Pierpaolo Capovilla

Obtorto Collo

2014 (La Tempesta) | songwriter, alt-rock

Bassista e vocalist psicotico dei benemeriti One Dimensional Man dei primi tre classici album, Pierpaolo Capovilla inizia il processo d’ingigantimento dell’ego poetico proprio all’indomani del terzo “You Kill Me” (2001), non a caso l’inizio dello sfavillante successo all’interno del popolo alternativo italiano, sugellato tre anni dopo dal quarto e più pop “Take Me Away”.
L'impegno civile è sempre stato una sua caratteristica, ma l'inclinazione alla cronaca nera e alle storie di soprusi e ingiustizie trova un primo apice in “E lui cantava”, dedicata a Peppino Impastato, comparsa in una compilation tributo del Manifesto (2004), per la prima volta cantato in italiano. Questa piccola esperienza è anche il germe del progetto Teatro Degli Orrori, la cui mistura di j’accuse Guccini-iani e passi cingolati Jesus Lizard-iani nel debutto "Dell'impero delle tenebre" (2007) lo impone per la prima volta all’attenzione nazionale.

I seguiti, “A sangue freddo” (2009) e il discusso “Il mondo nuovo” (2012), sono sempre più centrati sul suo carisma di fustigatore, mentre l’album di reunion degli One Dimensional Man (“A Better Man”, 2011) è perlopiù una pontificante rimpatriata che non ha più nulla del sound storico. Questi dischi fruttano comunque l’esibizione al concertone del Primo Maggio 2012. Conscio ormai della sua potenzialità, Capovilla prende a esibirsi da solo nei teatri in reading di poeti beniamini del fronte anarchico come Majakovskji e Pasolini, e arriva persino a collaborare con artisti commerciali come Piotta e Marina Rei.

In questo senso il suo primo albo solista, “Obtorto Collo”, è il logico sfogo di questa catena di successi. Il suo tono è ormai tenuamente fatalista, neanche lontano parente delle sceneggiate esagitate dei primi One Dimensional Man. Musicalmente confuso tra canzoni quasi-radiofoniche ed esosi esperimenti di produzione, l’album nel suo insieme è di fatto un concept di elegie amorose e dediche personali e poetiche (che raramente scuotono).
Il folk di protesta di “Il cielo blu” e quello di derivazione Capossela di “Quando”, la fiacca hit “Dove vai” e le ballate “Irene” (orchestrale), “Come ti vorrei” (gotica) e “La luce delle stelle” (percussiva) sono così tutte variazioni che cercano di camuffare la sua limitata scrittura e la sua limitata capacità interpretativa, che invece ricade sempre nel poetare autoferenziale.

Solo grazie a due imitazioni Capovilla riesce ad addentrarsi nell’inferno metropolitano: l’incubo Nick Cave-iano della title track, per pianoforte selvaggio e soundscape industriale, e il paludoso incubo dissonante Tom Waits-iano di “Invitami”. Altre due scheletriche, ipnotiche odi da camera come “Arrivederci” e “Ottantadue ore” rendono poi ridicolo il massimalismo da crooner di Broadway che ammorba “Bucarest”.

Co-scritto con Paki Zennaro, prodotto da Taketo Gohara e dal fido Giulio Favero, è - sulla carta - il punto d’approdo del suo stile, dello stile maledettista italiano, intriso di sconsolata poesia crepuscolare post-recessione. Troppo spesso sopra le righe in molti sensi. La quantità di riferimenti, anche testuali, come la solenne dedica a Zanzotto, e di sottogeneri pop, fa una certa impressione, ma la sua monotonia non giustifica tanto generoso eclettismo. La traccia migliore è rimasta fuori: “Un sogno a colori” (solo streaming). Nello stesso filone la vera originalità è del ben più umile Fabrizio Testa. Co-edito da Virgin Italia.

(05/06/2014)

  • Tracklist
  1. Invitami
  2. Il cielo blu
  3. Dove vai
  4. Come ti vorrei
  5. Irene
  6. Quando
  7. Bucarest
  8. Ottantadue ore
  9. Obtorto collo
  10. La luce delle stelle
  11. Arrivederci
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