SOFT HAIR - Soft Hair

2016 (Weird world)
disco-funk, psichedelia
Avete presente quell’amico idiota al quale si confidano le idee più assurde e con il quale si fanno le cose più irrazionali, quello che se sparate una cazzata, ve la rende indietro all’istante, ingigantita del 147%? Ritrovarsi assieme è come rivivere un’adolescenza mai sopita, come rimettere in piedi quei sogni che sono stati abbandonati col sopraggiungere delle responsabilità dell’età adulta. Ecco, i Soft Hair sono esattamente questo.

Da un lato c’è Sam Dust/Eastgate, noto nel sottobosco indie per la sua concisa ma eclettica carriera musicale, prima sotto il nome Late Of The Pier e più recentemente come LA Priest; Sam è un tipo particolare, un uomo dall’umore imprevedibile proprio come i repentini cambi di direzione che impone alla sua arte, ma per quanto stravagante, è pur sempre un purosangue d’Inghilterra, che copre le sue eccentriche trovate con un finissimo velo di pudore.
I problemi nascono quando Sam incontra l’amichetto Connan Mockasin ovvero l’esatto contrario del gentleman anglosassone; nella sua natìa Te Awanga, minuscolo paesino disperso sulle coste dell’isola nord della Nuova Zelanda, si è talmente tagliati fuori dal resto del mondo che struttura comportamentale e inibizione sociale evidentemente non hanno lo stesso peso specifico del corrispettivo europeo. Tra anarchiche divagazioni psichedeliche, amori tra uomini e delfini, soul caramelloso e un’oscena peluria diradata sopra il labbro superiore, Connan nutre il pubblico con aria biecamente conturbante – ricordiamo a tal proposito il punto saliente di “Caramel“, dove inscenava il più lumacoso dei corteggiamenti.
I due si sono conosciuti suonando assieme nel 2010, ed è subito scoppiata la più bambinesca delle passioni, che li ha portati a darsi lo stupido nome di Soft Hair – chiara presa di culo dell’altrettanto stupido movimento hair metal anni 80 – e mettere a punto un album. Quasi me li immagino, sghignazzanti e sporchi di tempera in viso, che si consultano l’un l’altro in un angolo della stanza per non farsi sentire dagli altri:

Sam: dobbiamo fare delle foto per la copertina di questo disco…
Connan: ricreiamo la Genesi?
Sam: ok

Ecco spiegata la foto qui sopra, pronta a entrare su ogni volume delle “1001 copertine più brutte di sempre”. Eppure, una volta sorpassato l’istintivo senso del ridicolo, colpisce proprio il modo in cui “Soft Hair” crea una visione a suo modo pertinente, un mondo dai confini sfocati dove sopravvive una vaga queerness che non ha bisogno di ingessate precisazioni. Abbandonando ogni seriosa velleità, e lasciando al solo istinto il compito di guidare la mano di questi due (peraltro ottimi) musicisti, “Soft Hair” raggiunge l’agognata libertà d’espressione. Una volta sfondato l’imene della forma, insomma, non v’è più bisogno di mantenere la postura per darsi un tono, perché dove tutto è lecito paradossalmente c’è meno bisogno di misurarsi e giudicare gli altri. Anche il momento più strampalato e goliardico di questo disco porta con sé una delicata amorevolezza di fondo, la complicità regna sovrana.

L’apertura di “Relaxed Lizard”, per dire, è una sorta di exotica da filmino soft-porn anni 70 suonata su un giradischi dalla cinghia consunta, con la voce profonda di Sam a intonare una sorniona melodia mentre Connan ricama sopra coretti d’ovatta umidiccia (come altro volete descrivere un pezzo che si chiama “lucertola rilassata”?). “Jealous Lies” fa sorridere per quell’andazzo sghembo di chitarre funk, mentre “A Goood Sign” era già apparsa su “Inji” di Sam/La Priest – si presume che la “o” in più qui presente faccia riferimento ai mormorii di Connan, che permutano la tersa atmosfera electro del pezzo in una sorta di colonna sonora sci-fi. C’è poi “In Love”, che rimette in mostra la bieca e depravata ossessione di Connan per le ragazze giapponesi, con tanto di voce registrata attraverso un telefono a barattolo ricorda l’Arthur Russell più impacciato e timidone. Gli sfaldati intrecci di chitarre di “Alive Without Medicine” fanno tanto Grace Jones ai Compass Point Studios, non fosse per Connan che stavolta ci ansima sopra un orgasmo patetico come quello di un chihuahua. Ma presto il pezzo sfuma nella conclusione strumentale di “l.i.v”, il triste e commovente momento dell’abbandono che sopraggiunge a ricordarci l’esistenza della vita adulta: Connan deve ripartire per la Nuova Zelanda, e Sam rimane così da solo a fissare fuori di finestra l’amichetto che si allontana in macchina.
 
Ma non è bello chiudere la recensione di un album del genere con il broncio sul viso, così ecco il piatto forte: il lascivo e subacqueo psych-pop di “Lying Has To Stop”, pezzo che arriva corredato dal video più idiota dell’anno:

Una cosa è certa: i fan del primo Sam Eastgate – quello delle capriole a tutta tecnica di “Fantasy Black Channel” – rimarranno spaesati di fronte alla musica di “Soft Hair”, mentre chi invece seguiva Connan Mockasin lo troverà ora alle prese con una forma-canzone più strutturata rispetto alle evanescenti suite strumentali. Eccoli, dunque: Sam che imbianca da una parte, Connan che risporca dall’altra, due monelli eternamente inconcludenti eppure tanto divertiti dalle loro stronzatine, felicemente assieme in un fantastico mondo inventato.

01/11/2016

Tracklist

  1. Relaxed Lizard
  2. Jealous Lies
  3. i.v.
  4. A Goood Sign
  5. Lying Has To Stop
  6. In Love
  7. Alive Without Medicine
  8. l.i.v.