Cos’è rimasto della melassa ipnagogica che ci ha avvolto quattro estati fa? Ernest Greene, con il suo alter ego musicale, Washed Out, sembra essere tra i pochi sopravvissuti di quella accecante, e allo stesso tempo controversa, stagione musicale interessati a dire qualcosa sull’argomento.
Dopo l’exploit di un disco d’esordio (“Within And Without”) che ha collezionato più complimenti che critiche, il trentenne musicista di Perry, Georgia, si presenta con un secondo album decisamente diverso dal precedente. “Paracosm” è un disco “suonato”: rispetto al passato, Greene ha utilizzato più strumenti analogici che digitali. Il suono dell’album ne ha guadagnato in calore, anche se l’effetto novità suscitato da “Within And Without” s’è dissolto in una bolla di zucchero filato.
La dance da cameretta di Washed Out si è trasformata in un bagno di sogni a occhi aperti: colate di dream-pop caramellato come non si sentivano dai tempi in cui Nicolas Fromageau era ancora negli M83 (“All I Know ”, “Falling Back”), e ballate electro-shoegaze che farebbero la fortuna di Apparat (“Weightless”).
Questi i momenti migliori di un album che non brilla tutto con la stessa intensità: brani come “Great Escape” sanno di riempitivo. L’omonima “Paracosm” sembra uno scarto delle colonne sonore degli Air.
01/10/2013
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