldi per i dischi! Non mi faccio però prendere da nostalgie: considero nel 2021 il filesharing sostanzialmente inutile, visto che la stragrande maggioranza dei dischi che escono sono preascoltabili in streaming in maniera perfettamente legale. Perché dunque scaricarli illegalmente? Non ha proprio senso, se non per il fatto di volere qualcosa senza pagarlo.

Quali sono i principali mutamenti musicali che hai riscontrato nel mondo progressive, dai tuoi esordi a oggi? Vedi tendenze interessanti e da tenere d’occhio?
Tieni presente che quando ho cominciato io, i cd ancora si vendevano e non esisteva streaming. Rispetto ad allora, oggi il numero di produzioni è aumentato a dismisura, o forse semplicemente all'epoca non avevamo contezza di quanto venisse effettivamente pubblicato in ambito progressivo. Come tendenza generale, percepisco da un lato una intensificazione delle produzioni influenzate a vario livello dal metal, anche se naturalmente i risultati sono anche molto lontani dal metal “classico”. Dall'altro il prog più vicino al “sinfonico” penso tenda ad aderire più fedelmente al sound anni Settanta, spesso anche in maniera filologica, cosa che negli anni Novanta avveniva poco, forse anche complice una resa non ottimale delle meno costose emulazioni. Negli ultimissimi anni noto anche un deciso assottigliamento delle proposte più vicine all'avant/RIO: spesso in formazioni con questa inclinazione l'influenza jazz prende il sopravvento e sposta il focus dalla composizione all'improvvisazione, mantenendo una forma simile ma di fatto impoverendo i contenuti, dal mio punto di vista. Il sottobosco del cosiddetto post progressive è foltissimo e anche qui la componenete metal la fa da padrona. Negli ultimi dieci anni si sono moltiplicate le formazioni che propongono cose catalogabili come minimal jazz (qualcuno direbbe “post-jazz”); in ogni caso vedo che questo sta influenzando anche i gruppi di jazz-rock progressivo, del resto i Claudia Quintet cominciarono con queste cose ormai vent'anni fa. Di fatto la Norvegia sta catalizzando l'attenzione del mondo progressivo degli ultimi anni, degna di nota anche la scena francese della Dur & Doux.

Pensi che avremo occasione di ascoltare i pezzi di “Insolubilia” anche dal vivo?
Mi piacerebbe davvero molto, qualche richiesta è arrivata e se riusciremo a mettere in fila le condizioni giuste, non ultima quella sanitaria, mi piacerebbe portare questo repertorio dal vivo, sviscerandone anche il lato piu “da palco”. Naturalmente la line-up necessiterà di una severa sfoltita rispetto a quella di studio, come già successo in passato del resto, ma confido di riuscire eventualmente a trovare i giusti equilibri tra resa e realizzabilità.

Discografia
 SKE 
   
 1000 Autunni (2011) 
Insolubilia (2021) 
   
 NOT A GOOD SIGN 
   
 Not A Good Sign (2013) 
 From A Distance (2015) 
 Icebound (2018) 

 

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