Cinque brani, solo venti minuti. Ciò nonostante, Nathan Jenkins aka Bullion rinnova ancora una volta la magia del perfect-pop, chimera di artisti a volte tra loro distanti eppur affini nella loro concezione di bellezza e purezza armonica. Prefab Sprout, Blue Nile, ma anche Arthur Russell o Robert Wyatt, chitarre o synth, lirismo criptico o fantasioso romanticismo, è tutta questione di sintesi, di perfezione, quella che da oltre un decennio anima il musicista inglese ormai di stanza a Lisbona.
“We Had A Good Time” è solo l’ultimo artefatto di Bullion, erede illegittimo del patrimonio lirico dei Beach Boys, promotore di un nuovo concetto di synth-pop dai tratti cameristici/orchestrali, nel quale innesta la vitalità nell’art-pop dei Blue Nile fino a mettere a punto suoni e canzoni dallo stile alieno, indefinibile, senza limiti.
Nell’universo sonoro di Bullion anche la ripetizione assume i connotati di una sfida audace e imprudente: “Hula” e “Hula Hula” sono gemelli ingannevolmente omozigoti, un assolo di chitarra, echi riverberi e suoni assenti nel primo parto riducono le similitudini a un gioco di specchi, dove la melodia si annulla svelando nuove nuance e sfumature inedite.
Bullion prende per mano il Terry Riley rivisitato dagli Who vestendolo con un elegante passo di samba synth-pop in “O Vermona”, affida una canzone rubata a Paddy McAloon a un Paul Buchanan innamorato del suono di un vecchio organo nella title track, per poi distogliere l’attenzione con un colpo da maestro che in meno di quattro minuti concentra tutta la grazia e le ambizioni della folktronica (“Cinema Down”).
In attesa di un progetto più completo, queste nuove cinque tracce rinnovano l’interesse per un musicista che sta facendo evolvere l’elettro-pop verso un insolito chamber-pop dai tratti elettronici, che scherzosamente potremmo definire chamber-disco, ma non prendetelo troppo sul serio.
10/06/2020