Il nome dei
Purling Hiss è stato per molti sinonimo di lo-fi, garage-rock, noise, grunge e hard-psichedelia. Comprensibile, pertanto, la reazione di chi, leggendo il nome di Mike Polizze, pensi a un omonimo del musicista responsabile dei ben otto esemplari discografici pubblicati come Purling Hiss tra il 2009 e il 2016; altresì logico lo scetticismo di coloro che ne hanno seguito le gesta nel progetto garage/blues
Birds Of Maya. L’energica miscela garage-rock dei Purling Hiss, nonostante il fascino ruffiano di alcuni intuizioni sonore alla
Ty Segall e la corroborante energia alla
Stooges dei notevoli Ep d’esordio (“Purling Hiss” e “Hissteria”), non si è evoluta, confinando la band nel limbo.
Le ultime prove discografiche (“Water On Mars e “High Bias”) da un versante hanno aperto le porte a un dignitoso stile
deja-vu alla
Dinosaur Jr e dall’altra a una non ben definita estasi psichedelica, con un ping pong stilistico che alla fine è risultato fuorviante. Eppure, sotto la coltre di suoni e poco furenti noise, si nascondeva un’anima acustica e quieta, in trepidante attesa di trovare un linguaggio sonoro all’altezza della tradizione dei suoi conterranei e coetanei.
L’evoluzione/involuzione dei Purling Hiss e le tribali jam dei Birds Of Maya hanno comunque concesso a Polizze di esercitarsi con le migliori soluzioni creative della musica
alternative americana, permettendogli di mettere a punto uno stile di scrittura sempre più interessante, tra sprazzi rock alla
Lemonheads meets Nirvana e indolenze folk-psych germogliate sui residui elegiaci di
Syd Barrett e lo sfrontato stile rock cantautorale di
Kurt Vile, quest’ultimo, peraltro, vecchio amico del musicista di Philadelphia.
Il primo passo da solista di Polizze è un disco folk gentile e introspettivo, ben lontano dai corrosivi
riff chitarristici del passato; assume tutti i toni della raggiunta maturità espressiva e di una definita identità artistica, aspetto non è del tutto facile da cogliere a un primo fugace ascolto.
La confortevole bellezza di queste undici canzoni può rivelarsi infatti ingannevole, non essendo tutte le tracce istantaneamente memorabili (come accade per qualsiasi altro buon disco odierno), ma ciò nonostante non cedono mai in incisività e inventiva.
Il musicista si mette a nudo, senza timore di restare preda del fascino della melodia e del formato canzone, ossequia sia i
Rolling Stones nella malsana
ballad bluesy “Sit Down”, sia i
Beatles reinterpretandone la spiritualità
flower power in “Do Do Do”, novella “Here Comes The Sun” con tanto di cori beat e mandolino in sincrono con la chitarra acustica.
Tutto l’album fluttua tra folk, psichedelia, ritmi e malinconie rock con tonalità ora più brumose e ora più solari, mettendo in fila un buon numero di canzoni schiette e genuine, che forse neppure l’amico Kurt Vile riuscirebbe a collocare in un solo disco, anche se innegabilmente la presenza dell’ex-
War On Drugs è percepibile, soprattutto nell’eccellente trittico iniziale.
Il fascino agrodolce del fluente folk-pop in chiave
sixties “Bainmaire”, le imprevedibili digressioni folk dal tono mesto di “Revelation” che il suono della tromba apre a gioiose e incendiare soluzioni armoniche, la flessuosità
jangle-pop di “Cheewawa” sono un trittico seducente per un album che mantiene tutte le premesse e le promesse.
Da attento divoratore seriale di suggestioni folk, Polizze accenna un gradevole
fingerpicking in “Wishing Well”, per poi affondare le mani nel microcosmo di Robbie Basho e
John Fahey nell’eccelso folk-blues strumentale “D'Modal”, mettendo subito in chiaro un’attitudine alla scrittura ormai solida e personale, il cui vertice è rappresentato dalla morbida e aliena psichedelia folk della scintillante “Edge Of Time”, che piacerà molto anche ai fan di
Chris Bell.
A volte, “Long Lost Solace Find” richiama alla mente la recente svolta cantautorale di
J Mascis (sì, ancora i Dinosaur Jr), ma mentre l’ex-
Dinosaur Jr ha abbracciato le gioie del folk-pop in una fase non proprio al vertice della propria carriera d’autore, Polizze lo fa in piena grazia e capacità creativa. Sia nelle pagine più estroverse (“Eyes Reach Across”, “Rock On A Feather”) che in quelle più introspettive e passionali (“Edge Of Time”) l'artista tiene alto il vessillo del rocker innamorato del proprio lato oscuro e romantico.
In verità in questo nuovo album del musicista di Philadelphia tutto sembra avere un senso: la perfetta dialettica creativa tra tradizione e contemporaneità è sempre stimolante, anche quando Polizze sfrangia e asciuga l’impeto armonico per abbracciare la poetica folk-psych di
Nick Drake (“Marbles”) e Syd Barrett (“Vertigo”), anticipando così pagine future altrettanto ricche ed emozionanti come quelle incluse in “Long Lost Solace Find”. Un disco di cui è facile innamorarsi, un’altra sorpresa folk
made in Usa targata Paradise Of Bachelor.