Sono passati dieci anni da “In Colour”, ultimo album della Milk And Honey Band di Robert White (ex-membro dei Levitation). Il lungo silenzio ha fatto seguito alle sorti non felici dell’etichetta creata da Andy Partridge, Ape. L’ex-Xtc aveva preso a cuore le sorti della band tessendone le lodi e cercando di rilanciarne la carriera, ciò nonostante le crepuscolari folk-pop-song, appena tinteggiate da un grazioso jangle-pop, non hanno attraversato il confine che separa il sottobosco musicale da quello più dignitoso di cult-band.
Difficile prevedere sorte diversa per “Songs From Truleigh Hill”. Robert White, anzi, compie un ulteriore passo verso un lirismo ancor più soffuso e stringato, le canzoni sono più simili a una carezza, ad ogni modo mature e coerenti con il percorso finora intrapreso dal musicista inglese.
E’ rimasto poco dell’effervescenza psych-rock degli esordi con i Levitation, nel frattempo si sono anche stemperate le attitudini jangle-pop e quelle divagazioni britpop stimolate dal patrocinio di Partridge. Dopotutto l’ex-Xtc li aveva definiti gli eredi dei Moody Blues con delle ottime canzoni e White non fa nulla per smentire questa visione critica (“Beautiful Sun” a tratti evoca “Nights In White Satin” ), evitando però accuratamente di sprofondare nella melassa dello stile Coldplay o della pur piacevole genuinità folk-pop dei Trash Can Sinatras (“Close To Nothing”), due band spesso citate per le passate incisioni.
Nonostante il suo ruolo di polistrumentista, reso necessario dall’ormai inesistente assetto di una vera e propria band, White continua a prediligere il piano e le tastiere in sede di composizione. A beneficiarne è soprattutto la densità lirica delle nove tracce.
Una malinconia dai toni soffusi e nebulosi si impadronisce dell’album, evocando più le algide lande del Nord Europa che le caliginose giornate londinesi.
Le delicate e meste intuizioni liriche di “Songs From Truleigh Hill” sono simili a un sussurro (“Clementine”), fa eccezione l’avvolgente respiro di “Stillwater”, che indugia su un accordo di chitarra acustica che diventa un flebile groove sul quale si erge maestosa una risoluta struttura lirica e strumentale.
Il tono delle canzoni è colloquiale, intimo (“Been That Way”), quasi sempre cupo come il suono del pianoforte (“Still Want You ”), a tratti ridestato da un lieve battito di mani e da uno dei refrain più coinvolgenti (“Breathe”), o da toni elegantemente epici (“Roses”).
E poi c’è “Change”, ultima pagina di un racconto apparentemente privo di colpi di scena, eppure stranamente differente, una canzone che per un attimo trascende la pura sensazione fisica e raggiunge quell’aulica bellezza inseguita con candore e classe nei poco più di trenta minuti di un disco sconsigliato ai duri di cuore.
Un altro onesto e conciliante esemplare di songwriting dal tono romantico e introspettivo per Robert White.
29/01/2022