Vincitore di un Grammy come produttore di Mavis Staples, Aaron Earl Livington giunge al terzo appuntamento discografico sotto il nome di Son Little.
Inciso nell’arco di soli otto giorni, “Aloha” è un altro gustoso tassello della moderna scena r&b (Leon Bridges, Brittany Howard, Raphael Saadiq), che il musicista ha elaborato in fretta e senza troppi affanni, dopo aver perso i demo di un album a causa della rottura di un hard drive.
Con l’aiuto di Renaud Letang, già alla corte di Feist, Son Little lascia fluire una serie di canzoni funky-soul dal piglio agile, con un occhio al passato e un brio contemporaneo che si affida alla contaminazione pop-rock.
Le canzoni sono più affini alle intelligenti ibridazioni di Terence Trent D’Arby (“Never Give Up”), che al gospel-blues della sua musa Mavis Staples, gli arrangiamenti sono poco invasivi e mai sopra le righe, sensuali e graffianti al punto giusto da catturare l’attenzione anche dei non appassionati del genere (“Hey Rose”).
E’ ingegnoso ed equilibrato, “Aloha”, alcune canzoni flirtano con il folk alla Bob Dylan (“Don’t Wait Up”), altre si abbandonano a languori r&b (“That’s The Way”), gettando perfino un fugace sguardo agli albori del pop-soul anni 60 con l’esuberante “3rd Eye Weeping”.
E’ comunque la scrittura apparentemente semplice ed efficace che fa la differenza, Son Little gioca con pause e spazi armonici, concentrando l’attenzione su refrain penetranti (“Mahalia”), deliziosi accordi di chitarra che si alternano con ritmi vellutati (“Suffer”), affondando le mani anche nella malinconia della musica brasiliana con estrema classe (“Belladonna”).
Nonostante il musicista provi a depistare l’ascoltatore e a dispetto del titolo molto solare, “Aloha” è il disco più introspettivo di Son Little, sia quando il musicista tenta di graffiare con accordi di chitarra adagiati su un magico groove soul-blues (“About Her. Again”), sia quando decide di allentare la tensione in favore di toni crepuscolari e riflessivi (“O Clever One”, “After All (i Must Be Wrong)”).
E’ senz’altro il progetto meno elaborato e più istintivo del musicista di Philadelphia, quasi lo-fi e dunque insolito per un artista abitualmente molto attento in fase di produzione, ma è proprio questa scelta stilistica che lo rende stimolante e coinvolgente, il primo forse destinato ad ampliarne la fama al di fuori dei confini patri.
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05/04/2020