Dopo circa sei anni torna in vita uno dei progetti più interessanti e identificativi del camaleontico e mai convenzionale genio artistico di Mike Patton.
Dopo il controverso, ma apprezzabile, esordio del 2014 (“Geocidal”), il progetto Tētēma, sostanzialmente capitanato dal talentuoso pianista, tastierista e compositore australiano Anthony Pateras, è tornato sotto i riflettori con “Necroscape”.
A differenza del lavoro precedente, il complesso e fitto tessuto ideato da Pateras appare molto più oscuro e spigoloso. Si poggia maggiormente sulle indubbie capacità e sull’estro dell’eccellente batterista e percussionista Will Guthrie, vero riferimento su tutti i brani, oltre che sugli insoliti inserti di suoni provenienti da violino, mandolino e affini, generati dalle intuizioni dell’altrettanto caparbio polistrumentista Erkki Veltheim.
Il massiccio mastodonte sonoro costruito su espressioni industrial, math-rock e grind, che si spostano nel giro di pochi secondi verso fasi più minimal e classicheggianti, potrebbe, ai più, apparire slegato o messo insieme con scarsa maestria. Il continuo susseguirsi di idee e cambi di direzione diventano, al contrario, il vero punto di forza di questo lavoro. Ogni brano ha specifici elementi distintivi e anche all’interno dello stesso pezzo, l’avvicendarsi di gesta e curiosità acustiche riesce a regalare la spinta e la voglia di proseguire a leggere i capoversi della pagina successiva.
All’interno di tutta quest’atmosfera di colorata tenebrosità, anche se pleonastico ricordarlo, si forma il miglior habitat per le doti vocali di Mike Patton e della sua proverbiale estensione da sei ottave, autorizzata a sprigionare le sue fenomenali e indiscusse peculiarità.
Si passa dall’essenzialismo della title track “Necroscape” al furore industrial-galattico di “Cutlass Eye”, all’interno stoppato come se di colpo un treno si inchiodasse a 300 km/h. La tribale e sostenuta “Wait Till Mornin’” cambia improvvisamente percorso. Il sincopato e metallico ritmo di “Haunted On The Uptake” porta Patton a correre con la voce in ogni possibile rotta indicata dalla cartina di navigazione formata da Pateras e Guthrie. Il crimine si riproduce anche nelle seguenti “All Signs Uncensored” e “Milked Out Million”, ancor più spostate tra colleriche, violente scorribande grind e ispirazioni più tenui e ariose, dove il solito istrionico cantante sembra sguazzare come Zio Paperone tra sacchi di talleri e zecchini.
Uno dei momenti cardine del disco è sicuramente “Soliloquy”, dove un aritmico e indemoniato Pateras, con le sue tastiere scorticate da percussioni vertiginose, fornisce l’assist migliore a Patton per cesellare il tutto. “Dead Still” si sviluppa su sentieri sempre labili, a tratti minimali, con inserti di organo davvero mirabili e un incedere metrico più scandito. Ancor più soffusa è l’atmosfera nebbiosa e tetra dell’intrigante “Invertebrate”, dove il telaio melodico è impreziosito dalla brumosa voce di Patton.
Si riparte nuovamente con le irruzioni distorte mischiate a classicheggianti echi d’organo di “We’ll Talk Inside A Dream”, dove fa capolino anche un azzeccato e lodevole inserto di flauto. La straniante e appuntita “Sun Undone” porta alla curiosissima conclusione di “Funerale di un contadino” dove, nel solito perfetto italiano, Patton recita, a suo modo e facendo tornare alla memoria lo straordinario progetto “Mondo Cane”, l’umile e misero atto finale dedicato a un contadino sepolto nella sua amata terra.
Il lavoro appare certamente più coeso e centrato del disco precedente, pur conservando tutte le caratteristiche di ostica e impegnativa proposta, non facilmente classificabile. Il lavoro di Patton inserito nella complessa stesura sonora di Pateras è sempre di livello sopraffino. In quest’occasione il ritmo percussivo apportato da Guthrie è stato il collante utile a rendere più attrattivo il difficile e coraggioso schema musicale.
17/05/2020