Un po’ d’introduzione storica si fa qui necessaria, anche perché la figura di James Reese Europe, vista la sua importanza nella diffusione dei primi linguaggi jazz, resta tuttora sconosciuta a chi non abbia percorso a ritroso il cammino verso le origini del genere. Nato il 1881 a Mobile, Alabama, a dieci anni si trasferisce con la famiglia a Washington e poco dopo comincia a prendere le prime lezioni di violino da Joseph Douglas, nipote di quel Frederick Douglass tra le figure più importanti della storia afroamericana e dell’intero Ottocento statunitense (uno spaccato della sua vita può essere letto qui). Sarà l’avvio di un percorso che lo porterà a intuire il potere rivoluzionario della musica e che lo spingerà, ormai 23enne a New York, a concepire un sound innovativo, sì piantato nella tradizione folk e ragtime, ma zeppo di aspetti ritmici e compositivi che lo separano da quanto poteva averlo originato.
Ancor di più si impegna attivamente nella promozione e nell’irrobustimento della musica nera di inizio Novecento, fondando nel 1910 il Clef Club e l’omonima orchestra, capace di vantare 125 membri al suo massimo e di smuovere l’élite intellettuale newyorkese al suono di un approccio sinfonico totalmente unico nel suo genere. Chiamato a servire durante la prima guerra mondiale, Europe diventa tenente di un reggimento di fanteria che combatte assieme ai francesi. Coordinatore della band del reggimento stesso, gli Harlem Hellfighters, questo fa sì che le sue apprezzate doti di bandleader rendano noto lo stato dell’arte della musica afro-americana anche nel Vecchio Continente. È proprio qui che trova la morte nel 1919, a guerra appena conclusa, ucciso a seguito di una lite da uno dei due batteristi della band.
Che uno come Jason Moran, pianista tra i più rilevanti e versatili degli ultimi 25 anni, sia ben consapevole dell’impatto che ha avuto la figura di James Reese Europe, e che abbia studiato approfonditamente lo sparuto manipolo di registrazioni giunte fino a noi, non lascia in alcun modo stupefatti. Il suo è un approccio di chi conosce la storia del jazz con grande accuratezza, di chi può permettersi di dedicare un intero album a Fats Waller (l’ottimo “All Rise” del 2014) e di ricordare la grandezza di Thelonious Monk tra una composizione originale e l’altra.
Già a chiarire la sua natura di concept dal titolo, “From The Dancehall To The Battlefield” è l’omaggio alla storia e al contributo rivoluzionario di Europe e del Clef Club, il tributo a uno dei “big bang seminali” (queste le parole di Moran) della storia della musica afroamericana, seguendo una lettura che naturalmente non si limita alla semplice riproposizione, ma attualizza e trasla i linguaggi in avanti di cento anni, in un processo di cross-fertilizzazione che testimonia la grande vitalità ed energia degli originali di Europe e dei colleghi. Ragtime sì, insomma, ma mediato da un orecchio ardimentoso, tanto rispettoso dell’attitudine da big-band degli Harlem Hellfighters quanto innamorato della contemporaneità, che prenda la piega di riflessioni elettroniche o concepisca giustapposizioni attraverso gli stili e i decenni.
Dopo una dettagliata introduzione spoken tesa a illustrare l’ambito e le motivazioni dietro all’album, Moran e il suo Bandwagon pescano a piene mani dal repertorio degli Hellfighters (brani di George Cobb e W.C. Handy, oltre ovviamente a composizioni dello stesso Europe) e lo inquadrano in una cornice dall’ottica eterodossa, sensibilmente diversa, dove originali dello stesso pianista e riprese da grandissimi nomi della musica d’avanguardia (Pauline Oliveros e Albert Ayler tanto per menzionarne due) possono coesistere in piena corresponsione d’intenti. E già “Ballin The Jack”, piano trio di cui Moran è da molto tempo un grande interprete, ci mette del suo nell’evidenziarne la grande abilità, una disciplina tale che gli consente la transizione sul vivido melodismo di “Feed The Fire” di Geri Allen (composizione del 1992) come se questo fosse il più naturale complemento a un brano suo precursore di 80 anni.
“Russian Rag”, già da titolo testimone delle sue ascendenze nella classica russa di inizio Novecento, amplifica la spinta grandiosa del motivo centrale, esaltato da un mirabile lavoro sui fiati, per svaporare in un’allucinata coda fatta di divagazioni pianistiche e insistenze percussive in sfumare. È un metodo che si ripropone anche in altri momenti chiave dell’album, ma con risultati volta volta diversi: l’elogio funebre “Flee As A Bird To Your Mountain”, suonato da Europe in memoria dei compagni caduti in battaglia, diventa nelle mani del sassofonista Brian Bettles pura poesia in movimento, l’anima che si libra in volo prima di tramutarsi in fantasma, quello stesso fantasma che in “Ghosts” di Albert Ayler diventa sublime tensione free, un’esplosione mossa da puro coinvolgimento.
Giro di boa con la marcia elettrificata di “Drop (Tear)” e si propone la parata di blues composta da W.C. Handy, usata spesso e volentieri anche come metodo di reclutamento per rimpinguare le file del reggimento. Dal vibrante melodismo di “Memphis Blues”, progressivamente abbellito nel colore e nei contributi strumentali, “St. Louis Blues” sfrutta i suoi nove minuti scarsi a disposizione in un esaltante gioco di comparse e ricomparse, contributi di sax e nastri mandati in reverse, grandezze bandistiche e ombre percussive, in un costante rovesciamento di aspettative che affronta blues e post-bop da una prospettiva costantemente altra, fieramente personale. “Hesitating Blues” chiude il trittico con un atteggiamento decisamente meno eterodosso, ribadisce però ancora una volta la chiarezza lessicale di un musicista perfettamente a suo agio nel muoversi nei meandri della storia e tracciare collegamenti impensati, pieni del rispetto e della sensibilità che sanno trasmettere.
L’amore per Europe e per l’enorme contributo dato dai suoi Harlem Hellfighters viene ribadito con forza triplicata nella chiusura dell’album, una “For James” dal taglio spiritual che Moran porta in giro per il mondo e lascia intepretare volta volta al pubblico presente o a studenti desiderosi di custodire il lascito della musica del grande pioniere. Si consuma qui, insomma, tutta la passione, il trasporto, l’intensità di Jason Moran, la profonda commozione nei confronti di un padre putativo venerato ma mai pedissequamente emulato, amato con una visceralità tale da tradursi in uno dei progetti jazz più potenti ed esplosivi di questi anni Venti. Semplicemente irrinunciabile.
06/08/2023