LEPROUS - Pitfalls

2019 (Inside out music)
art-rock, progressive

Sesto album per i norvegesi Leprous, band che dopo gli schizofrenici esordi ha trovato in un onnivoro verbo progressive, sia metal che rock, la sua cifra stilistica. Dopo vari avvicendamenti, al violoncellista subentrato sul precedente “Malina” si aggiungono i violini e persino un coro.

Ormai le composizioni sono scritte principalmente da Einar Solberg, il quale ha trascorso 80 giorni in studio di registrazione per consegnare un’opera altamente personale, nei cui testi c’è il precipitato di un anno e mezzo di depressione e ansia patologica. L’allontanamento dal metal, già intuibile nei due album precedenti, è ormai evidente. I riferimenti sono, nei casi migliori, la più desolante classica contemporanea e l’art-rock. Quando funziona peggio, la band tenta strade che collimano con il danzereccio ottantiano. L’impressione dominante è quella che si tratti dell’album solista di Solberg, tanto è succedaneo il ruolo degli altri musicisti.
Difficile riconoscere, anche per sommi capi, l’imprinting ritmico, armonico o compositivo della formazione in questi lunghi brani. Il punto di partenza sono le ballate dolenti di “The Congregation”, qui riproposte in chiave sinfonica con “Below” e “At The Bottom”, ma anche sfruttando improbabili spunti gospel su “Observe The Train”.

Quando pure la band ritrova un po’ più di ritmo, scivola verso ballabili come “I Lose Hope”, electro-pop-funk e violini, o “By My Throne”, dove si respira un’atmosfera disco e gotica, che sembra provenire da una formazione totalmente nuova.
Per ascoltare i Leprous ci viene concessa solo “Foreigner”: il prezzo della ricerca continua, si dirà, ma anche una delusione per chi aspettava il vero seguito di Malina.
Certo, in un album disomogeneo e in forte discontinuità con il passato come questo, si trovano anche due momenti di sicuro interesse: il rock sinfonico di “Alleviate” fa sperare in un futuro art-rock per Solberg, da cantautore di mezza età innamorato di Brian Eno e David Byrne; “Distant Bells” sfrutta invece il resto della formazione, archi compresi, per sospingere il crescendo vocale entusiasmante di Solberg, all’apice della sua forma.

Merita un paragrafo a parte la conclusiva, estesa “The Sky Is Red” (11 minuti e mezzo), l’unica composizione che mostra compiutamente la soluzione al dilemma della band. Non è l’evoluzione, la progressione, a preoccupare, e tantomeno l’uscita dai canoni del metal o del rock, ma l’impressione che troppo spesso questa fuga dai territori conosciuti porti la formazione, al traino del comandante solitario Solberg, ad azzardare strade sconnesse, fatte di stili inadatti a esprimere le doti degli ottimi Baard Kolstad, uno dei più talentuosi metal-drummer del mondo, qui ridotto a comprimario, o Tor Oddmund Suhrke, che infatti infila nel lungo brano finale un assolo da antologia.
In “The Sky Is Red”, una composizione che poco ha da spartire col prog-metal comunemente inteso, si riesce a mettere a sistema elementi vecchi e nuovi, concedendo a tutti i fuoriclasse lo spazio necessario e permettendo anche ai nuovi arrangiamenti orchestrali di farsi valere.

La coda, una tormentata costruzione djent che procede a tentoni, poi completata da un coro funebre, è la dimostrazione che la band è ancora la strana bestia di un tempo. Da questo, quindi, dovrebbe ripartire, trovando la forza di immaginare un futuro. Noi rimaniamo pronti a farci spiazzare, stupire, stregare ancora una volta.

08/12/2019

Tracklist

  1. "Below"
  2. "I Lose Hope"
  3. "Observe the Train"
  4. "By My Throne"
  5. "Alleviate"
  6. "At the Bottom"
  7. "Distant Bells"
  8. "Foreigner"
  9. "The Sky Is Red"