Con il nuovo album “Ecco l’impero dei doppi sensi” i palermitani
Homunculus Res dimostrano di non aver più alcun timore di dialogare con le più flessibili regole del pop, plasmando le inossidabili trame stile
Canterbury in un progetto più agile e melodico.
Che a dettar tempi e metodologie siano sempre le note influenze dei
Soft Machine e degli
Hatfield And The North è rimarcato con ineffabile virtuosismo creativo e debordante citazionismo in “Il bello e il cattivo tempo”, brano decisamente fastoso e nello stesso tempo basilare nella dinamica del progetto: da qui nascono, infatti, le dinamiche da suite-prog che dominano la parte centrale dell’album.
Le geniali interazioni tra
progressive e divagazioni pop-jazz alla
Frank Zappa di “Pentagono”, la sottile linea
kraut-rock che attraversa l’ennesima fuga verso l’immaginario lounge di “Fine del mondo” o della più ardita e distonica “Cinque sensi” e le oniriche trame psichedeliche in chiave
Beatles/
Cardiacs del prog-pop di “Viaggio astrale di una polpetta”, con gli amici
Sterbus a far da giocolieri, sono un concentrato di irriverenza e rigore stilistico che conferma l’unicità del gruppo.
“Ecco l’impero dei doppi sensi” svela una natura gaia che solo apparentemente contravviene alle altere regole del prog e del
Canterbury sound. Un album che in parte raccoglie l’eredità emotiva del
progetto del 2021 del cantante e tastierista della band Dario Alessandro e del chitarrista milanese Luciano Margorani, soprattutto quando cerca nuove strade di congiunzione tra prog-rock e formato canzone (“Quintessenza La La La”), scomodando perfino un immaginario pop che solo band come la
Premiata Forneria Marconi sono riuscite a rendere credibile presso i fan più rigorosi della musica prog (la bella ballata “Parole e numeri”).
Che gli Homunculus Res non amino prendersi troppo sul serio non è in verità una novità, ed è proprio questo l’atteggiamento che ha reso vincente il loro riproporre una formula musicale collaudata e familiare. Il cadenzato e canticchiabile ritornello di “Fiume dell'oblio” e le barocche architetture di “Doppi sensi” sono a loro modo parte di un
unicum, un’attitudine creativa che onora il concetto di musica come arte popolare e sagacemente godibile, confermando la band palermitana come una delle realtà più stimolanti del panorama nostrano, e non solo.