Non è mai stata particolarmente prolifica, Anne Lilia Berge Strand: già dopo l’exploit critico di un disco quale “Anniemal”, che in un certo senso ha funto da apripista alla riscoperta indie di dance-pop e derivati, l’autrice norvegese ha impiegato un lustro buono per dare alle stampe il suo atteso seguito, un “Don’t Stop” che nella sua ironica verve testuale e nelle colorate alchimie sonore ha scritto uno dei momenti più esaltanti (per quanto sottovalutati) dell’electro-pop contemporaneo. Con due piacevoli, seppur interlocutori, Ep a soddisfare in parte gli appetiti, gli undici anni di iato che separano “Dark Hearts” dal predecessore sono comunque un record assoluto, un lasso di tempo significativo attraverso cui la musicista ha rimesso totalmente in prospettiva se stessa e la propria carriera.
Tornata a Bergen dopo una lunghissima parentesi berlinese, madre di due figli e totalmente autonoma sotto il profilo distributivo (Annie Melody la sua etichetta personale), con il suo terzo album Annie compie una sterzata a 180 gradi rispetto alle prove passate, optando per un sound notturno, sfumato, denso di rimandi onirici e appigli narrativi in chiaroscuro. In un anno contraddistinto da un forte ritorno ai ritmi ballabili che lei stessa ha contribuito a rilanciare, la scelta è senza dubbio alquanto coraggiosa.
Nonostante la voce sia sempre la stessa – quel flebile sussurro tutto scandinavo – la musica sembra provenire infatti dalla carriera di un’altra cantante. Il deciso passo indietro rispetto alle spiccate tendenze dance-pop di “Don’t Stop” dona alla musica di Annie un fascino tutto nuovo, dove al posto dei synth e del laser trovano posto una battuta bassa e un gusto per la ballata veramente inedito per lei. Già dal duo iniziale “In Heaven” e “The Streets Where I Belong” abbiamo un perfetto esempio della strada intrapresa dalla norvegese: flessuose e delicate torch song elettroniche in cui il ritmo scende di diverse battute rispetto al passato e il fascino delle chitarre e delle tastiere contribuisce a fondere il tutto in qualcosa di bello da sentire, magari non nuovissimo ad orecchie allenate, ma sicuramente di rilievo.
Il problema principale in questi casi è riuscire a mantenere intatta la qualità su tredici canzoni dall’ispirazione quasi cantautorale senza il supporto della variazione ritmica. Nonostante succeda qualcosa di diverso nella bella title track (che spezza l’andamento cullante dell’avvio con più energiche bordate di synth) e sopratutto con il tiro house di “The Bomb”, il disco si concentra quasi totalmente sul carisma del cantato dell’artista norvegese rinunciando al singolo ballabile o ai lustrini. Molto spesso funziona (“Corridors Of Time” fra tutte, fumosa ed intrigante), in altri casi manca la sostanza a sostenere un’intera canzone (“Miracle Mile” non ha un vero fulcro per funzionare).
Il resto della canzoni non sfigura ma lascia un po’ spazio al mestiere, soprattutto sul finire dell’album (“The Untold Story”, “It’s Finally Over”), mentre sono buone sia “Stay Tomorrow” che “Mermaid Dreams”, perfettamente allineate con il mood trasognato del disco.
A dispetto di quanto appena detto, al punto da far sembrare questa la recensione di un disco deludente, vi basterà ascoltare “American Cars” per farvi cambiare idea. Fra pattern synth-wave avviluppati in un loop infinito, drum machine battenti e riverberate, si staglia la voce di Annie – camuffata da una coltre di eco – con un cantato appena sussurrato, come se stesse sbucando in una notte invernale da una coltre di nebbia gelida. Il ritmo barcollante, quasi incerto e diluito, unito al fascinoso tocco cinematico della melodia (trait d’union di tutto il disco, che abbonda di riferimenti testuali alla settima arte) contribuisce a rendere questo pezzo l’emblema di tutto il disco e una delle più belle ballate elettroniche prodotte dalla musica scandinava.
Con un pizzico di sintesi (e dinamica) in più “Dark Hearts” avrebbe sicuramente guadagnato in fruibilità e scorrevolezza, in ogni caso suggella la transizione dell’autrice norvegese verso territori più misteriosi, ipnotici, sofisticati. Il tempo saprà dire se si è trattato soltanto di una parentesi estemporanea o di un nuovo avvio di carriera.
03/12/2020