Bisogna far uscire la propria voce soffocata, ma non è per forza necessario lasciare che si disperda; imparare dalle sue narrazioni è importante per trovare la forza di andare avanti. E allora fate come Haley Dahl, trovate una caverna, un luogo profondo, riparato, una coperta naturale e lì date sfogo a ciò che vi tormenta, lì dove avrete modo di ascoltare il rimbombo delle eco, di cantare con loro tra ricordi e rimpianti.
Sono le Lost World Caverns nella Virginia dell’ovest le grotte dove la giovane cantautrice ha trascinato nell’ormai “lontanissimo” 2019 altri 21 musicisti per registrare il suo secondo Lp a nome Sloppy Jane, dopo lo stravagante e fantasioso esordio art-punk-rock “Willow” (2018).
La Dahl confeziona una delle opere più sorprendenti, ambiziose ed entusiasmanti che ascolterete in questo fine anno; un lavoro chamber (o meglio cavern) pop che assume connotazioni a tratti operistiche, tra scorribande classicheggianti e melodie ariose, senza mai far mancare venature di pop malinconico.
Il terzo pezzo è di quelli da incorniciare, per chi vi scrive decisamente l’apice compositivo ed emotivo del disco. “Jesus And Your Living Room Floor” è il dialogo intimo e privato con i demoni di Haley, che decidono di accompagnare la sua voce lieve e dolente con i loro sibili in un pezzo dall’andatura slowcore e dall’animo emo, da ascoltare in compagnia del suono della pioggia battente all’esterno della vostra caverna. Che tanto si sa, quando si rimane soli a pensare, fuori piove sempre.
Dopo gli svolazzi vocali di “Bianca Castafiore” è la sognante filastrocca sfiduciata “Lullaby Formica” a proseguire con i rimproveri a se stessa della Dahl. “One little horse is still sittin’ in my hand/ Told if I hold him, I could be a better man/ But I know he deserves so much better than me/ So I, I set the last one free”.
La teatrale disperazione dell’autrice pervade anche la title track e “Wilt”, in cui le figure immaginifiche diventano tanto più assurde quanto più incisive, muovendosi tra arrangiamenti sempre diversi ma coerenti, fantasiosi e toccanti. “You’ve got roses on the brain/ but I’m all wilt/ Even if the roses are fake, the plastic is real/ And you are not the only one afraid of standing still”.
La struggente e apocalittica “The Constable” è un’opera nell’opera, teatro nel teatro, un pezzo che si sviluppa su nove minuti che tengono incollati alle cuffie, mentre Haley ci augura “buon anno” cercando di soffocare il suo dolore in un saliscendi che tocca la grandiosità degli Arcade Fire e i sussurri di Phoebe Bridgers.
The world is ending, the planet is shaking/ Overtaken by the big blue screens/ Some hid in the caves and they screamed and they prayed/ The ceilings fell and they were crushed beneath/ A rocket ship from the shore, it took those who could afford it/ To fight a war between heaven and space/ Some took the seas while others watched their TVs/ Dying with dignity and grace/ But I just ignored it, I sat on the doorstep/ Of the house where you used to live
(Happy New Year)
Se nell’epilogo del disco vi aspettate finalmente una luce, una speranza, vi sbagliate. Gli errori e i rimorsi si affrontano fino in fondo, la tragedia è totale.
Sarà forse dopo queste conversazioni profonde che Haley ripartirà, nel mentre ha comunque la premura di tenerci per mano con questo lavoro di stravagante eleganza e disperata follia, che ci invita ad affrontare prima di tutto noi stessi, a parlarci e poi riemergere dalle viscere della terra. Forse per noi sarà più facile non dovendo trasportare di nuovo in superficie un pianoforte.
09/12/2021