Nel lontano 1987 usciva per la nipponica Beast 666 – oggi 777 – il cofanetto “Journey Into Pain”, poi rivisitato qualche anno dopo dalla Statutory e RRRecords. In quegli anni chi vi scrive non era per nulla informato su quel tipo d’uscite, anche perché: o eri del giro, oppure continuavi ad ascoltare – tuttora con molto piacere – le compilation “Mixage” e Valerie Dore. Ahimè, con estremo ritardo, scopro il viaggio nel dolore solamente venti anni dopo: per la cronaca trattasi di una gustosa antologia – oggi di culto – contenente numerose sfumature noise, industrial e affini di quel periodo, dai Cranioclast a Merzbow e dai P16.D4 agli Autopsia, giusto per fare qualche nome.
La domanda però nasce spontanea: che ci azzecca con il qui presente “Ferox Forcipe”? In realtà (quasi) nulla, se non la forte attrazione – o feticismo – ogni qualvolta inciampo su box-tape dai tratti somatici altamente malati, e per il noise portato all’estremo contenuto all’interno. Seguo musicalmente Giovanni Mori alias L.C.B. (Le Cose Bianche) dai tempi di ”Dopo ore di silenzio” (Alampo, 2010): un disco da incorniciare e che passò inosservato, da rivalutare e ristampare. Non faremo nessun accostamento ad artisti del presente o del passato, semplicemente perché non li trovo in quanto ignorante, ma soprattutto perché bisogna riconoscergli i meriti.
L.C.B. ha prima costruito e poi evoluto o involuto – dipende da come giri la frittata – il proprio suono. Nel suo perseverare coi frastuoni e con una strana forma di nichilismo, ha comunque trovato una sua ben precisa identità, e non è una casualità, se dagli esordi sgangherati e melodrammatici nei Malameccanica, lo troviamo oggi duettare e duellare in collaborazioni con Maurizio Bianchi, Lyke Wake ed Eraldo Bernocchi (Sigillum S e Obake).
“Ferox Forcipe” – doppio tape all’interno di un gustoso box Vhs – è dunque una sua personale rivincita. Racchiude materiale inedito rimasto nel cassetto, e finora mai pubblicato in questi sei anni d’attività (tape A), e tracce recuperate in giro per il mondo fra le sue molteplici release (tape B), tanto che sarebbe più facile inseguire il campione olimpico dei 100 metri, che star dietro ai suoi lavori. È rappresentativo delle sonorità che ha espresso il suo disagiato stato mentale? Assolutamente no, manca del tutto la fase iniziale, quella più abbordabile e a noi più gradita. Forse è caduto tardi dal seggiolone (è una battuta, si fa per ridere), e non sapremo mai cosa l’ha portato a questo radicale cambiamento di suoni. Già, perché si può cambiare perfino nel fare rumore, infatti, tra immagini splatter, titoli pornografici e delitti di cronaca, potrebbe addirittura cambiare il nome in Le Cose Nere.
Chi dovesse approcciarsi per la prima volta, troverebbe il suo power weird noise ostico e violento, roba da gettare immediatamente la spugna, al contrario dei primi anni, caratterizzati da un alienante agglomerato post-industrial, da riflessi (quasi) trip-hop e da un’ovattata techno racchiusa dentro bolle di sapone prossime all’implosione. Oggi sarà dura vedere inserimenti di violino o quei deliziosi rumorini simili a Swarovski in frantumi. È il momento di cauterizzare il cervello, prendere ripetuti schiaffi in faccia con guanti in cartavetro, e centinaia di pugni pneumatici allo stomaco. Prestate attenzione, c’è in giro un oscuro personaggio che va a spasso con un forcipe insanguinato – ecco spiegato il rotolo di garza all’interno – e un oscillatore taroccato e semifunzionante, con l’intenzione di fotografarvi in pose da cronaca nera o di crocifiggervi al palo del telegrafo.
Il box-set è chiaramente un articolo da collezionismo. È un oggetto di culto? Al momento nessuno può dirlo, magari fra quattro lustri ci ritroviamo e vedremo se quei trentatré psicolabili che hanno acquistato una copia sono stati lungimiranti. Serve scrivere che l’ascolto va eseguito a palla? Penso proprio di no, ma non si sa mai, quindi: play loud!
09/08/2014