“Songs Of An Unknown Tongue” si spinge ben oltre, estrapolando dalla tradizione ritmica una struttura sonora dai timbri moderni, avanguardistici, quasi una world music dai toni esoterici e cosmici, elegantemente rifinita con ambientazioni jazz e con un uso dell’elettronica audace e avveniristico. McFarlane ha oltremodo ampliato lo spettro culturale dal quale attingere spunti per queste nuove dieci tracce: non solo i rituali ritmici della religione Kumina, ma anche quelli di altre discipline religiose (Bruckins, Dinki Mini, Revival e Nyabingh), oggetto di profondi studi svolti dall’artista durante un lungo soggiorno in Giamaica.
Rientrata a Londra, Zara si è affidata alle sapienti mani di due produttori, Kwake Bass e Wu-Lu, che ne hanno trasformato tutte le intuizioni creative in un originale soundscape, costruito su ritmiche naturali lievemente sincopate, intrecciate con oscillanti tribolazioni elettroniche ed eccellenti armonizzazioni vocali soul, pronte a intercalare uno stile jazz narrativo, lasciando a incursioni noise e sperimentali il compito di espandere i riferimenti culturali, sociali e antropologici di “Songs Of An Unknown Tongue”.
Più esplicitamente legato alla cultura reggae e dub, “Roots Of Freedom” è senza dubbio l’episodio più accattivante del disco, anche il refrain di “Black Treasure” cattura corpo e mente, questa volta grazie a splendide voci femminili, synth sibillini e una sensualità ritmica che lascia senza fiato. Per sottolineare i testi più personali dell’album, McFarlane si affida ai picchiettii ritmici minimali di “Run Of Your Life” e all’efficace linearità melodica di “My Story”, perfette cornici per storie dall’intensa valenza sociale e politica dal punto di vista femminile.
Avventuroso, maturo e mai prevedibile, “Songs Of An Unknown Tongue” disloca abilmente la natura acustica delle matrici afro-giamaicane in un contesto moderno, senza smarrire quel legame genetico e culturale che è usualmente definito folk.
Come possono altrimenti essere definite le suggestioni poetiche e intense di brani come “Saltwater” e “Broken Water”, autentiche perle della transgenetica musicale operata da McFarlane, due brani avventurosi come un escursione in una foresta vergine, foderati da ritmi giamaicani felpati a tempo di trip-hop, controcanti e escursioni vocali di rara bellezza, suggestioni avant-jazz e elettronica asservita a rituali quasi sciamanici.
Dopo aver consolidato la propria immagine artistica con l’album “Arise”, nulla impediva a McFarlane di proseguire sulla stessa confortevole linea di sintesi stilistica. Oltre tutto aveva dalla sua anche collaboratori di alto lignaggio (in “Arise” figuravano Shirley Tetteh, Nathaniel Cross, Binker Golding e Moses Boyd). Ma a rischio di perdere parte del consenso critico e la stima del pubblico più fedele alla linea dei tre precedenti album, la musicista compie ora un deciso passo in quel territorio che Matana Roberts ha esplorato con maggior complessità e pretesa intellettuale, con risultati antropologici e culturali non molto dissimili.
Con “Songs Of An Unknown Tongue”, Zara McFarlane consegna alla storia l’opera più ambiziosa e riuscita della propria carriera, anche se sarà il tempo a determinarne tutta la grandezza, trattandosi di opera non facile e stilisticamente straniante.
13/09/2020