Già la scelta di un produttore come Greg Freeman (Portico Quartet, Peter Gabriel, Amy Winehouse) e la presenza di un ricco parterre di musicisti – Rob Pemberton (batteria, percussioni, sintetizzatore), Lukas Drinkwater (basso, chitarre), Pete Roe (chitarre), Misha Law ed Emily Hall (archi) – mette in luce una spiccata propensione per atmosfere più complesse e strutturate. A questo si aggiunge la volontà dell’artista di concentrare l’attenzione su tematiche sensibili e importanti: non solo il cambiamento climatico e l’avanzare silente di sessismo e razzismo, ma tutto quello che sta caratterizzando il processo di demistificazione del progresso economico.
Il rapporto simbiotico tra donne e natura è al centro della suggestiva “The Woman Who Planted Trees”, un brano che Barker dedica alla figura di Wangari Maatha, attivista, parlamentare e biologa keniota morta nel 2011, nonché prima donna africana premiata con il Nobel per la Pace. Un’altra figura-simbolo della sopraffazione e della violenza, George Floyd, è al centro invece dell’interessante incursione nel mondo della world music alla Peter Gabriel di “Machines”. Ma il brano più inquietante è la post-apocalittica “Where Have The Sparrows Gone?” (una citazione di “Where Have All The Flowers Gone?” di Pete Seeger?) che Barker interpreta con uno struggente spirito soul, mentre tastiere, archi e un oscuro brivido goth ne vestono l’ardire con un tocco di velata malinconia mista a speranza.
“A Dark Murmuration Of Words” è un album frutto di riflessioni, prospettive e considerazioni, un progetto che per l’artista rappresenta un passo avanti nella giusta direzione. Al di là dell’accorato mood folk di “Strange Weather” e “When Stars Cannot Be Found”, e di quello lievemente più corposo di “When Stars Cannot Be Found” e “Return Me”, vi è infatti un’impressionante mole di suggestioni che suggeriscono confronti audaci con Laura Marling e perfino PJ Harvey.
Quanto di questo sarà oggetto di future evoluzioni non è dato sapere, per adesso non resta che applaudire alla perfezione folk-pop di quella ”Geography”, che oltre a essere fonte del titolo dell’album, si avvale della firma di Graham Gouldman.
Per “Ordinary” l’ingresso degli archi è fonte di ulteriore plauso per le qualità di Emily Barker come autrice, anche se a questo punto mi duole aver taciuto un’altra peculiarità dell’artista australiana, ovvero le notevoli qualità vocali. Emily è dotata di un timbro vocale caldo, avvolgente, eppur vibrante e penetrante. Potrei citare Carole King, Joan Baez e perfino Maddy Prior, ma non riuscirei a descriverne la potenza e la grazia, quella che lascio a voi scoprire sulle note del piano di “Sonogram”, ultimo brano ufficiale (poi c’è spazio per la ghost track “Murmuration”) di un disco dal fascino sottile, confortevole, intenso, poetico.
29/09/2020