Non sono trascorsi più di dieci secondi da quando ha incominciato a vorticarmi nelle orecchie questo “Iceberg” e già mi pare chiaro come ci sia forte il rischio di trovarsi di fronte a una mezza bomba, per di più tutta italiana. Loro sono i Ruggine, band piemontese ormai in moto da circa tredici anni, eppure sempre in persistente trasformazione e perfezionamento. “Iceberg” è il nuovo album dei quattro: un’efficace miscela di potenza, violenza ed emotività, sputata fuori attraverso liriche caustiche, più urlate che cantate, pedinando in una certa misura la lezione del più mordace Pierpaolo Capovilla (“Siioma”). Eppure, quelle prime note non potranno non suggerire altri più ragguardevoli nomi del panorama underground anni 90, non solo italiano. Strati di chitarre che forgiano scenografie noise s’intrecciano a trame precise, matematiche, dipingendo tele post-hardcore di albiniana memoria – e il paragone si fa ancor più gradito se l’ascolto si va ad approssimare al ritorno degli Shellac (“Dude Incredible”), sette anni dopo “Excellent Italian Greyhound”.
Pur non riuscendo a reggere il raffronto storico con il sensazionale trio di Evanston, Simone Rossi (voce, chitarra), Davide Olivero (batteria) e la coppia Paolo Scalabrino, Francesco Rossi (basso) mostrano i muscoli con convinzione, lasciando in bocca il sapore di un muro sonico non indifferente, quasi certamente ancor più massiccio in chiave live. Robustezza fornita anche dalla presenza dei due bassi che coesistono senza pestarsi i piedi. Come già suggerito, “Iceberg” non è certo opera di rilevante originalità e del resto era il lontano 2005 quando i Ruggine tirarono fuori il loro primo split (con i concittadini Fuh) e tre anni più tardi il primo Ep omonimo. La vera pietra di paragone per valutare questo disco è da ricercarsi però nel successivo full-length, “Estrazione matematica di cellule”, l’album che ha definitivamente dato credito al nome della band cuneense. Quel casino pazzesco che era oggi è incanalato con una maturità non indifferente e il sound, che dapprima sembrava schizzare come sangue da un volto colpito da un calcio, ora si amalgama in tutte le sue varianti, regalando perle al sapore di Jesus Lizard, Unsane e Don Caballero.
I nove brani corrono e s’inseguono, ora mostrando furiosi i denti (“Babel”, “Raijin”) in uno sfavillio di esasperazioni ritmiche, ora tratteggiando linee solo apparentemente disorganiche (“Ashur”, “Pangea”).
Nella parte finale troviamo uno dei brani più dinamici (“Caio”) che fornisce nuove chiavi di lettura, quasi inclini a certo prog-metal stile Tool, il quale anticipa invece il pezzo più intimo e introspettivo sia nelle liriche (“ho provato a fare ordine ma non ci sono riuscito/ quell’ordine interiore che non è il mio grado da domani sarà diverso”) sia nella parte strumentale, che molto si rifà alla scuola alt-rock italiana anni Novanta, legandosi anche all’ultimo Santo Niente (“Pin Up”).
In chiusura, una vera e propria gemma: “Cds”, con i suoi dieci minuti circa raddoppia la durata del resto dei brani e muta nuovamente volto ai Ruggine. Man mano che i secondi conquistano terreno, si sviluppa un post-rock mestissimo e dimesso, degno dei più dolorosi Massimo Volume, ma presto si erge un muro di chitarre che ci schianta alla parete, e continui cambi di ritmo che s’intervallano con le parti cantate arricchiscono ulteriormente quello che di certo è uno dei finali più lancinanti che potessimo aspettarci, grazie anche alla lunga coda rumoristica che stringe il cerchio.
Immagino questo disco con un lavoro più attento sui suoni, teso a svilupparsi in crescendo noise artificiale quando i brani crescono d’intensità, e penso che sarebbe stato qualcosa di sensazionale: ma la scelta di registrare tutto in analogico e presa diretta ha i suoi aspetti negativi, anche se permette di mostrare il lato più carnale e sudato della musica. “Il serpente muore se non cambia la sua pelle”, cantano i Ruggine in “Daphnia”, e proprio come una vipera, la band piemontese ha trovato la strada per rinnovarsi pur conservando esternamente un’immagine ben delineata di sé.
Se solo fossero riusciti a dare alle loro chitarre un tocco di personalità in più, se la voce di Simone Rossi fosse oltre quello che è – come timbrica ovviamente – se tutto non fosse sommerso in un sound tanto perpendicolare nella sua affezione, se avessero cercato più a fondo quel quid che li avrebbe elevati al di sopra, o comunque posti fuori dal gruppo dei loro padri o fratelli, avremmo tra le mani un disco ben più che semplicemente spettacolare.
Se c’è un motivo per cui gli Shellac sono gli Shellac è perché quando ascolti una chitarra suonata da Steve Albini, ci metti meno di dieci secondi a dire: “Cazzo, questo è Steve Albini”. Ora tornate ai primi dieci secondi di “Iceberg” e ricordatevi, questa bestia ha un nome: Ruggine.
28/10/2014